«Vi dico io chi è che ha chiuso il Lime Theater»
di ROBERTO MEGLIOLI
Roberto Meglioli, fra scuse ai reggiani e accuse per la fine dell’esperienza alle Fiere
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Riceviamo dal responsabile di Medials Live questa lettera aperta.
di ROBERTO MEGLIOLI
Chiedo scusa a tutti. Chiedo scusa per avere realizzato tra mille difficoltà e diffidenze il Lime Theater all’interno del Padiglione D delle Fiere di Reggio Emilia. Chiedo scusa per avere messo in pratica tutto ciò che definisce una città come bella, accogliente, vivace, attiva e creativa; che ha voglia e bisogno di intrattenimento di alta qualità, almeno pari alla qualità espressa dal lavoro dei suoi abitanti. Chiedo scusa per avere tirato fuori da un capannone vuoto e disadorno nel mezzo del nulla un luogo; un luogo di luce e di piacere, di pensiero e di svago, di socialità e di conoscenza. Chiedo scusa per avere fatto un’opera di riqualificazione urbana coinvolgendo i professionisti, gli artigiani, i giovani più competenti, capaci ed appassionati della mia città.
Chiedo scusa per avere accolto con garbo e gentilezza, in un posto prima anonimo, migliaia di persone – abili e superabili – fornendo loro l’opportunità di assistere a tanti nuovi eventi che Reggio non avrebbe potuto ospitare e che hanno fatto diventare il Lime Theater perno dell’espressione di arte e musica in soli 40 giorni. Caso di rilevanza nazionale per concezione e realizzazione.
Chiedo scusa per avere dato consistenza fisica e sociale al concetto di innovazione, di riuso, di riqualificazione urbana di cui son piene le interviste, le dichiarazioni e le delibere. Nessun amministratore però si è presentato al Lime Theater, che di teatri se ne inaugurano tutti i giorni.
Fatte le scuse, devo ringraziare le migliaia di persone che hanno conosciuto, apprezzato e sostenuto il Lime Theater sopra ogni aspettativa e che ci hanno manifestato tanto affetto e solidarietà. A favore del Lime Theater si sono pronunciate oltre 3.000 persone, cittadini ed elettori di Reggio e fuori Reggio, compresi scrittori e giornalisti, medici e infermieri, professionisti e operai, intellettuali e artisti, muratori e manovali. Nessuno, che io sappia, si è detto contrario. Per la continuazione del progetto Lime Theater si è espressa pressoché tutta la comunità artistica, culturale e intellettuale della provincia; tranne quella assistita, ça va sans dire.
Hanno pubblicamente espresso il loro apprezzamento per il teatro e il loro disappunto per la sua chiusura musicisti e produttori reggiani di caratura mondiale come Andrea Griminelli e Benny Benassi. Anche il sindaco di Reggio Luca Vecchi e il sottosegretario alla Presidenza della Regione Emilia-Romagna Andrea Rossi si sono espressi con parole di elogio.
Inutilmente: i riferimenti dell’organizzazione in forma cooperativa denominata la Bussola Scrl sono altri. Nonostante la mozione del consiglio comunale con richiesta alla Giunta di individuare le soluzioni, si è lasciato che si potesse porre termine a un progetto di eccellenza.
La narrazione che la pubblica amministrazione non può intervenire perché si tratta di contratti tra privati, fa pubblicamente schiantare dal ridere. Evidentemente coloro che faranno e gestiranno l’arena al campovolo sono privati di un’altra marca.
Con la scusa di una pretesa programmazione di manifestazioni fieristiche il presidente e il consiglio di amministrazione della Bussola hanno preferito chiudere la sola cosa bella dentro quei capannoni.
I dirigenti di Bussola – una coop sociale con circa 150 soci – sono: Giordano Rodolfi, presidente e legale rappresentante. Cinzia Cagni, vicepresidente, e poi i consiglieri Marco Barbieri, Luca Ferrari, Moreno Rodolfi, Savio Bertoncini, Pierluigi Saccardi (un consigliere comunale e provinciale in carica). Sotto la direzione di progetto di Marco Bertolotti. Questi sono i responsabili della chiusura del Lime Theater.
