Con Vivian Lamarque per far volare le parole
di Francesca Manini
L’autrice sarà stasera alla Panizzi per presentare “Madre d’inverno” «Mezzo secolo, di vivi, morti, crescita, memorie, è il percorso di ogni vita»
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REGGIO EMILIA. Questa sera alle 21.30 alla biblioteca Panizzi c’è un incontro in punta di penna e di cuore, una serata dedicata alla poesia al femminile di Vivian Lamarque che presenterà il suo nuovo libro, “Madre d’inverno”.
È la rinnovata magia di “Vola alta parola”, rassegna poetica curata dal poeta e recensore culturale Guido Monti e organizzata dalla Fondazione Palazzo Magnani nell’ambito del programma di Restate 2017 del Comune di Reggio, una sinergia positiva che offre alla città un incontro con un’autrice intensa e dal lungo cammino poetico che questa sera dialogherà con il critico letterario Roberto Galaverni.
Collaboratrice delle pagine culturali del Corriere della Sera, la Lamarque vince da sempre premi di pregio, dal Viareggio Opera Prima del 1981 e dal Montale del 1993 all’Elsa Morante del 2005) all’Alda Merini del 2013 e, da ultimo, il Bagutta del 2017. È anche autrice di una quarantina di fiabe tradotte in varie lingue, che le sono valse il Premio Rodari 1997 e l’Andersen 2000, delle raccolte “Poesie di Ghiaccio” e “Poesie della Notte” e delle opere saggistiche “Dopo la poesia. Saggi sui contemporanei” e “Il poeta è un cavaliere Jedi. Una difesa della poesia”.
Artista poliedrica di grande spessore, l’abbiamo raggiunta durante uno dei suoi numerosi viaggi di lavoro per la presentazione della sua nuova espressione culturale, “Madre d’inverno”. Edito da Mondadori, il testo mette al centro la figura della madre per poi dipanare la ricerca in più direzioni, mettendo a nudo l’animo umano tra ricordi, dolore e realtà quotidiana. Intessendo frammenti di dialogo e schegge di parlato, si passa da una iniziale sequenza ospedaliera a una serie di versi in cui si realizza una sorta di postumo colloquio con la figura materna in cui emerge anche l’esperienza personale dell’autrice, nata a Tesero nel 1946 e data in adozione fin dal primo anno di età. La doppia figura materna, biologica e adottiva, vissuta nel trauma originario accettato con sapienza eppure inguaribile, è sottesa ai versi dell’autrice che oggi vive anche l’esperienza di nonna.
Ragioniamo con lei di poesia, di rassegne nel complesso mondo d’oggi e della crescita di un’artista che da anni affascina gli amanti dei versi in rosa.
“Vola alta parola”: in un mondo iperconnesso e subissato di parole, è ancora possibile far volare alta la poesia?
«Vero, siamo sommersi da parole. Ma sono parole-pappagallo, ripetute tutte uguali, parole che non riescono a sollevarsi da terra neppure un centimetro, come un palloncino legato che non riesce più a sfuggire, a volare verso il cielo. I poeti cercano di ridare a ciascuna di loro vita, voce, volo».
Il contesto è quello della biblioteca Panizzi, pensa che possa essere un primo passo verso la conquista di altri spazi?
«Poesia nelle vie, nelle piazze, nei parchi… Settimane dedicate alla letteratura, alla poesia, si moltiplicano, Torino, Milano, Roma, Genova, Mantova, Como, Pordenone, sono appena stata anche in Trentino, a Caldonazzo, vicino al lago, pubblico non frequentatore di versi eppure attento, a tratti persino catturato, auguro altrettanto a Reggio Emilia».
Prima volta a Reggio Emilia o è un ritorno tra altri ricordi della città?
«È un ritorno, un felice ritorno, l’occasione per rivedere luoghi e amici».
Presenterà il suo nuovo libro, “Madre d’inverno”: chi è questa madre e perché è d’inverno?
«Nella prima sezione, “Poesie ospedaliere”, descrivo il tramontare di mia madre in una camera d’ospedale. È quella che più coinvolge il pubblico perché tutti abbiamo assistito madri, padri, persone care, su una sedia accanto a un letto, do voce a un dolore collettivo. In altre sezioni sono i ricordi della vita a prevalere; in “Ipotesi sul dimenticare” mi interrogo sull’affollarsi delle amnesie dell’ultima parte della vita; in “Madre l’altra” si affaccia il tema che ha accompagnato da sempre la mia vita e la mia poesia: la scoperta, a dieci anni, di essere stata adottata e la ricerca affannosa delle mie origini; nell’ultima è proprio la Poesia, mia coinquilina da mezzo secolo, la protagonista. E su tutto questo regna l’Inverno che ha spesso fatto da sfondo a molte svolte cruciali della mia vita».
Quanta distanza c’è tra raccolte come Teresino e Madre d’inverno?
