Ascanio Celestini in scena per i Martiri del 7 Luglio
di Giulia Bassi
In piazza Prampolini lo spettacolo “Che fine hanno fatto gli indiani Pueblo?” «È la storia di persone marginali, come lo erano gli operai negli anni Sessanta»
4 MINUTI DI LETTURA
REGGIO EMILIA. Le celebrazioni per i martiri di piazza della Vittoria, a cui è stata dedicata piazza Martiri del 7 Luglio, prevedono quest’anno un ospite d’eccezione, un attore che per la sua straordinaria capacità narrativa è diventato tra i più amati e popolari: si tratta di Ascanio Celestini, che per l’occasione torna a Reggio dopo alcuni anni di assenza.
Il suo recital – che andrà in scena questa sera in piazza Prampolini alle ore 21.30 – ha il titolo racchiuso in una frase “Che fine hanno fatto gli indiani Pueblo? Storia provvisoria di un giorno di pioggia” ed è realizzato in collaborazione con Cgil e Istoreco. Si tratta di un racconto scritto a quattro mani insieme a Gianluca Casadei (suono Andrea Pesce. Produzione Fabbrica srl), per un evento a ingresso libero promosso e curato da Arci.
Più precisamente è il secondo capitolo di una trilogia iniziata l’anno scorso con lo spettacolo “Laika” e destinata a concludersi nei prossimi anni. Delicato quanto profondo, il modo di narrare di Ascanio Celestini non dipinge ma scolpisce, tanto va a fondo. Ecco ad esempio l’incipit della pièce. «Questa è la storia di un giorno di pioggia. Questa è la storia di una barbona che non chiede l’elemosina e di uno zingaro di otto anni, della barista che guadagna con le slot machine e di un facchino africano, ma anche di un vecchio che chiamano Giobbe. Questa è la storia del Cinese, di una madre che fa la zuppa liofilizzata, e di un paio di padri di cui non conosco il nome. Questa è la storia di una giovane donna che fa la cassiera al supermercato e delle persone che incontra».
Ascanio Celestini è maestro nel dimostrare che i linguaggi dell’arte e della cultura sono il tramite con il quale stimolare riflessioni su temi cardine della società e lo fa magistralmente anche questa volta.
In sostanza, Celestini, che cosa racconta Pueblo?
«Narra di una periferia, di un supermercato, dei facchini di una prostituta, insomma delle persone marginali di cui ci interessiamo solo quando succede qualcosa, diversamente io penso a queste storie prima che capiti qualche scandalo. Succede come nelle grandi opere filosofiche, in cui prevale l’interesse per la condizione umana in generale».
Qual è il nesso con la ricorrenza dei martiri del 7 luglio?
«Sta nel fatto che oggi per noi gli operai sono delle figure sociali di cui raccontiamo e che rispettiamo, ma in quegli anni (prima degli anni Sessanta) non era così: gli operai non erano considerati soprattutto se comunisti… figuriamoci. Tuttavia a proposito di quei morti nella città di Reggio fin da subito vi era consapevolezza di cosa volessero rappresentare, convinzione che non sussisteva nel resto del paese. E così le forze dell’ordine li potevano uccidere, diciamo tranquillamente, in mezzo alla strada».
Lei, oramai vent’anni fa, ha fatto amare questa forma di teatro basata sulla narrazione. Come si spiega il suo successo?
«Fare teatro in questo modo significa accorciare la distanza con lo spettatore. Già in passato lo si era fatto tra l’autore e l’attore: penso ad esempio a Dario Fo e a Eduardo De Filippo. E poi si è fatto tra l’attore e spettatore togliendo i fronzoli del teatro per tenere soltanto le parti assolutamente indispensabili: l’attore, una sedia, quattro lampadine...».
E bastano questi pochi oggetti?
«Sì, perché realmente chi costruisce lo spettacolo con la sua scenografia è lo spettatore: l’attore dà soltanto delle indicazioni».
Quindi il suo teatro di narrazione propone un ribaltamento dei soggetti…
«Il teatro non è per forza il luogo dove viene fatto lo spettacolo, ma dovunque può essere messo a disposizione quello che solitamente è offerto nella sala deputata. Parimenti, quello che lo spettatore vede non è quello che succede, ma è vero quello che immagina…».
E d’altra parte lei si è esibito in alcuni dei luoghi più impensabili al mondo...
«Già. Ad esempio in mezzo al mare a La Spezia o sotto terra in alcune cave che sono servire da rifugio durante la guerra; e ancora in treno per lo Sponz Fest, il festival organizzato da Vinicio Capossela in Irpinia».
Torniamo allo spettacolo di questa sera, chi sono gli indiani Pueblo?