Negli almeno 9 mesi di “progetto e studio” delle iniziative da fare alla fiera questi signori hanno saputo produrre il nulla. Hanno perseguito e causato la chiusura del Lime Theater senza motivo (perché le motivazioni pubblicamente addotte son risultate essere tutte inconsistenti) con danno gravissimo per la collettività, ovvero per la valorizzazione del quartiere fieristico che è un bene di proprietà pubblica, non privata.
Intanto hanno prodotto il più grande evento fieristico e culturale mai fatto né pensato dal dopoguerra a oggi: la presentazione in una saletta asettica e disadorna di un libro di Enrico Letta. Wow.
La gravità della vicenda del Lime Theater non è un fatto che si può dimenticare o far passare in sordina; i fatti di questi mesi non corrispondono di certo ai valori della cooperazione, soprattutto non corrispondono ai valori ed all’identità della nostra terra e dei suoi cittadini.
La quantità e la qualità di promesse è tale per cui un nuovo Collodi avrà materiale da cui attingere per un romanzo praticamente infinito. Nessuno ha capito perché quest’organizzazione in forma cooperativa abbia voluto occuparsi di attività ad essa totalmente ignote.
Il dejà-vu di una manifestazione equina, di basso di gamma annunciata per settembre, per ovvie ragioni non può sopportare la presenza di attività culturali. La locandina di presentazione dice che l’equina è fatta in collaborazione con il Comune di Reggio Emilia. Chiedo pubblicamente all’amministrazione cosa vuol dire e in cosa si sostanzi la “collaborazione” e se ne sia al corrente. Del progetto io ho solo capito che la noncuranza per le attività culturali è massima, totale.
Ci è stato raccontato – ma soprattutto è stato raccontato ai creditori di Reggio Emilia Fiere, agli enti proprietari, alla cittadinanza e alle autorità, sindaco e presidente della Provincia inclusi – che le attività fieristiche dovevano essere prevalenti, da salvaguardare e potenziare.
Il flessibilissimo e apprezzatissimo Lime Theater era il solo unico ostacolo alle radiose prospettive del padiglione D.
Ora nessun progetto, nessuna idea, solo il vuoto sottovuoto spinto. Nessuna pratica di valorizzazione, solo silenzio e quiete.
Non credo tocchi a me chiedere conto di tanto pressapochismo. Nessuno che si preoccupa?
Le istituzioni han nulla da dire?
Ho letto recentemente che il direttore di progetto sta raccogliendo idee da sottoporre all’avvocato Tiziana Volta, curatore fallimentare per conto del Tribunale, per i prossimi 3 o 4 anni.
Si diano pace lui e loro, inizino a riempire gli scatoloni: da lì se ne devono andare al più tardi il 31 dicembre.
Al Padiglione D deve tornare il Lime Theater, che è un progetto di Medials Live come stabilito dai contratti e soprattutto dalla legge.
Potremmo farlo già a ottobre. Noi sì con progetti, idee e attività. La creatività e la capacità organizzativa non s’imparano sul bignami o con un tutorial; si acquisiscono con studio, passione, costanza, esperienza; col duro lavoro e con tanti tanti tanti sacrifici.
Scendo nel banale: nella nostra città ci può essere posto per tutti, ma trovo necessario e giusto che in primis ci sia spazio per tutti quelli capaci e competenti. Che vi sia spazio per professionalità ed efficienza, per chi genera sviluppo con talento, perizia, etica, merito e creatività. Valori che creano valore.
Anche la tolleranza di palesi conflitti di interesse si deve fare a meno, per non abituarsi. In mancanza di buon senso e/o di azioni che riconducano al buon senso dobbiamo rivolgerci al giudice, perché siamo certi delle nostre ragioni e possiamo facilmente documentare il danno subito e fatto subire. Chi c’è, c’è.
Quello di cui non sono più certo sono i valori su cui si fonda la comunità di Reggio Emilia, o meglio buona parte della sua classe dirigente.
Valori pubblicamente reclamati, declamati e sbandierati e privatamente regolarmente traditi senza onta.
