Il fotografo Giacomo Bruno: «Vi presento il Messico»
Reggio Emilia, il 27enne racconta il suo viaggio tra bracconieri e treni della morte
REGGIO EMILIA. Tre mesi in Messico. Per superare i muri (di Trump e non solo) e fotografare una realtà che non è fatta soltanto di miseria. Perché laggiù, oltre alle tinte fosche della corruzione e della violenza, ci sono i colori della solidarietà, del rispetto e dell’amore per la vita: donne che trascorrono le giornate aspettando treni di migranti, per allungare loro acqua e cibo; volontari che si imbarcano, noncuranti dei pericoli del mare e dell’ostilità dei pescatori locali, per salvare un cetaceo in via d’estinzione.
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A raccontarcelo, a parole ma soprattutto con bellissime immagini, è Giacomo Bruno, il 27enne che solo un anno fa era finito in cella per uno scatto “rubato” nella città buddista di Larung Gar, nell’est del Tibet. Nonostante quella disavventura, Bruno non ha abbandonato il sogno di vivere di reportage di viaggio. «Presto le immagini scattate in questi tre mesi saranno esposte in una mostra visibile al pubblico – promette Giacomo Bruno – ma per il momento ogni risparmio lo dedico ai progetti futuri per poter continuare a raccogliere materiale interessante».
Cos’ha trovato in Messico?
«Un paese sorprendentemente accogliente e generoso. Un popolo consapevole delle proprie debolezze e problematiche politiche ed economiche, ma tenace e composto in stragrande maggioranza da persone lavoratrici e oneste».
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Eppure laggiù la situazione è critica. Soprattutto nello stato di Veracruz, dove è rimasto per parecchi giorni. Non ha avuto paura di cacciarsi nei guai?
«Eccome. Lì le bande armate sono una presenza costante, così come i narcotrafficanti. Fino all’ultimo ho considerato l’ipotesi di rinunciare. Ad Amatlan de los Reyes, però, ho trovato il calore e l’accoglienza di incredibili donne che in centro e sud America sono conosciute con il nome de Las Patronas».
Chi sono?
«Dodici messicane che ogni giorno preparano bottiglie d’acqua fresca e cucinano riso, fagioli e tortillas per centinaia di migranti che cercano di arrivare negli Stati Uniti su un treno merci conosciuto come “La bestia”».
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Il nome è già un programma…
«È il treno della morte, che attraversa il Paese da sud a nord. Della morte perché i migranti che vi salgono sono senza speranza. Il sogno e il desiderio di un futuro migliore negli Stati d’Uniti sono così grandi da spingere queste persone a sfidare, oltre ogni ragionevolezza, la sorte. E così lasciano il proprio paese, la propria casa, i propri cari per intraprendere un cammino che ha grandi probabilità di concludersi con il rimpatrio, gravi mutilazioni o la morte».
Anche i ragazzi salgono sulla Bestia?
«Sì, purtroppo. Il mio primo incontro con la Bestia è avvenuto a Guadalajara, nello stato di Jaliscoe. Una sera, rientrando dopo un boccone, ho sentito in lontananza il fischio del treno. In tutta fretta, come gatti nella notte, gruppetti di ragazzini sono usciti dall’oscurità e si sono avvicinati ai binari. Uno zainetto leggero e nulla più, tutti in fila alla ricerca di un futuro migliore. Ho poi scoperto, parlando con la gente, che la Bestia non ha orari: può non passare per settimane, ma ci possono essere anche quattro corse in un giorno. I migranti si appostano vicino ai binari e aspettano».
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Ecco perché le donne si prodigano per dare loro acqua e cibo…
«Un pasto appena cucinato è quanto di più prezioso si possa regalare a questi ragazzi, uomini e donne: è una possibilità in più di arrivare salvi alla tanto agognata meta».
Da quando Las Patronas cucinano per i migranti?
«Dal 1995. È partito tutto da un “Gracias madre” e un “Dios las bendiga” che Norma e Bernarda Romero si sono sentite dire dopo aver allungato pane e latte a un migrante affamato che attraversava il paese sui binari. Da quel giorno stare all’ascolto per sentire l’arrivo del treno è un appuntamento quotidiano, così come il disporsi a lato della via per lanciare ai migranti in corsa cibo e acqua».
Cos’ha imparato ad Amatlan de los Reyes?
«A contatto con questi esempi di umanità mi sono sentito piccolo piccolo. Le donne mi hanno accolto come un figlio, si preoccupavano sempre che mangiassi a sufficienza. E poi volevano sapere come si comportano gli italiani di fronte alla migrazione nel Mediterraneo. Si preoccupavano della sensibilità delle istituzioni e delle persone del nostro paese, che è a migliaia di chilometri da loro».
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Cosa le chiedevano?
«Volevano sapere in che modo gli italiani e gli europei aiutano quelle anime in fuga. Purtroppo non ho avuto molte buone notizie da dare. Ma in quei giorni ho imparato tanto. Ho dormito con ragazzi di Honduras, Nicaragua, Salvador, Guatemala, in fuga da miseria e guerriglia. Ho mangiato con loro, condiviso il bagno con loro, ma soprattutto li ho guardati negli occhi. La parola migrante non ha nessun significato. Anzi é fastidiosa. Ho visto persone identiche a me, la maggior parte coetanei. Ma è impossibile mettersi nei loro panni».
Prima dell’esperienza sulla terra ferma, però, c’è stata quella in mare...
«Sono stato 56 giorni sulla Farley Mowat, una delle barche della Sea Shepherd, l’organizzazione di conservazione marina che sta cercando di salvare la Vaquita marina, un piccolo cetaceo di cui restano appena 30 esemplari».
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Qual è il compito dei volontari della Sea Shepherd?
«Quotidianamente decine di pangas (piccole imbarcazioni di pescatori) accedono illegalmente al rifugio della Vaquita, un’area di mare protetta, e gettano in acqua reti fantasma sperando di intrappolare il Totoaba, un mammifero che sul mercato nero frutta più della cocaina. Queste reti fluttuano a diversi metri di profondità intrappolando diverse specie marine tra cui la Vaquita. I volontari perlustrano il mare trascinando un sistema di arpioni che aggancia le reti e ne permette il recupero. È un lavoro duro. Anche perché buona parte degli abitanti di San Felipe è contraria a questa operazione: questa pesca, in mano ai cartelli, frutta migliaia e migliaia di dollari».
Il prossimo viaggio?
«Viaggiare e raccontare è la mia vita. Non so quale sarà la mia prossima destinazione, ma continuerò su questa strada nella speranza di coinvolgere le persone che mi seguono portandole con me in luoghi che valgono la pena di essere descritti. Luoghi che prima di tutto arricchiscono me come persona e mi motivano a perseverare nel mio sogno, nonostante le difficoltà quotidiane».
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