«Un popolo che faceva la danza della pioggia non tanto per poter aiutare l’agricoltura, per poter aumentare il raccolto e ottenere più frutti, ma per chiamare gli antenati facendoli passare attraverso la terra. Gli indiani Pueblo erano delle persone vere che tornavano per raccontare il loro legame con il passato».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Il suo recital – che andrà in scena questa sera in piazza Prampolini alle ore 21.30 – ha il titolo racchiuso in una frase “Che fine hanno fatto gli indiani Pueblo? Storia provvisoria di un giorno di pioggia” ed è realizzato in collaborazione con Cgil e Istoreco. Si tratta di un racconto scritto a quattro mani insieme a Gianluca Casadei (suono Andrea Pesce. Produzione Fabbrica srl), per un evento a ingresso libero promosso e curato da Arci.
Più precisamente è il secondo capitolo di una trilogia iniziata l’anno scorso con lo spettacolo “Laika” e destinata a concludersi nei prossimi anni. Delicato quanto profondo, il modo di narrare di Ascanio Celestini non dipinge ma scolpisce, tanto va a fondo. Ecco ad esempio l’incipit della pièce. «Questa è la storia di un giorno di pioggia. Questa è la storia di una barbona che non chiede l’elemosina e di uno zingaro di otto anni, della barista che guadagna con le slot machine e di un facchino africano, ma anche di un vecchio che chiamano Giobbe. Questa è la storia del Cinese, di una madre che fa la zuppa liofilizzata, e di un paio di padri di cui non conosco il nome. Questa è la storia di una giovane donna che fa la cassiera al supermercato e delle persone che incontra».
Ascanio Celestini è maestro nel dimostrare che i linguaggi dell’arte e della cultura sono il tramite con il quale stimolare riflessioni su temi cardine della società e lo fa magistralmente anche questa volta.
In sostanza, Celestini, che cosa racconta Pueblo?
«Narra di una periferia, di un supermercato, dei facchini di una prostituta, insomma delle persone marginali di cui ci interessiamo solo quando succede qualcosa, diversamente io penso a queste storie prima che capiti qualche scandalo. Succede come nelle grandi opere filosofiche, in cui prevale l’interesse per la condizione umana in generale».
Qual è il nesso con la ricorrenza dei martiri del 7 luglio?
«Sta nel fatto che oggi per noi gli operai sono delle figure sociali di cui raccontiamo e che rispettiamo, ma in quegli anni (prima degli anni Sessanta) non era così: gli operai non erano considerati soprattutto se comunisti… figuriamoci. Tuttavia a proposito di quei morti nella città di Reggio fin da subito vi era consapevolezza di cosa volessero rappresentare, convinzione che non sussisteva nel resto del paese. E così le forze dell’ordine li potevano uccidere, diciamo tranquillamente, in mezzo alla strada».
Lei, oramai vent’anni fa, ha fatto amare questa forma di teatro basata sulla narrazione. Come si spiega il suo successo?
«Fare teatro in questo modo significa accorciare la distanza con lo spettatore. Già in passato lo si era fatto tra l’autore e l’attore: penso ad esempio a Dario Fo e a Eduardo De Filippo. E poi si è fatto tra l’attore e spettatore togliendo i fronzoli del teatro per tenere soltanto le parti assolutamente indispensabili: l’attore, una sedia, quattro lampadine...».
E bastano questi pochi oggetti?
«Sì, perché realmente chi costruisce lo spettacolo con la sua scenografia è lo spettatore: l’attore dà soltanto delle indicazioni».
Quindi il suo teatro di narrazione propone un ribaltamento dei soggetti…
«Il teatro non è per forza il luogo dove viene fatto lo spettacolo, ma dovunque può essere messo a disposizione quello che solitamente è offerto nella sala deputata. Parimenti, quello che lo spettatore vede non è quello che succede, ma è vero quello che immagina…».
E d’altra parte lei si è esibito in alcuni dei luoghi più impensabili al mondo...
«Già. Ad esempio in mezzo al mare a La Spezia o sotto terra in alcune cave che sono servire da rifugio durante la guerra; e ancora in treno per lo Sponz Fest, il festival organizzato da Vinicio Capossela in Irpinia».
Torniamo allo spettacolo di questa sera, chi sono gli indiani Pueblo?
«Un popolo che faceva la danza della pioggia non tanto per poter aiutare l’agricoltura, per poter aumentare il raccolto e ottenere più frutti, ma per chiamare gli antenati facendoli passare attraverso la terra. Gli indiani Pueblo erano delle persone vere che tornavano per raccontare il loro legame con il passato».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