Mi chiedo e chiedo: come abbiamo fatto a lasciare che si arrivasse sino a qui?
di ROBERTO MEGLIOLI
Chiedo scusa a tutti. Chiedo scusa per avere realizzato tra mille difficoltà e diffidenze il Lime Theater all’interno del Padiglione D delle Fiere di Reggio Emilia. Chiedo scusa per avere messo in pratica tutto ciò che definisce una città come bella, accogliente, vivace, attiva e creativa; che ha voglia e bisogno di intrattenimento di alta qualità, almeno pari alla qualità espressa dal lavoro dei suoi abitanti. Chiedo scusa per avere tirato fuori da un capannone vuoto e disadorno nel mezzo del nulla un luogo; un luogo di luce e di piacere, di pensiero e di svago, di socialità e di conoscenza. Chiedo scusa per avere fatto un’opera di riqualificazione urbana coinvolgendo i professionisti, gli artigiani, i giovani più competenti, capaci ed appassionati della mia città.
Chiedo scusa per avere accolto con garbo e gentilezza, in un posto prima anonimo, migliaia di persone – abili e superabili – fornendo loro l’opportunità di assistere a tanti nuovi eventi che Reggio non avrebbe potuto ospitare e che hanno fatto diventare il Lime Theater perno dell’espressione di arte e musica in soli 40 giorni. Caso di rilevanza nazionale per concezione e realizzazione.
Chiedo scusa per avere dato consistenza fisica e sociale al concetto di innovazione, di riuso, di riqualificazione urbana di cui son piene le interviste, le dichiarazioni e le delibere. Nessun amministratore però si è presentato al Lime Theater, che di teatri se ne inaugurano tutti i giorni.
Fatte le scuse, devo ringraziare le migliaia di persone che hanno conosciuto, apprezzato e sostenuto il Lime Theater sopra ogni aspettativa e che ci hanno manifestato tanto affetto e solidarietà. A favore del Lime Theater si sono pronunciate oltre 3.000 persone, cittadini ed elettori di Reggio e fuori Reggio, compresi scrittori e giornalisti, medici e infermieri, professionisti e operai, intellettuali e artisti, muratori e manovali. Nessuno, che io sappia, si è detto contrario. Per la continuazione del progetto Lime Theater si è espressa pressoché tutta la comunità artistica, culturale e intellettuale della provincia; tranne quella assistita, ça va sans dire.
Hanno pubblicamente espresso il loro apprezzamento per il teatro e il loro disappunto per la sua chiusura musicisti e produttori reggiani di caratura mondiale come Andrea Griminelli e Benny Benassi. Anche il sindaco di Reggio Luca Vecchi e il sottosegretario alla Presidenza della Regione Emilia-Romagna Andrea Rossi si sono espressi con parole di elogio.
Inutilmente: i riferimenti dell’organizzazione in forma cooperativa denominata la Bussola Scrl sono altri. Nonostante la mozione del consiglio comunale con richiesta alla Giunta di individuare le soluzioni, si è lasciato che si potesse porre termine a un progetto di eccellenza.
La narrazione che la pubblica amministrazione non può intervenire perché si tratta di contratti tra privati, fa pubblicamente schiantare dal ridere. Evidentemente coloro che faranno e gestiranno l’arena al campovolo sono privati di un’altra marca.
Con la scusa di una pretesa programmazione di manifestazioni fieristiche il presidente e il consiglio di amministrazione della Bussola hanno preferito chiudere la sola cosa bella dentro quei capannoni.
I dirigenti di Bussola – una coop sociale con circa 150 soci – sono: Giordano Rodolfi, presidente e legale rappresentante. Cinzia Cagni, vicepresidente, e poi i consiglieri Marco Barbieri, Luca Ferrari, Moreno Rodolfi, Savio Bertoncini, Pierluigi Saccardi (un consigliere comunale e provinciale in carica). Sotto la direzione di progetto di Marco Bertolotti. Questi sono i responsabili della chiusura del Lime Theater.
