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The Zen Circus: «Sul palco non è giusto fare politica»

The Zen Circus: «Sul palco non è giusto fare politica»

REGGIO EMILIA. Sempre in giro, sempre pronti a suonare, a lanciare messaggi su cui riflettere. Questa sera arrivano a Reggio i pisani The Zen Circus, una delle più belle realtà rock italiane,...

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REGGIO EMILIA. Sempre in giro, sempre pronti a suonare, a lanciare messaggi su cui riflettere. Questa sera arrivano a Reggio i pisani The Zen Circus, una delle più belle realtà rock italiane, impegnati in una delle ultime tappe del lunghissimo tour seguito al loro ultimo disco, “La Terza Guerra Mondiale”, uscito nel 2016. Un’altra occasione per vedere una delle migliori live band attive su piazza, evoluzione di un percorso iniziato nei centri sociali toscani negli anni ’90 fra folk e punk. Di strada da allora ne hanno macinata tanta, The Zen Circus, ma non hanno perso vigore. «È stato il tour più lungo della nostra carriera, oltre ottanta date, ma non ci fermeremo», racconta Karim Qqru, il batterista della band oltre che autore in proprio con “La notte dei lunghi coltelli”.

A presto un altro disco Zen?

«Diciamo che non si dovrà attendere molto per risentirci, non ci prenderemo la pausa che negli ultimi anni era fissa dopo il disco e il tour».

E come è andato questo giro?

«È stato il tour più grosso della carriera, è stata un’esperienza piena di soddisfazioni, ci ha dato molta spinta».

Differenze col passato?

«Oggi c’è un clima più rilassato, ci sono oltre dieci persone che lavorano con gli Zen, ognuno fa il suo e lo fa bene. Prima noi facevamo tutto da soli, era massacrante».

Siete cresciuti. Questo però vi avrà portato accuse di “tradimento” dai duri e puri?

«Io sono cresciuto con quello che era il mondo dell’indie originale, non quella definizione che se ne dà oggi e che mischia tutto. Nel nostro ambiente, quello del Macchia Nera a Pisa, c’erano molti discorsi su questi valori, e valeva in effetti il discorso “morte ai traditori” per chi viveva della propria musica».

E adesso?

«Adesso siamo rimasti noi “vecchi” a fare questi discorsi. Non so se è meglio o peggio, di sicuro è diverso».

Perché diverso?

«Il fulcro del nostro pubblico va dai 18 ai 25 anni, è cresciuto in un altro ambiente, oggi non si fa più differenza fra mondo underground e mondo delle etichette major, forse perché le major sono andate a pescare tanto nell’underground».

È un bene o un male?

«Non lo so, per me l’idea dell’underground era salvifica, ma è cambiato tutto».

A ogni modo, poi si deve andare sul palco e suonare, non fare politica. O no?

«Questo per me è importante. Noi parliamo di temi sociali ma non di politica perché credo sia pericoloso farlo. Noi facciamo intrattenimento, per qualcuno è cultura. Lanciamo un messaggio ma poi spetta a ognuno sviluppare un percorso politico e sociale».

La politica in musica è pericolosa?

«Ho sempre creduto che fosse giusto non portare politica sul palco, perché ho visto fare tanti errori. Band che, pur non volendo andavano a indottrinare il pubblico, dovendo usare manicheismo e superficialità, perché poi non puoi fare troppi approfondimenti in un concerto».

Torniamo alla musica. Sarà un concerto dei “soliti” Zen Circus? «

«No, in questo tour abbiamo inserito un secondo chitarrista, Francesco Pellegrini, che suonava nei Criminal Jokers con Francesco Motta. I concerti sono migliori, c’è maggior dinamica, maggior potenza, una persona in più alle chitarre e ai cori. L’impatto cambia parecchio».(adr.ar.)

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