IL TEATRO DEL MAGGIO
di ANDREA MELOSI
NIENTE PALCHI NÉ RIFLETTORI, BASTANO UN PRATO E LA FANTASIA
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Niente palcoscenici e riflettori. Né tanto meno fasci laser, effetti speciali, megaschermi. Solo uno spazio di terra battuta dove un tempo c’era una carbonaia, al massimo un prato ombreggiato sotto un castagneto.
La scenografia, la “location” di una delle forme teatrali popolari più antiche è tutta qui. Si chiama Teatro del Maggio e trova il suo principale luogo di origine e diffusione lungo i versanti dell’Appennino emiliano e toscano. Nel Reggiano la capitale riconosciuta è Villa Minozzo, sede anche di un ricco e suggestivo museo a tema, che in questi giorni e fino alla fine di agosto ospita una buona fetta della 39esima rassegna dedicata a questa particolare forma teatrale che unisce la prosa al canto. Anzi, dove il canto in forma epica e melodrammatica ha il ruolo predominante, tanto che per farla breve si dice “andare a Cantar Maggio...”.
Lo spettacolo del Maggio utilizza testi composti esclusivamente di quartine, sestine, ottave e “sonetti” ed è tutto cantato dai diversi interpreti. Nel Maggio la musica accompagna l’intero svolgimento dello spettacolo. È di due tipi: vocale e strumentale. La parte vocale è quella più propriamente narrativa. Un’orchestrina (di solito composta da violino, fisarmonica e chitarra) consente di mantenere una tonalità unica, dal principio dello spettacolo alla fine, intervenendo tra una strofa e l’altra con motivi che discendono dalla tradizione e che sono sempre i medesimi, per intervallare la quartina, la strofa più usata. Quelli per la sestina, ottava e sonetto sono utilizzati nei momenti salienti e toccanti della rappresentazione e possono variare.
Nella brevissima pausa tra una scena e l’altra, l’orchestrina interviene anche con brani moderni: valzer, mazurche e polke. Aggiunti nel secolo scorso, in omaggio al melodramma, hanno il compito di spezzare l’andamento monotono del racconto. Sottolineano, in genere, i momenti di maggior pathos o servono per introdurre la festa che conclude il dramma, sotto forma di coro. Anche se possono variare secondo le indicazioni dell’autore o di chi cura la parte musicale, esistono alcuni motivi che sono entrati nella tradizione del Maggio.
Lo spettacolo si svolge esclusivamente all’aperto, preferibilmente in una radura, ai margini del castagneto o del bosco, vicino al paese. Ma anche in un’aia o in una piazza. Le scene del componimento si dipanano al centro dello spiazzo, ove la compagnia arriva in “processione”, due per due, al suono di una marcia dell’orchestrina.
Gli interpreti, dopo i due obbligatori giri (anche dette rotonde) del “campo dè majo”, si sistemano nei padiglioni recanti l’indicazione del castello, della città o dello stato ove risiedono, in attesa dell’entrata in scena, quando sarà il loro turno, regolato da suggeritori-registi o dallo stesso direttore artistico.
Tutto intorno è disposto il pubblico. Ogni Maggio ha la sua “protasi” (ma chiamiamola pure prologo) e il Paggio (un tempo interpretato solo da fanciulli maschi oggi anche fanciulle), in apertura, la canta con enfasi, festosamente investito della sua parte importante. Si susseguono, senza soluzione di continuità, le varie scene previste dal copione che gli attori hanno provato e riprovato sotto la direzione del regista capomaggio e del suo o dei suoi aiuti. Conclusa la recitazione il “maggerino” (così sul versante reggiano dell’Appennino viene chiamato l’attore del Maggio) rientra nel suo padiglione e può tranquillamente fumarsi una sigaretta – se fumatore – o bersi un bicchiere di vino, perché si considera ormai dietro le quinte.
Gli elementi scenici del Maggio sono volutamente ridotti all’essenziale: quattro frasche piantate nel terreno possono liberamente indicare un giardino, un bosco, una foresta impenetrabile. Un telo azzurro disteso sullo spiazzo rappresenta un fiume.
Nello spettacolo del Maggio, infatti, la fantasia supplisce sempre alla realtà scenica anche più avanzata e lo spettatore potrà immaginare il fiume a lui noto, il castello che ha visitato, la città che ha conosciuto. Su questi elementi, facili da comprendere per chi ha familiarità con questo genere di teatro, lo spettacolo prende forma e sostanza.
Allo spettatore, anche occasionale, non sfuggiranno tre fondamentali caratteristiche della recitazione: la gestualità, l’espressività degli interpreti e l’ampiezza della scena che non conosce limiti, a guisa della nostra fantasia.
