memorabilia
I padri del giornalismo a Villa Minozzo
Era il 1983, Montanelli: «Solo Benedetti poteva farmi venire qui»
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VILLA MINOZZO . «Solo Benedetti mi poteva far venire in un posto così sperduto». La leggenda racconta che furono queste le prime parole di Indro Montanelli arrivato a Gazzano dopo un lungo viaggio in treno, e poi in automobile, il 29 maggio del 1983. E non era certo il solo ad essersi fatto quella scalata sino all’alta valle del Dolo.
Nel salone dell’albergo si ritrovò in compagnia di tanti colleghi altrettanto celebri, a partire da Eugenio Scalfari, co-fondatore dell’Espresso nel 1955 assieme a Benedetti, con cui aveva lavorato all’Europeo. Ma non solo. L’elenco, visto oggi, fa impressione. A far compagnia alla vedova Rina Gigli e al sindaco villaminozzese Paolo Bargiacchi c’erano pure Livio Zanetti, all’epoca direttore dell’Espresso, Antonio Gambino, Piero Agostini (in quel periodo presidente della Federazione della stampa), lo storico e giornalista Paolo Murialdi, Luigi Pintor de Il Manifesto, il direttore dell’Europeo Lamberto Sechi, l’ex capo della cultura del Corriere della Sera Gaspare Barbiellini Amidei, Arturo Gismondi e il fondatore della Gazzetta di Reggio Umberto Bonafini.
Oltre a diversi esponenti politici reggiani, Antonio Bernardi, Otello Montanari e Fausto Giovanelli e a una troupe del Tg2, impegnata a propria volta nella risalita per documentare una concentrazione di padri fondatori del giornalismo italiano davvero sopra la media. Il tutto, appunto, in un paesino del crinale appenninico anche oggi piuttosto lontano dalle città; figurarsi nel 1983, quando le attuali direttrici dell’Appennino erano ancora da completare e gran parte dei viadotti e delle gallerie attuali non esistevano neppure su carta.
La frase di Montanelli racconta bene lo spaesamento di grossi calibri ormai più abituati alle metropoli che alla ruralità, ma pure l’ammirazione che legava tutte queste persone a Benedetti. Unita alla voglia di conoscere il luogo che aveva ispirato tante parti di “Paura all’alba”. (adr.ar.)
Nel salone dell’albergo si ritrovò in compagnia di tanti colleghi altrettanto celebri, a partire da Eugenio Scalfari, co-fondatore dell’Espresso nel 1955 assieme a Benedetti, con cui aveva lavorato all’Europeo. Ma non solo. L’elenco, visto oggi, fa impressione. A far compagnia alla vedova Rina Gigli e al sindaco villaminozzese Paolo Bargiacchi c’erano pure Livio Zanetti, all’epoca direttore dell’Espresso, Antonio Gambino, Piero Agostini (in quel periodo presidente della Federazione della stampa), lo storico e giornalista Paolo Murialdi, Luigi Pintor de Il Manifesto, il direttore dell’Europeo Lamberto Sechi, l’ex capo della cultura del Corriere della Sera Gaspare Barbiellini Amidei, Arturo Gismondi e il fondatore della Gazzetta di Reggio Umberto Bonafini.
Oltre a diversi esponenti politici reggiani, Antonio Bernardi, Otello Montanari e Fausto Giovanelli e a una troupe del Tg2, impegnata a propria volta nella risalita per documentare una concentrazione di padri fondatori del giornalismo italiano davvero sopra la media. Il tutto, appunto, in un paesino del crinale appenninico anche oggi piuttosto lontano dalle città; figurarsi nel 1983, quando le attuali direttrici dell’Appennino erano ancora da completare e gran parte dei viadotti e delle gallerie attuali non esistevano neppure su carta.
La frase di Montanelli racconta bene lo spaesamento di grossi calibri ormai più abituati alle metropoli che alla ruralità, ma pure l’ammirazione che legava tutte queste persone a Benedetti. Unita alla voglia di conoscere il luogo che aveva ispirato tante parti di “Paura all’alba”. (adr.ar.)
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