Gazzetta di Reggio

La Fondazione Sarzi tra passato e futuro con una nuova sede 

di Martina Riccò
La Fondazione Sarzi tra passato e futuro con una nuova sede 

Rossella Cantoni: «A Ferrara raccontiamo la vita nel ghetto A Reggio cercheremo di aiutare migranti e bambini malati»

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REGGIO EMILIA. Dietro a un burattino c’è sempre una mano. Che può rivolgersi, con i suoi gesti, ai bambini ma anche agli adulti, ai malati o ai migranti, parlando di favole come di Olocausto. «Quello dei burattini è un linguaggio universale che può essere usato per affrontare le sfide del futuro, non conosce il cambiamento del tempo ma anzi lo affronta interpretando la modernità». È con questa consapevolezza – peraltro motore dello stesso Otello – che la Fondazione Famiglia Sarzi guarda davanti a sè e si prepara a lasciare, in agosto, la sede in via del Guazzatoio. «Perché – spiega Rossella Cantoni, presidente del consiglio di amministrazione – sarebbe riduttivo pensare ai burattini come qualcosa solo legato alla tradizione. Senza tralasciare l’attenzione e la cura per il nostro passato, che è prezioso, dobbiamo guardare al futuro in un’ottica di sperimentazione permanente».

Come mai avete deciso di traslocare?

«Innanzi tutto fa parte di un percorso evolutivo: abbiamo bisogno di aumentare le nostre attività e nella sede di via del Guazzatoio non sarebbe possibile, per ragioni di spazio. Inoltre da quest’anno avremmo dovuto pagare un affitto che non ci possiamo permettere, mentre nella nuova sede saremo in comodato d’uso gratuito».

Dove vi trasferirete?

«A Corte Tegge. Non saremo più in centro storico, ma la Fondazione Famiglia Sarzi è patrimonio di tutti i cittadini: in via del Guazzatoio siamo stati per tre anni, prima eravamo a Bagnolo».

Nella nuova sede riuscirete a portare anche i burattini e i pupazzi che adesso sono in magazzino?

«È il nostro obiettivo. Ovviamente ci vorrà del tempo perché alcuni devono essere restaurati e sistemati, ma la nostra volontà è quella di far convivere passato e futuro. Esattamente quello che stiamo cercando di fare a livello di attività...».

Cioè?

«Alle attività tradizionali della Fondazione (come l’Atelier estivo delle arti, i laboratori con le scuole, le visite guidate) abbiamo affiancato nuovi progetti per far uscire il teatro di figura dal ruolo marginale in cui per troppo tempo è stato imprigionato. Per esempio abbiamo allestito una sala del Museo ebraico di Ferrara».

Avete portato dei burattini in un museo che racconta l’Olocausto?

«Il Meis, più che altro, spiega la vita degli ebrei nella società italiana. Noi ci siamo proposti per raccontare in un altro modo la quotidianità della vita nel ghetto, precisamente quella in via Mazzini; il nostro progetto è piaciuto e così ci hanno affidato l’allestimento».

In cosa consiste?

«Abbiamo realizzato delle baracche di burattini su cui sono state sovrapposte le fotografie dei palazzi, negozi, portoni dell’epoca. Poi abbiamo chiesto informazioni sui personaggi più noti della strada e li abbiamo riprodotti con i burattini. All’inaugurazione della sala, che sarà visitabile fino al 27 settembre, è venuto anche il proprietario di uno dei negozi rappresentati: si è commosso nel ritrovare l’anima del suo emporio».

E a Reggio, invece, cosa state sperimentando?

«Stiamo per concludere il corso “Il teatro di animazione come strumento di intervento in ambito educativo, sociale e medico-sanitario”, realizzato con l’università di Reggio e Modena e Reggio Children, per sviluppare le potenzialità educative, sociali e sociosanitarie del teatro di figura. Questo momento di scambio è solo il primo passo, l’obiettivo finale è quello di formare operatori che possano gestire progetti di questo tipo».

Tralasciando l’aspetto educativo, forse il più naturale, in che modo i burattini potrebbero essere usati in ambito sociale?

«Da anni, in Sardegna, Mauro Sarzi organizza laboratori e spettacoli con ragazzi emigrati che provengono da paesi diversi e hanno lingue e culture differenti, noi vorremmo fare lo stesso qui. L’integrazione può essere raggiunta anche attraverso i racconti di storie e la costruzione di burattini. Anzi, sul pupazzo ognuno può proiettare la propria storia liberandosi della paura del giudizio degli altri».

E per quel che riguarda il settore socio-sanitario?

«Questo è il traguardo forse più complicato da raggiungere, in termini di preparazione e risorse. Ma l’obiettivo sarebbe quello di usare il linguaggio del teatro di figura negli ospedali, per esempio a supporto dei bambini malati. Con i burattini si potrebbe parlare ai bambini, spiegare loro terapie difficili da comprendere, o più semplicemente distrarli e farli sentire meno soli nei momenti di maggiore difficoltà, come quelli della malattia».

E per quel che riguarda la valorizzazione della tradizione, al di là dell’esposizione dei burattini di Otello nella nuova sede di Corte Tegge, che progetti avete?

«Insieme alla Fondazione Rossi Salvemini di Firenze e alla onlus di Mauro Sarzi in Sardegna, abbiamo iniziato un percorso di ricerca storica su Ernesto Rossi, firmatario del Manifesto per l’Europa, che prima di finire in prigione a Ventotene era un burattinaio. Metteremo in scena il suo pensiero usando i suoi burattini. La prima uscita sarà probabilmente in autunno a Ventotene, dove sarà allestita anche una mostra, poi ci sposteremo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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