Domenica l’appuntamento è a Gazzano di Villa Minozzo con la Compagnia maggistica Le Due Valli che canterà “Amore amaro” di Nello Felici (per informazioni: 349-0678998).
©RIPRODUZIONE RISERVATA
La scenografia, la “location” di una delle forme teatrali popolari più antiche è tutta qui. Si chiama Teatro del Maggio e trova il suo principale luogo di origine e diffusione lungo i versanti dell’Appennino emiliano e toscano. Nel Reggiano la capitale riconosciuta è Villa Minozzo, sede anche di un ricco e suggestivo museo a tema, che in questi giorni e fino alla fine di agosto ospita una buona fetta della 39esima rassegna dedicata a questa particolare forma teatrale che unisce la prosa al canto. Anzi, dove il canto in forma epica e melodrammatica ha il ruolo predominante, tanto che per farla breve si dice “andare a Cantar Maggio...”.
Lo spettacolo del Maggio utilizza testi composti esclusivamente di quartine, sestine, ottave e “sonetti” ed è tutto cantato dai diversi interpreti. Nel Maggio la musica accompagna l’intero svolgimento dello spettacolo. È di due tipi: vocale e strumentale. La parte vocale è quella più propriamente narrativa. Un’orchestrina (di solito composta da violino, fisarmonica e chitarra) consente di mantenere una tonalità unica, dal principio dello spettacolo alla fine, intervenendo tra una strofa e l’altra con motivi che discendono dalla tradizione e che sono sempre i medesimi, per intervallare la quartina, la strofa più usata. Quelli per la sestina, ottava e sonetto sono utilizzati nei momenti salienti e toccanti della rappresentazione e possono variare.
Nella brevissima pausa tra una scena e l’altra, l’orchestrina interviene anche con brani moderni: valzer, mazurche e polke. Aggiunti nel secolo scorso, in omaggio al melodramma, hanno il compito di spezzare l’andamento monotono del racconto. Sottolineano, in genere, i momenti di maggior pathos o servono per introdurre la festa che conclude il dramma, sotto forma di coro. Anche se possono variare secondo le indicazioni dell’autore o di chi cura la parte musicale, esistono alcuni motivi che sono entrati nella tradizione del Maggio.
Lo spettacolo si svolge esclusivamente all’aperto, preferibilmente in una radura, ai margini del castagneto o del bosco, vicino al paese. Ma anche in un’aia o in una piazza. Le scene del componimento si dipanano al centro dello spiazzo, ove la compagnia arriva in “processione”, due per due, al suono di una marcia dell’orchestrina.
Gli interpreti, dopo i due obbligatori giri (anche dette rotonde) del “campo dè majo”, si sistemano nei padiglioni recanti l’indicazione del castello, della città o dello stato ove risiedono, in attesa dell’entrata in scena, quando sarà il loro turno, regolato da suggeritori-registi o dallo stesso direttore artistico.
Tutto intorno è disposto il pubblico. Ogni Maggio ha la sua “protasi” (ma chiamiamola pure prologo) e il Paggio (un tempo interpretato solo da fanciulli maschi oggi anche fanciulle), in apertura, la canta con enfasi, festosamente investito della sua parte importante. Si susseguono, senza soluzione di continuità, le varie scene previste dal copione che gli attori hanno provato e riprovato sotto la direzione del regista capomaggio e del suo o dei suoi aiuti. Conclusa la recitazione il “maggerino” (così sul versante reggiano dell’Appennino viene chiamato l’attore del Maggio) rientra nel suo padiglione e può tranquillamente fumarsi una sigaretta – se fumatore – o bersi un bicchiere di vino, perché si considera ormai dietro le quinte.
Gli elementi scenici del Maggio sono volutamente ridotti all’essenziale: quattro frasche piantate nel terreno possono liberamente indicare un giardino, un bosco, una foresta impenetrabile. Un telo azzurro disteso sullo spiazzo rappresenta un fiume.
Nello spettacolo del Maggio, infatti, la fantasia supplisce sempre alla realtà scenica anche più avanzata e lo spettatore potrà immaginare il fiume a lui noto, il castello che ha visitato, la città che ha conosciuto. Su questi elementi, facili da comprendere per chi ha familiarità con questo genere di teatro, lo spettacolo prende forma e sostanza.
Allo spettatore, anche occasionale, non sfuggiranno tre fondamentali caratteristiche della recitazione: la gestualità, l’espressività degli interpreti e l’ampiezza della scena che non conosce limiti, a guisa della nostra fantasia.
Domenica l’appuntamento è a Gazzano di Villa Minozzo con la Compagnia maggistica Le Due Valli che canterà “Amore amaro” di Nello Felici (per informazioni: 349-0678998).
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