«L’unica strada percorribile è l’accoglienza»
di Giulia Bassi
Intervista al compositore Mauro Montalbetti autore di “Haye” venerdì in prima all’Ariosto
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REGGIO EMILIA. Oramai a Reggio Emilia è di casa Mauro Montalbetti, compositore che predilige scrivere opere teatrali. E lo fa con efficace disinvoltura scegliendo, come soggetti, argomenti attuali ai quali gli riesce bene confezionarli supportati dal necessario spessore drammaturgico. Tema, davvero scottante, del nuovo lavoro “Haye: Le parole, la notte”, che debutta venerdì (ore 20.30) con replica domenica (ore 18) al teatro Ariosto nell’ambito del Festival Aperto, è la migrazione di massa dall’Africa all’Europa. E di migrazioni contemporanee parleranno domani (ore 18) al teatro Valli lo stesso compositore Mauro Montalbetti insieme allo scrittore Alessandro Leogrande e alla regista Alina Marazzi in un incontro (ingresso libero) moderato da Andrea Mastrangelo, caporedattore della Gazzetta di Reggio.
«Nelle mie opere – ci ha spiegato Montalbetti – si riflette il contemporaneo: infatti “Il sogno di una cosa” (2014), è incentrata sulla strage di Brescia, e nel contempo quel titolo si riferisce al primo romanzo di Pasolini al quale nel 2015 è stata dedicata l’opera “Corpi eretici”. Sappiamo quanto la società non abbia compreso lo scrittore, davvero in pochi ai suoi tempi l’hanno amato per il suo valore. In questi anni, invece, la società fatica ad accogliere i profughi: è questo il tema scottante e urgente di adesso a proposito del quale, proprio la mia nuova opera propone una riflessione poetica. Lo fa portando prima di tutto l’umanità di queste persone, poiché non sappiamo mai quello che c’è dietro… E il pensiero va all’Europa responsabile del fatto che l'Africa sia conciata in questo modo. Se comprendessimo l’umanità di quella gente, capiremo che l’unica strada percorribile è quella dell’accoglienza».
La fonte letteraria di “Haye”?
«Si trova nello scrittore Alessandro Leogrande, autore del bellissimo libro “La frontiera”, uno scrittore che, con sensibilità e capacità introspettiva, ha trattato il tema dei migranti. La regia questa volta è di Alina Marazzi che nelle precedenti opere si era occupata solo dei video che per altro sono presenti anche in quest’opera frutto della collaborazione con Ied Milano e Istituto Luce Cinecittà».
Le linee guida dell’opera?
«“Haye” racconta la storia di una migrante proveniente dell’Eritrea scampata al naufragio di un barcone l’anno scorso a Lampedusa, intrecciata con le vicende legate al rapporto di uno scafista e sua madre. Il ruolo della profuga eritrea viene interpretata da Elizangela Torricelli, giovane cantante di Reggio Emilia ma di origine brasiliana la cui voce, pur non essendo impostata, è davvero bella. La Torricelli che esibisce una sorta sound blues è una “scoperta” del teatro che mi ha convinto subito per questo ruolo. Terza linea narrativa dell’opera, riguarda un episodio che ha coinvolto diversi italiani migranti nel 1927 quando il piroscafo Principessa Mafalda naufragò davanti alle coste del Brasile. Su più di 300 dispersi, 100 erano nostri connazionali. Del cast fanno parte inoltre Cristina Zavalloni, il tenore Gabriele Mari (lo scafista) e una decina di migranti che vivono a Reggio. Stanno lavorando allo spettacolo con molta passione; li vediamo sulla scena e hanno accettato di girare un filmato. Completa il cast l’attore Alessandro Albertin nei panni di un sopravvissuto del piroscafo Principessa Mafalda, ma anche interprete di un politico contro l’accoglienza».
E la musica?
«Non cito la musica africana per una sorta di pudore, ma sono presenti certi principi costruttivi di quella musica. Anche questa volta come avevo fatto per “Il sogno di una cosa” in cui domina il rock progressiv o il genere popolare per quanto riguarda l’opera dedicata a Pasolini, mi interessa creare delle note al servizio di altri linguaggi. Come strumentisti ritorna l’Ensemble de I Teatri, il Quartetto Mirus che sta in palco oltre all’ensemble madrigalistico Zero Vocal Ensemble; il tutto per la direzione di Francesco Bossaglia con il quale sto lavorando magnificamente».
