La prima Carmen di Martina Belli
di Giulia Bassi
Il debutto ad Ancona: «Per questo personaggio non bastano le mossette, ci vuole sostanza»
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REGGIO EMILIA. Carmen. Basta la parola, per ricordare un ruolo amatissimo dalle cantanti e dal pubblico. Quinta essenza della femminilità, richiede all’interprete un irresistibile temperamento e la capacità di trasmettere il fascino della seduzione innanzitutto con la voce. E se anche il fisico rispondesse adeguatamente ai canoni di bellezza, sarebbe davvero il massimo.
L’eroina di Bizet, che sceglie la morte piuttosto che rinunciare alla propria libertà, sarà affrontata dal nostro mezzosoprano Martina Belli, oggi e domenica al Teatro delle Muse di Ancona nell’ambito della stagione lirica, in uno spettacolo che porta la firma del regista Francesco Saponaro con la direzione musicale di Guillaume Tourniaire.
«Inutile sottolineare quanto significhi, per la carriera di una cantante, vestire i panni di questo personaggio al quale Bizet ha regalato una musica di incomparabile bellezza» commenta la Belli, che, alla vigilia della sua importante prima apparizione, palesa anche tanta soddisfazione per il lavoro fatto.
Come si è preparata a questo importante debutto?
«Ho curato ed approfondito l’aspetto tecnico del canto oltre ad aver analizzato il personaggio, cercando di capire cos’è la Carmen di Bizet ma anche quella di Martina. Dovevo assolutamente fare in modo di sentirmi addosso il personaggio, quindi che fosse credibile. Prima di arrivare ad Ancona avevo un’idea di quello che mi sarebbe piaciuto ed è stata davvero una fortunata combinazione constatare che sia il direttore che il regista la pensavano come me».
Come vede l’opera di Bizet?
«Carmen non è un’opera verista, intanto. E poi stupiscono le sfumature inventate da Bizet, che sono davvero meravigliose. Noi abbiamo cercato di far vivere questi mille colori, le dinamiche, le sonorità che vanno dai pianissimo ad una presenza di suono importante. Dato che il direttore è francese, ci ha aiutato con la lingua dimostrando che le parole correttamente espresse impreziosiscono ulteriormente tutta l’opera».
Qual è stato il lavoro del regista e scenografo?
«Dal punto di vista scenico c’è poco folclore, e nel ripulirla dagli orpelli si è voluto dare una sorta di caratura morale al personaggio: sembra quasi un paradosso ma questa Carmen è nobile, quindi mai volgare; il suo fascino nasce dalla forza in lei racchiusa. Una sorta di forza morale che lei esercita su un personaggio discutibile, squallido, che è Don José. Proprio nel modo in cui il regista ha pensato la morte di Carmen (che non rivelo adesso per non rovinare la sorpresa) si comprende questo aspetto: quanto lei giganteggi e nel contempo quanto sia negativo chi la uccide o, meglio, colui che non può far altro che ucciderla...».
Che cosa l’affascina di più di Carmen?
«Lei è una martire, accettando il destino di morte che le viene annunciato dalla carte. Ne ha paura, ma accetta questa fine per non tradire un suo modo di essere donna, il suo desiderio spasmodico per la libertà: quello è il suo vero amore. Per questo è un personaggio commovente... la sua famiglia è formata da contrabbandieri, che è come dire una famiglia di gatti in cui ognuno va per conto suo».
Il momento più bello dell’opera?
«Mi emoziona l’aria delle carte del terzo atto e naturalmente il duetto finale: lo scontro fatale con Don Josè. Quando lo canto mi entra dentro in modo molto profondo».
Come si sente mentre affronta il personaggio?
«Sono emozionatissima, ma fisicamente mi sento a mio agio in quanto è un ruolo che mi sento a addosso come attitudine: mi viene naturale e vocalmente credo che sia il mio. Provengo dal belcanto e questo mi è servito per affrontare Carmen curando al massimo l’intonazione e la sinuosità delle linee melodiche così ricche. Mentre studiavo mi sono ascoltata numerose incisioni: dalla Antonacci alla Garanca, dalla Berganza alla Bumbry e alla Price».
E in futuro?
«Mi piacerebbe fare molte Carmen... In ogni caso nei prossimi mesi sarò impegnata in “Cavalleria Rusticana” (Lola) al Covent Garden e a Palermo, poi sarò protagonista dell’opera in prima assoluta “Miseria e nobiltà” di Marco Tutino al Carlo Felice di Genova e andrò in tournée con Fabio Biodi e la sua “Europa Galante”».