«Teresino uscì nel 1981 ma conteneva poesie anche di dieci anni prima, quindi tra lui e Madre d’inverno è corso un fiume di mezzo secolo, di vivi, morti, di crescita, memorie, tutto questo scorre nelle pagine, ciascun lettore ci si può riflettere, è il percorso di ogni vita».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
È la rinnovata magia di “Vola alta parola”, rassegna poetica curata dal poeta e recensore culturale Guido Monti e organizzata dalla Fondazione Palazzo Magnani nell’ambito del programma di Restate 2017 del Comune di Reggio, una sinergia positiva che offre alla città un incontro con un’autrice intensa e dal lungo cammino poetico che questa sera dialogherà con il critico letterario Roberto Galaverni.
Collaboratrice delle pagine culturali del Corriere della Sera, la Lamarque vince da sempre premi di pregio, dal Viareggio Opera Prima del 1981 e dal Montale del 1993 all’Elsa Morante del 2005) all’Alda Merini del 2013 e, da ultimo, il Bagutta del 2017. È anche autrice di una quarantina di fiabe tradotte in varie lingue, che le sono valse il Premio Rodari 1997 e l’Andersen 2000, delle raccolte “Poesie di Ghiaccio” e “Poesie della Notte” e delle opere saggistiche “Dopo la poesia. Saggi sui contemporanei” e “Il poeta è un cavaliere Jedi. Una difesa della poesia”.
Artista poliedrica di grande spessore, l’abbiamo raggiunta durante uno dei suoi numerosi viaggi di lavoro per la presentazione della sua nuova espressione culturale, “Madre d’inverno”. Edito da Mondadori, il testo mette al centro la figura della madre per poi dipanare la ricerca in più direzioni, mettendo a nudo l’animo umano tra ricordi, dolore e realtà quotidiana. Intessendo frammenti di dialogo e schegge di parlato, si passa da una iniziale sequenza ospedaliera a una serie di versi in cui si realizza una sorta di postumo colloquio con la figura materna in cui emerge anche l’esperienza personale dell’autrice, nata a Tesero nel 1946 e data in adozione fin dal primo anno di età. La doppia figura materna, biologica e adottiva, vissuta nel trauma originario accettato con sapienza eppure inguaribile, è sottesa ai versi dell’autrice che oggi vive anche l’esperienza di nonna.
Ragioniamo con lei di poesia, di rassegne nel complesso mondo d’oggi e della crescita di un’artista che da anni affascina gli amanti dei versi in rosa.
“Vola alta parola”: in un mondo iperconnesso e subissato di parole, è ancora possibile far volare alta la poesia?
«Vero, siamo sommersi da parole. Ma sono parole-pappagallo, ripetute tutte uguali, parole che non riescono a sollevarsi da terra neppure un centimetro, come un palloncino legato che non riesce più a sfuggire, a volare verso il cielo. I poeti cercano di ridare a ciascuna di loro vita, voce, volo».
Il contesto è quello della biblioteca Panizzi, pensa che possa essere un primo passo verso la conquista di altri spazi?
«Poesia nelle vie, nelle piazze, nei parchi… Settimane dedicate alla letteratura, alla poesia, si moltiplicano, Torino, Milano, Roma, Genova, Mantova, Como, Pordenone, sono appena stata anche in Trentino, a Caldonazzo, vicino al lago, pubblico non frequentatore di versi eppure attento, a tratti persino catturato, auguro altrettanto a Reggio Emilia».
Prima volta a Reggio Emilia o è un ritorno tra altri ricordi della città?
«È un ritorno, un felice ritorno, l’occasione per rivedere luoghi e amici».
Presenterà il suo nuovo libro, “Madre d’inverno”: chi è questa madre e perché è d’inverno?
«Nella prima sezione, “Poesie ospedaliere”, descrivo il tramontare di mia madre in una camera d’ospedale. È quella che più coinvolge il pubblico perché tutti abbiamo assistito madri, padri, persone care, su una sedia accanto a un letto, do voce a un dolore collettivo. In altre sezioni sono i ricordi della vita a prevalere; in “Ipotesi sul dimenticare” mi interrogo sull’affollarsi delle amnesie dell’ultima parte della vita; in “Madre l’altra” si affaccia il tema che ha accompagnato da sempre la mia vita e la mia poesia: la scoperta, a dieci anni, di essere stata adottata e la ricerca affannosa delle mie origini; nell’ultima è proprio la Poesia, mia coinquilina da mezzo secolo, la protagonista. E su tutto questo regna l’Inverno che ha spesso fatto da sfondo a molte svolte cruciali della mia vita».
Quanta distanza c’è tra raccolte come Teresino e Madre d’inverno?
«Teresino uscì nel 1981 ma conteneva poesie anche di dieci anni prima, quindi tra lui e Madre d’inverno è corso un fiume di mezzo secolo, di vivi, morti, di crescita, memorie, tutto questo scorre nelle pagine, ciascun lettore ci si può riflettere, è il percorso di ogni vita».
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