Negli almeno 9 mesi di “progetto e studio” delle iniziative da fare alla fiera questi signori hanno saputo produrre il nulla. Hanno perseguito e causato la chiusura del Lime Theater senza motivo (perché le motivazioni pubblicamente addotte son risultate essere tutte inconsistenti) con danno gravissimo per la collettività, ovvero per la valorizzazione del quartiere fieristico che è un bene di proprietà pubblica, non privata.
Intanto hanno prodotto il più grande evento fieristico e culturale mai fatto né pensato dal dopoguerra a oggi: la presentazione in una saletta asettica e disadorna di un libro di Enrico Letta. Wow.
La gravità della vicenda del Lime Theater non è un fatto che si può dimenticare o far passare in sordina; i fatti di questi mesi non corrispondono di certo ai valori della cooperazione, soprattutto non corrispondono ai valori ed all’identità della nostra terra e dei suoi cittadini.
La quantità e la qualità di promesse è tale per cui un nuovo Collodi avrà materiale da cui attingere per un romanzo praticamente infinito. Nessuno ha capito perché quest’organizzazione in forma cooperativa abbia voluto occuparsi di attività ad essa totalmente ignote.
Il dejà-vu di una manifestazione equina, di basso di gamma annunciata per settembre, per ovvie ragioni non può sopportare la presenza di attività culturali. La locandina di presentazione dice che l’equina è fatta in collaborazione con il Comune di Reggio Emilia. Chiedo pubblicamente all’amministrazione cosa vuol dire e in cosa si sostanzi la “collaborazione” e se ne sia al corrente. Del progetto io ho solo capito che la noncuranza per le attività culturali è massima, totale.
Ci è stato raccontato – ma soprattutto è stato raccontato ai creditori di Reggio Emilia Fiere, agli enti proprietari, alla cittadinanza e alle autorità, sindaco e presidente della Provincia inclusi – che le attività fieristiche dovevano essere prevalenti, da salvaguardare e potenziare.
Il flessibilissimo e apprezzatissimo Lime Theater era il solo unico ostacolo alle radiose prospettive del padiglione D.
Ora nessun progetto, nessuna idea, solo il vuoto sottovuoto spinto. Nessuna pratica di valorizzazione, solo silenzio e quiete.
Non credo tocchi a me chiedere conto di tanto pressapochismo. Nessuno che si preoccupa?
Le istituzioni han nulla da dire?
Ho letto recentemente che il direttore di progetto sta raccogliendo idee da sottoporre all’avvocato Tiziana Volta, curatore fallimentare per conto del Tribunale, per i prossimi 3 o 4 anni.
Si diano pace lui e loro, inizino a riempire gli scatoloni: da lì se ne devono andare al più tardi il 31 dicembre.
Al Padiglione D deve tornare il Lime Theater, che è un progetto di Medials Live come stabilito dai contratti e soprattutto dalla legge.
Potremmo farlo già a ottobre. Noi sì con progetti, idee e attività. La creatività e la capacità organizzativa non s’imparano sul bignami o con un tutorial; si acquisiscono con studio, passione, costanza, esperienza; col duro lavoro e con tanti tanti tanti sacrifici.
Scendo nel banale: nella nostra città ci può essere posto per tutti, ma trovo necessario e giusto che in primis ci sia spazio per tutti quelli capaci e competenti. Che vi sia spazio per professionalità ed efficienza, per chi genera sviluppo con talento, perizia, etica, merito e creatività. Valori che creano valore.
Anche la tolleranza di palesi conflitti di interesse si deve fare a meno, per non abituarsi. In mancanza di buon senso e/o di azioni che riconducano al buon senso dobbiamo rivolgerci al giudice, perché siamo certi delle nostre ragioni e possiamo facilmente documentare il danno subito e fatto subire. Chi c’è, c’è.
Quello di cui non sono più certo sono i valori su cui si fonda la comunità di Reggio Emilia, o meglio buona parte della sua classe dirigente.
Valori pubblicamente reclamati, declamati e sbandierati e privatamente regolarmente traditi senza onta.
Mi chiedo e chiedo: come abbiamo fatto a lasciare che si arrivasse sino a qui?
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