Gazzetta di Reggio

Le Reggiane Ali e vittime della guerra

Le Reggiane Ali e vittime della guerra

La fine della fabbrica sotto le bombe Da domani in edicola con la Gazzetta

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Dopo il suo Reggiane. Cronache di una grande fabbrica italiana (Aliberti compagnia editoriale, 2016) in cui è stata compiuta una prima ricognizione panoramica delle vicende della grande industria reggiana, con questo nuovo lavoro si entra nel vivo della storia e delle problematiche legate allo snodo forse decisivo: il periodo bellico nel corso del quale le Reggiane toccarono l’apogeo della propria fortuna e precipitarono nel baratro della distruzione, premessa drammatica alla loro fine. Per una fabbrica che ha rappresentato tanto nella storia della città e del suo territorio, gli anni della guerra fascista (1940-1945) segnano infatti la maturazione di tutte le complessità e di tutte le debolezze intrinseche dell’azienda che, paradossalmente, se dalla guerra trasse la sua massima fortuna economica (come già era avvenuto, seppur in misura minore, nel corso del primo conflitto) dalla stessa guerra fu condotta sul percorso che avrebbe portato alla sua liquidazione.

In questa ricerca il confronto accurato con le fonti archivistiche consente di precisare (se non in certi casi di ribaltare) una serie di luoghi comuni accumulatisi nel corso dei decenni. Primo fra tutti quello, più volte ripetuto in maniera sommaria, di “Reggiane fabbrica di pace”: l’azienda visse i momenti economicamente più floridi solo grazie alle diverse produzioni belliche (settore avio e produzione armamenti) e la crisi, già innescata dalle distruzioni dei bombardamenti alleati, precipitò nel momento in cui le lucrose commesse belliche vennero a cessare nell’Italia sconfitta dell’immediata dopoguerra. Le Reggiane avevano potuto diventare azienda leader a livello nazionale (e non solo) solo grazie a quella produzione aeronautica che i trattati di pace avevano poi severamente vietato. Ogni possibile riconversione produttiva sarebbe rimasta così un’ipotesi difficilmente percorribile, come poi i fatti avrebbero confermato. Un altro versante della ricerca chiarisce in maniera inequivocabile anche l’inconsistenza del fenomeno della tante volte citata “deportazione” della manodopera della fabbrica, ridotta a un limitato trasferimento (pur in condizioni contrattuali discutibili) di tecnici destinati a seguire la manutenzione tecnica di velivoli utilizzati dall’“alleato-nemico” tedesco dopo l’occupazione del settembre 1943. Ma il saggio ci dice molto di più sia sull’Italia che entra in guerra con una impreparazione al limite del grottesco (si veda il rifiuto a fornire difesa antiaerea da parte del Ministero) che sulla difficile collaborazione con lo sforzo bellico tedesco, dove l’impreparazione e l’arretratezza organizzativa industriale dell’azienda, aggravata dalla forzata delocalizzazione di impianti e manodopera, verrà poi spacciata come una forma di “resistenza” in una interessante “cronistoria… aggiustata” che costituisce da sola una delle novità storiograficamente più interessanti del volume. Una fabbrica nella guerra civile, dove al sistema di controllo poliziesco già attivo si innesta l’azione di squadre d’azione aziendali inquadrate nella Brigata Nera che compiranno crimini che solo in minima parte troveranno una adeguata punizione nel dopoguerra. Gli operai della fabbrica che diventano partigiani e pagheranno (diciotto i caduti) il prezzo di quella guerra voluta dal fascismo, simbolicamente annunciata dalla “mitica” (per più aspetti) visita di Mussolini del settembre 1940.

Durante il periodo dell’occupazione tedesca e della lotta di liberazione le Reggiane subirono sostanzialmente una sorte simile a quella di tutte le principali industrie del nord Italia: produzione sotto il controllo del RuK, decentramento verso la Germania, saccheggio di impianti e macchinari e dispersione della manodopera. La sola significativa eccezione stava nella deportazione di operai e impiegati che nell’azienda emiliana ebbe una dimensione molto minore rispetto, ad esempio, alle fabbriche milanesi o di Sesto San Giovanni. Nessuno streikertransport organizzato appositamente per punire gli scioperanti fu attuato nel Reggiano. Le autorità tedesche erano comunque interessate agli operai delle OMI e alle sue produzioni, in particolare a quella del RE 2002, che diede buona prova di sé nella campagna di Sicilia, e che infatti avrebbe poi servito anche nella Luftwaffe. Per attendere alla manutenzione di questi aeroplani i tedeschi organizzarono un’azione a sorpresa, quasi un vero e proprio ratto degli operai, costretti, da un momento all’altro, a partire per Colonia. Questo saggio si apre con la cronistoria del periodo 1943-1945 redatta nel 1947, con ogni evidenza per volontà della direzione e forse originariamente destinata alla pubblicazione. È probabilmente il documento più interessante fra quelli proposti poiché rivela, a due anni dalla fine del conflitto, l’immagine che le Reggiane volevano offrire al pubblico. Quella di un’industria antifascista, che aveva accettato solo sotto la minaccia delle armi di collaborare con l’invasore tedesco; che aveva protetto in ogni modo possibile i propri dipendenti; che aveva finanziato la Resistenza e che aveva preso contatto con gli Alleati sin dai primi giorni dopo l’armistizio. Alcuni fatti esposti nel promemoria sembrano verosimili, altri appaiono “aggiustati” per venire incontro alla nuova situazione politica; altri ancora sono smentiti dall’analisi dei documenti dell’archivio aziendale, oltre che dai fatti. Fra i primi, gli sforzi fatti dalla direzione per far rientrare gli operai deportati, per i quali venne elogiato il generale Aldo Boggio, che si rivolse letteralmente a chiunque per ottenere il risultato sperato.

