Gazzetta di Reggio

La Fondazione Sarzi in scena con l’Europa di Ernesto Rossi

di Martina Riccò
La Fondazione Sarzi in scena con l’Europa di Ernesto Rossi

Il firmatario del Manifesto di Ventotene torna a parlare ad adulti e bambini. Mauro, figlio di Otello: «Userò i suoi pupazzi per diffondere i suoi valori» 

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REGGIO EMILIA. Burattini per divertire, ma anche per riflettere. Sull’Europa, ad esempio. Lo dimostra ancora una volta la Fondazione Famiglia Sarzi impegnata in prima linea a Ventotene per dare voce alle parole di Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi, ideatori – tra il 1941 e il 1944 – del manifesto “Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto”.

Grazie alla collaborazione tra Fondazione Salvemini-Rossi, Fondazione Sarzi e Onlus Human Arts, l’isola del Mar Tirreno tornerà a essere centro propulsore di idee di pace, libertà e, soprattutto, di “unità internazionale”. Il progetto, che prenderà il via a fine ottobre, è stato realizzato insieme agli storici Antonella Braga e Mimmo Franzinelli, alle Università di Cagliari e di Locarno (Svizzera), alla Casa Editrice sarda Palabanda e al trombettista Paolo Fresu, che ha accolto con grande entusiasmo l’invito di partecipare all’iniziativa con la sua musica. A tirare le fila di tutto è Mauro Sarzi, figlio di Otello, che sarà in scena con i burattini realizzati dallo stesso Ernesto Rossi prima di venire incarcerato.

Sarzi, in che cosa consiste il progetto?

«Non è uno spettacolo e non è una mostra, diciamo che è un percorso alla scoperta di Ernesto Rossi: dai primi anni del Novecento, quando a Bologna costruisce i suoi primi burattini, passando per la Grande Guerra, dove viene gravemente ferito e a causa della quale perde il fratello, fino ad arrivare agli anni ’30, quando viene incarcerato in quanto antifascista e poi confinato sull’isola di Ventotene».

E il pubblico? Dovrà stare seduto come a teatro o potrà girare come in un museo?

«Il pubblico si muoverà. Lo spazio sarà disposto a ferro di cavallo: alle due parti ci saranno alcune delle lettere – ingrandite – scritte da Ernesto alla madre Elide durante la prigionia, al centro invece ci sarà il suo teatrino. Il percorso, tra lettura delle lettere e azioni dei burattini, richiederà circa 45 minuti».

Come mai avete deciso di usare le lettere di Ernesto come scenografia?

«In carcere non poteva costruire i burattini, ma disseminava le lettere di disegni grazie ai quali poteva dire alla madre cose che la censura non gli avrebbe mai permesso. In una di questa vignette racconta l’arrivo in cella, che lui divideva già con Riccardo Bauer, di un “certo” Vittorio Foa. Né lui né Bauer lo conoscevano e in un primo momento pensarono si trattasse di una spia fascista. Nei disegni inviati alla madre, Ernesto rappresenta la scena e lo fa in un modo così realistico da spingermi a prendere i suoi disegni, ingrandirli, e trasformarli in ombre. Ombre che, muovendosi, sono diventate una parte importante del nostro percorso. Sono il pensiero di Ernesto Rossi fatto spettacolo. Ma questa è solo una parte del progetto».

Cioè?

«Insieme a “Per l’Europa di Ventotene onlus” vogliamo portare i valori di Rossi ai bambini. Con l’aiuto dell’Università di Cagliari e di quella di Locarno abbiamo realizzato “Ernesto Rossi e i suoi burattini”, un libro pubblicato da Palapanda che sarà tradotto in tre lingue. È la storia di Fagiolino che si ribella al re, che gli aveva chiesto di bastonare i poveretti come lui, e viene messo in prigione per nove anni, proprio come Ernesto Rossi. Durante la prigionia, solo gli animali vanno a trovare Fagiolino: l’uccellino gli racconta cos’ha visto sorvolando il mondo, la formica gli parla della schiavitù. È un modo per dare ai bambini un seme di giustizia, democrazia, non violenza. E per spiegare loro che l’ironia, l’arte e la creatività possono aiutare a superare momenti difficili, come successo a Ernesto Rossi».

Come mai questo interesse per lui?

«Il mondo dei burattini di Ernesto Rossi rappresenta le traversie di un uomo libero che, rinchiuso in prigione, non si arrende e insieme ad altri confinati prefigura gli orizzonti di un’Europa federale, in una prospettiva dialogante tra popoli diversi, affratellati dalla fiducia nella convivenza pacifica e nella solidarietà. Il progetto è nato per restituire questa eredità preziosa non solo agli italiani ma a tutt’Europa. Dopo il debutto a Ventotene il 23 ottobre, infatti, porteremo il progetto in giro per il Paese (con una tappa a Reggio Emilia a inizio 2018) e arriveremo fino a Locarno, in Svizzera, e a Bruxelles».

Come si sente a maneggiare i burattini di Rossi?

«È un’emozione incredibile. Ernesto scopre di voler fare il burattinaio nel 1910, quando ha appena 13 anni. Resta folgorato dai teatrini del popolo che si trovano nelle piazze e negli scantinati di Bologna. È sua madre a portarlo da un falegname, da uno scultore e poi da un burattinaio per fargli imparare questa arte. Ma nel 1917, quando si trasferisce a Firenze, Ernesto è obbligato a vendere tutte le sue creazioni per racimolare qualche soldo. Sarà Pietro Calamandrei a scorgere quei burattini in vetrina e, capendone il valore, a comprarli e restituirglieli».

Tra questi c’era anche Fagiolino, protagonista del progetto di Ventotene oltre che del libro “Ernesto Rossi e i suoi burattini”?

«Sì. Ernesto amava Fagiolino proprio come mio nonno Francesco (che da vero antifascista gli cambiò il colore del berretto: da bianco a rosso) e mio padre Otello. Pur essendo contro la violenza, Fagiolino è il personaggio che prende a bastonate i prepotenti. Il nostro percorso finisce con lui. A essere picchiato, non c’è neanche bisogno di dirlo, sarà il Duce».

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