Teatro delle persone Ecco il futuro di Gabriele Vacis
di Giulia Bassi
Il direttore artistico del Valli presto a Torino «Racconterò le storie di rifugiati e disabili»
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REGGIO EMILIA. Un progetto con un nome quasi altisonante, in ogni caso decisamente esplicativo dell’intento in esso sotteso: “Istituto di pratiche teatrali per la cura della persona”. L’ideatore Gabriele Vacis, oramai ex direttore artistico de I Teatri, l’aveva annunciato qualche mese fa in occasione della tradizionale cena sul palcoscenico del Valli, come una delle motivazioni che lo hanno indotto a lasciare l’incarico a Reggio.
Il progetto, che in questi giorni sta diventando operativo al Teatro Stabile di Torino, ha preso consistenza anche da una serie di riflessioni maturate attorno ad un lavoro particolare portato avanti nella nostra città. «In questi anni di permanenza a Reggio – spiega Gabriele Vacis – ho promosso un’attività teatrale in cui attori sono le persone. L’ho realizzata coinvolgendo Marco Martinelli per lavorare con i ragazzi delle scuole superiori, Virgilio Sieni con le scuole di danza, e ancora mettendo in cartellone i lavori di Andreina Garella e il suo teatro con le visioni poetiche dei matti; penso anche a Babilonia Teatri e al lavoro di Monica Morini dedicato ai rifugiati ed immigrati. Inoltre, tenendo conto che di questi tempi c’è più gente che fa teatro rispetto a quella che va a teatro, qui a Torino ho pensato a questo “Istituto” come ad un teatro non fatto da attori ma da persone».
Qual è stato il punto di partenza del lavoro?
«Dai centri d’accoglienza dove abbiamo raccolto testimonianze, le storia di immigrati, realizzando video colloqui. Dal 3 al 16 luglio, alle Fonderie Limone di Mocalieri, terremo l’Awaraness Campus per il quale sono arrivate 200 domande. È previsto poi lo spettacolo “Cuore tenebra” costruito con quei racconti. I protagonisti in scena non saranno soltanto rifugiati e disabili ma chiunque».
E l’origine di questo suo interesse?
«Mi occupo di teatro sociale da quando ho fondato il teatro di Settimo Torinese. Negli anni ho realizzato lavori come “Romeo e Giulietta” (2005) con gli adolescenti e le loro storie; e ancora, insieme alla Regione, “La bellezza salvata dai ragazzini” al quale hanno preso parte 58 giovanissimi. Per finire lo spettacolo visto anche all’Ariosto quest’anno, “Amleto a Gerusalemme”. Questi spettacoli non devono essere considerati dei saggi, ma possono essere inclusi in cartellone come le grandi pièce, infatti andremo in scena nella stagione del Carignano».
La scelta del Teatro Stabile di inglobare questo Istituto dimostra un’attenzione particolare…
«Ho l’impressione che la finzione del teatro ci basti sempre meno. Anche i festival di cinema vengono vinti dai documentari, abbiamo bisogno di realtà e la tecnologia ce lo permette: quando si doveva girare in 35 mm o 8 mm bisognava risparmiare la pellicola, adesso è facile girare dei video quindi si è portati a privilegiare l’azione scenica rispetto alla scrittura. C’è anche un’altra riflessione che mi ha spinto a questa decisione, riguardale pratiche teatrali legate alla medicina narrativa, o fatte nei reparti d’ospedale, che le istituzioni stesse riconoscono come non marginali».
Dal punto di vista tecnico su cosa si fondano queste pratiche?
«Sulla consapevolezza di sé, degli altri, del tempo e dello spazio, che è alla base del teatro di ogni tempo: registi da Grotowski a Brook o lo stesso Stanislavskij, e anche tanti attori hanno ispirato queste strade del teatro. Il coinvolgimento del cittadino, della persona, nel lavoro artistico è ormai la poetica di molti attori, drammaturghi, registi; tecniche che ho sperimentato nei 18 anni di insegnamento alla Paolo Grassi o in quarant’anni di onorato servizio al teatro… l’obiettivo non è il benessere ma l’essere delle persone».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Il progetto, che in questi giorni sta diventando operativo al Teatro Stabile di Torino, ha preso consistenza anche da una serie di riflessioni maturate attorno ad un lavoro particolare portato avanti nella nostra città. «In questi anni di permanenza a Reggio – spiega Gabriele Vacis – ho promosso un’attività teatrale in cui attori sono le persone. L’ho realizzata coinvolgendo Marco Martinelli per lavorare con i ragazzi delle scuole superiori, Virgilio Sieni con le scuole di danza, e ancora mettendo in cartellone i lavori di Andreina Garella e il suo teatro con le visioni poetiche dei matti; penso anche a Babilonia Teatri e al lavoro di Monica Morini dedicato ai rifugiati ed immigrati. Inoltre, tenendo conto che di questi tempi c’è più gente che fa teatro rispetto a quella che va a teatro, qui a Torino ho pensato a questo “Istituto” come ad un teatro non fatto da attori ma da persone».
Qual è stato il punto di partenza del lavoro?
«Dai centri d’accoglienza dove abbiamo raccolto testimonianze, le storia di immigrati, realizzando video colloqui. Dal 3 al 16 luglio, alle Fonderie Limone di Mocalieri, terremo l’Awaraness Campus per il quale sono arrivate 200 domande. È previsto poi lo spettacolo “Cuore tenebra” costruito con quei racconti. I protagonisti in scena non saranno soltanto rifugiati e disabili ma chiunque».
E l’origine di questo suo interesse?
«Mi occupo di teatro sociale da quando ho fondato il teatro di Settimo Torinese. Negli anni ho realizzato lavori come “Romeo e Giulietta” (2005) con gli adolescenti e le loro storie; e ancora, insieme alla Regione, “La bellezza salvata dai ragazzini” al quale hanno preso parte 58 giovanissimi. Per finire lo spettacolo visto anche all’Ariosto quest’anno, “Amleto a Gerusalemme”. Questi spettacoli non devono essere considerati dei saggi, ma possono essere inclusi in cartellone come le grandi pièce, infatti andremo in scena nella stagione del Carignano».
La scelta del Teatro Stabile di inglobare questo Istituto dimostra un’attenzione particolare…
«Ho l’impressione che la finzione del teatro ci basti sempre meno. Anche i festival di cinema vengono vinti dai documentari, abbiamo bisogno di realtà e la tecnologia ce lo permette: quando si doveva girare in 35 mm o 8 mm bisognava risparmiare la pellicola, adesso è facile girare dei video quindi si è portati a privilegiare l’azione scenica rispetto alla scrittura. C’è anche un’altra riflessione che mi ha spinto a questa decisione, riguardale pratiche teatrali legate alla medicina narrativa, o fatte nei reparti d’ospedale, che le istituzioni stesse riconoscono come non marginali».
Dal punto di vista tecnico su cosa si fondano queste pratiche?
«Sulla consapevolezza di sé, degli altri, del tempo e dello spazio, che è alla base del teatro di ogni tempo: registi da Grotowski a Brook o lo stesso Stanislavskij, e anche tanti attori hanno ispirato queste strade del teatro. Il coinvolgimento del cittadino, della persona, nel lavoro artistico è ormai la poetica di molti attori, drammaturghi, registi; tecniche che ho sperimentato nei 18 anni di insegnamento alla Paolo Grassi o in quarant’anni di onorato servizio al teatro… l’obiettivo non è il benessere ma l’essere delle persone».
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