Gerarchi, generali, diplomatici, funzionari: in questa situazione le Reggiane furono come un vaso di coccio sballottato fra le varie amministrazioni militari e civili, tedesche e italiane e il rimpatrio di quasi tutti gli operai ancora prima della fine della guerra può essere considerato un risultato straordinario. Verosimile è anche il piano di sistematica opposizione passiva agli ordini dei tedeschi, attuato col rallentare la produzione e con l’ingigantire al massimo i conflitti di competenze fra le varie autorità che si disputavano il diritto di imporre la propria volontà in via Agosti. Resta da vedere quanto tutto ciò fosse effettivamente dovuto al piano del conte Ratti e di Alessio e quanto alla disorganizzazione del momento. Il finanziamento al movimento di resistenza, per sua natura inevitabilmente clandestino, non ha del resto lasciato alcuna traccia scritta. Non poteva poi mancare, nella cronistoria, l’enigmatica figura del colonnello delle SS Eugen Dollmann che, assieme al conte Spalletti e al cardinale Schuster, avrebbe evitato parecchi guai alle Reggiane. Fra gli episodi che sembrano “aggiustati” ci sono i contatti avuti, sin dai primi tempi, come viene specificato, con i principali esponenti della Resistenza reggiana: Vittorio Pellizzi e Cesare Campioli. Se il primo era una figura pubblicamente nota come antifascista, Campioli era invece quasi del tutto sconosciuto al di fuori del suo ambiente politico, fino alla nomina a sindaco di Reggio Emilia il 24 aprile 1945. Proveniva, del resto, da lunghi anni di esilio politico a Parigi.

L’unico dirigente delle Reggiane che prese effettivamente parte alla Resistenza risulta essere l’ingegnere Domenico Piani, che fu membro del Comitato di Liberazione Nazionale per la Democrazia cristiana. Difficile poi credere che siano stati avvisati gli alleati tramite gli apparati radio del RE 2005 o che un loro agente fosse stato paracadutato in città per verificare lo stato di efficienza della fabbrica. Chiaramente infondati sono poi alcuni meriti vantati della direzione, primo su tutti quello di non aver mai prodotto nulla di utile per i nazisti. Lo testimoniano chiaramente le decine di RE 2002 costruiti o riparati per conto delle forze aeree del Reich. Anche la difesa delle maestranze dai pericoli della guerra non trova molti riscontri nei fatti e nei documenti. L’autore della memoria sostiene che mai la direzione diede ai tedeschi elenchi di operai licenziati, dai quali prelevare quelli destinati alla Germania. Non è vero. Arnaldo Vischi approvò la loro compilazione e almeno due di essi erano a disposizione, il primo addirittura nel 1941, il secondo nella famosa azione del 31 luglio 1944. Esemplare è poi il cambio di rotta di 180 gradi a proposito dei sabotaggi. Fino all’8 settembre 1943 venivano tutti regolarmente denunciati e i sospetti prontamente giudicati dai tribunali. Per quanto è stato possibile accertare, le pene furono miti, ma la vera minaccia era la perdita del lavoro e quindi dell’esonero dal servizio militare in anni nei quali, per esempio, quasi mille soldati reggiani perdettero la vita sul fronte russo. Dopo l’occupazione tedesca divenne un giusto merito degli operai provvedere di propria iniziativa a sabotare la produzione, appoggiando in tal modo il “piano” di sistematica opposizione della direzione. Infine, è estremamente significativo che fra la redazione della prima bozza e la versione definitiva, quasi tutti i nomi di persona inerenti alle Reggiane siano stati cancellati e sostituiti con espressioni generiche come “la direzione” o “la presidenza”. Ratti, Alessio, Boggio e anche altri erano evidentemente considerati personaggi che non era più saggio accostare pubblicamente alle Reggiane. La nuova direzione del dopoguerra voleva far dimenticare gli anni del conflitto, un colpo di spugna su un passato ingombrante, ma non per questo meno fondamentale per lo sviluppo industriale, sia locale che nazionale. Un passato fatto di denunce al Tribunale speciale, di decentramenti forzati, di bombardamenti, di una crescita industriale strepitosa, ma dovuta solo alle commesse militari del regime e di collusione con l’invasore tedesco. Era tempo di voltare pagina e guardare al futuro.

* autore e presentatore del volume

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