“Haye” cosa significa?
«E’ una parola eritrea che significa: avanti. Il riferimento è al linguaggio che i migranti utilizzano per comunicare attraverso delle parole chiave che conoscono tutti: come ialla (andiamo). Tra le immagini evocative racchiuse nel titolo vi è quella della notte legata alla traversata che è un viaggio nell’oblio».
Come finisce?
«Manca l’happy end ma alla fine la profuga eritrea canta una canzone che vuole essere un moto di speranza. Per guardare oltre, credere nell’accoglienza, sperare in qualcosa».
«Nelle mie opere – ci ha spiegato Montalbetti – si riflette il contemporaneo: infatti “Il sogno di una cosa” (2014), è incentrata sulla strage di Brescia, e nel contempo quel titolo si riferisce al primo romanzo di Pasolini al quale nel 2015 è stata dedicata l’opera “Corpi eretici”. Sappiamo quanto la società non abbia compreso lo scrittore, davvero in pochi ai suoi tempi l’hanno amato per il suo valore. In questi anni, invece, la società fatica ad accogliere i profughi: è questo il tema scottante e urgente di adesso a proposito del quale, proprio la mia nuova opera propone una riflessione poetica. Lo fa portando prima di tutto l’umanità di queste persone, poiché non sappiamo mai quello che c’è dietro… E il pensiero va all’Europa responsabile del fatto che l'Africa sia conciata in questo modo. Se comprendessimo l’umanità di quella gente, capiremo che l’unica strada percorribile è quella dell’accoglienza».
La fonte letteraria di “Haye”?
«Si trova nello scrittore Alessandro Leogrande, autore del bellissimo libro “La frontiera”, uno scrittore che, con sensibilità e capacità introspettiva, ha trattato il tema dei migranti. La regia questa volta è di Alina Marazzi che nelle precedenti opere si era occupata solo dei video che per altro sono presenti anche in quest’opera frutto della collaborazione con Ied Milano e Istituto Luce Cinecittà».
Le linee guida dell’opera?
«“Haye” racconta la storia di una migrante proveniente dell’Eritrea scampata al naufragio di un barcone l’anno scorso a Lampedusa, intrecciata con le vicende legate al rapporto di uno scafista e sua madre. Il ruolo della profuga eritrea viene interpretata da Elizangela Torricelli, giovane cantante di Reggio Emilia ma di origine brasiliana la cui voce, pur non essendo impostata, è davvero bella. La Torricelli che esibisce una sorta sound blues è una “scoperta” del teatro che mi ha convinto subito per questo ruolo. Terza linea narrativa dell’opera, riguarda un episodio che ha coinvolto diversi italiani migranti nel 1927 quando il piroscafo Principessa Mafalda naufragò davanti alle coste del Brasile. Su più di 300 dispersi, 100 erano nostri connazionali. Del cast fanno parte inoltre Cristina Zavalloni, il tenore Gabriele Mari (lo scafista) e una decina di migranti che vivono a Reggio. Stanno lavorando allo spettacolo con molta passione; li vediamo sulla scena e hanno accettato di girare un filmato. Completa il cast l’attore Alessandro Albertin nei panni di un sopravvissuto del piroscafo Principessa Mafalda, ma anche interprete di un politico contro l’accoglienza».
E la musica?
«Non cito la musica africana per una sorta di pudore, ma sono presenti certi principi costruttivi di quella musica. Anche questa volta come avevo fatto per “Il sogno di una cosa” in cui domina il rock progressiv o il genere popolare per quanto riguarda l’opera dedicata a Pasolini, mi interessa creare delle note al servizio di altri linguaggi. Come strumentisti ritorna l’Ensemble de I Teatri, il Quartetto Mirus che sta in palco oltre all’ensemble madrigalistico Zero Vocal Ensemble; il tutto per la direzione di Francesco Bossaglia con il quale sto lavorando magnificamente».
“Haye” cosa significa?
«E’ una parola eritrea che significa: avanti. Il riferimento è al linguaggio che i migranti utilizzano per comunicare attraverso delle parole chiave che conoscono tutti: come ialla (andiamo). Tra le immagini evocative racchiuse nel titolo vi è quella della notte legata alla traversata che è un viaggio nell’oblio».
Come finisce?
«Manca l’happy end ma alla fine la profuga eritrea canta una canzone che vuole essere un moto di speranza. Per guardare oltre, credere nell’accoglienza, sperare in qualcosa».
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