Gazzetta di Reggio

I 90 anni di Gianolio tra arte, libri e ironia  

di Roberto Fontanili
I 90 anni di Gianolio tra arte, libri e ironia  

«Non ho eredità da lasciare, ma ai giovani dico: leggete»

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REGGIO EMILIA. Agli amici che volevano fare una grande festa per i suoi 90 anni ha risposto con la consueta ironia: «Non sono ancora morto». Così come non ha ancora pensato a cosa dirà stasera al Circolo Medardo Rosso di Montecavolo (in via Firenze 3) dove ritroverà Alessandro Carri, Vanni Orlandini e gli amici di sempre, che nel corso della serata ripercorreranno la sua straordinaria vita da artista e politico. Ma anche di giornalista, avvocato, critico d’arte.
Perché Alfredo Gianolio, che compirà 90 anni sabato prossimo, è tutto questo, con l’umiltà che l’ha sempre contraddistinto. «Spero che non sia una celebrazione, anche perché è un giorno come gli altri, se non peggio», dice sorridendo. Con queste premesse l’intervista ad Alfredo Gianolio non poteva che partire dal chiedere come è cambiato il mondo in questi anni. «Nella sostanza non è cambiato. È l’uomo che è cambiato nelle sue manifestazioni esteriori, ma non nella profondità del suo essere», è stata la sua risposta. Anche alla domanda cosa pensa di lasciare ai suoi tanti nipoti, la risposta è in qualche modo spiazzante: «Non vorrei lasciare nessuna eredità. Debbono essere loro ad acquisire dei valori e non aspettarsi di riceverli dal nonno che appartiene al passato e con il quale non hanno i mezzi per misurasi».
Gianolio si racconta con molta ironia. Come quando ricorda il suo ingresso a Reggio Emilia da partigiano. «A differenza di quelli che la guerra l’avevano fatta davvero e sono entrati in città di notte, noi che c’entravamo ben poco, siamo entrati al mattino e abbiamo avuto per intero tutti gli onori». Dopo la liberazione si scopre giornalista. Prima con Loris Malaguzzi, poi con Sergio Masini all’Unità. «Ma si guadagnava poco», ricorda. La famiglia, nel frattempo, cresceva e così ecco la scelta, quasi obbligata, di fare l’avvocato. «Ho cominciato a fare l’avvocato indipendente a Luzzara dove c’era Mario Scardova capo partigiano e sindaco della liberazione». A Luzzara, dove ha conosciuto Cesare Zavattini con il quale è iniziata una lunga amicizia. «All’inizio – dice – non è stato un rapporto di tipo intellettuale, si è rivolto a me per una questione legale. E senza che glieli chiedesse mi fece arrivare un assegno di 500 lire, che allora erano tanti soldi».
Un caso unico nella sua carriera, dove ha sempre applicato una sua ferrea regola morale: il compenso doveva essere rapportato alla condizione economica dell’assistito. Grazie a Zavattini si è avvicinato alla pittura naïf e, insieme a lui, andava spesso al ristorante Nizzoli a Villastrada in compagnia di De Sica, i fratelli Bertolucci, l’editore Bompiani e tante altre personalità del cinema e della cultura. Un mondo che ha sempre amato, diventando in seguito un apprezzato critico d’arte, e in cui è nato lo stretto rapporto con Ghizzardi. Che ricorda: «Alla sua prima mostra arrivò in bicicletta con un quadro legato alla schiena e l’usciere lo mandò via». Oggi Alfredo Gianolio trascorre le sue giornate quasi sommerso dai libri e dai quadri appesi alle pareti e accatastati in terra. «Leggo tanto e scrivo recensioni e qualche prefazione. Non mi annoio – racconta – perché leggendo misuro ogni giorno la mia grande ignoranza. La lettura apre nuovi orizzonti e ai miei nipoti posso solo dire di leggere. Ognuno gli insegnamenti deve trovarseli da solo non possono essere trasmessi».
Alla fine dell’incontro gli abbiamo chiesto di scegliere un libro e un quadro. «La Divina Commedia – è la sua riposta – perché la trovo di enorme modernità per i temi trattati e per freschezza di linguaggio». Come quadro ha scelto quello di Ghizzardi che è appeso alla parete di casa sua. «Un pittore semplice – spiega – che si è trasformato in un artista raffinatissimo e questo conferma di come nell’arte ci sia del mistero». All’inizio dell’incontro Gianolio ci aveva parlato della stanchezza di vivere così a lungo. «Perché ci sono limitazioni fisiche, si fatica a camminare, si ha sempre l’impressione di stare sui margini di un precipizio. Ma quello che temo di più è di non morire sano». Vorrebbe farlo in piedi, con fierezza, umiltà e ironia. Come ha fatto fino ad ora. Lunga vita Alfredo.
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