La sua bellezza l’aiuta per questa Carmen?
«Indubbiamente, ma bisogna che esca qualche cosa di molto più profondo. Essere credibili per questo personaggio non significa esibire stupide mossette, ma ci vuole qualcosa di sostanzioso».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
L’eroina di Bizet, che sceglie la morte piuttosto che rinunciare alla propria libertà, sarà affrontata dal nostro mezzosoprano Martina Belli, oggi e domenica al Teatro delle Muse di Ancona nell’ambito della stagione lirica, in uno spettacolo che porta la firma del regista Francesco Saponaro con la direzione musicale di Guillaume Tourniaire.
«Inutile sottolineare quanto significhi, per la carriera di una cantante, vestire i panni di questo personaggio al quale Bizet ha regalato una musica di incomparabile bellezza» commenta la Belli, che, alla vigilia della sua importante prima apparizione, palesa anche tanta soddisfazione per il lavoro fatto.
Come si è preparata a questo importante debutto?
«Ho curato ed approfondito l’aspetto tecnico del canto oltre ad aver analizzato il personaggio, cercando di capire cos’è la Carmen di Bizet ma anche quella di Martina. Dovevo assolutamente fare in modo di sentirmi addosso il personaggio, quindi che fosse credibile. Prima di arrivare ad Ancona avevo un’idea di quello che mi sarebbe piaciuto ed è stata davvero una fortunata combinazione constatare che sia il direttore che il regista la pensavano come me».
Come vede l’opera di Bizet?
«Carmen non è un’opera verista, intanto. E poi stupiscono le sfumature inventate da Bizet, che sono davvero meravigliose. Noi abbiamo cercato di far vivere questi mille colori, le dinamiche, le sonorità che vanno dai pianissimo ad una presenza di suono importante. Dato che il direttore è francese, ci ha aiutato con la lingua dimostrando che le parole correttamente espresse impreziosiscono ulteriormente tutta l’opera».
Qual è stato il lavoro del regista e scenografo?
«Dal punto di vista scenico c’è poco folclore, e nel ripulirla dagli orpelli si è voluto dare una sorta di caratura morale al personaggio: sembra quasi un paradosso ma questa Carmen è nobile, quindi mai volgare; il suo fascino nasce dalla forza in lei racchiusa. Una sorta di forza morale che lei esercita su un personaggio discutibile, squallido, che è Don José. Proprio nel modo in cui il regista ha pensato la morte di Carmen (che non rivelo adesso per non rovinare la sorpresa) si comprende questo aspetto: quanto lei giganteggi e nel contempo quanto sia negativo chi la uccide o, meglio, colui che non può far altro che ucciderla...».
Che cosa l’affascina di più di Carmen?
«Lei è una martire, accettando il destino di morte che le viene annunciato dalla carte. Ne ha paura, ma accetta questa fine per non tradire un suo modo di essere donna, il suo desiderio spasmodico per la libertà: quello è il suo vero amore. Per questo è un personaggio commovente... la sua famiglia è formata da contrabbandieri, che è come dire una famiglia di gatti in cui ognuno va per conto suo».
Il momento più bello dell’opera?
«Mi emoziona l’aria delle carte del terzo atto e naturalmente il duetto finale: lo scontro fatale con Don Josè. Quando lo canto mi entra dentro in modo molto profondo».
Come si sente mentre affronta il personaggio?
«Sono emozionatissima, ma fisicamente mi sento a mio agio in quanto è un ruolo che mi sento a addosso come attitudine: mi viene naturale e vocalmente credo che sia il mio. Provengo dal belcanto e questo mi è servito per affrontare Carmen curando al massimo l’intonazione e la sinuosità delle linee melodiche così ricche. Mentre studiavo mi sono ascoltata numerose incisioni: dalla Antonacci alla Garanca, dalla Berganza alla Bumbry e alla Price».
E in futuro?
«Mi piacerebbe fare molte Carmen... In ogni caso nei prossimi mesi sarò impegnata in “Cavalleria Rusticana” (Lola) al Covent Garden e a Palermo, poi sarò protagonista dell’opera in prima assoluta “Miseria e nobiltà” di Marco Tutino al Carlo Felice di Genova e andrò in tournée con Fabio Biodi e la sua “Europa Galante”».
La sua bellezza l’aiuta per questa Carmen?
«Indubbiamente, ma bisogna che esca qualche cosa di molto più profondo. Essere credibili per questo personaggio non significa esibire stupide mossette, ma ci vuole qualcosa di sostanzioso».
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