“Disadorna”, una scacchiera di storie
di DIEGO MARANI
Nell’ultimo libro di Franceschini prende corpo una miriade di possibili trame
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Sarebbe sbagliato prendere l'ultimo libro di Dario Franceschini, attuale minsistro per i Beni e le Attività cultutrali, per una raccolta di racconti. Le microstorie che come tanti fiammiferi di Piccola fiammiferaia fra queste pagine si accendono illuminando d’un lampo fugace una miriade di possibili trame sono forse poesie in prosa, forse romanzi liofilizzati che basta sciogliere in un poco di fantasia per veder gonfiare in poderosi intrighi. Poesie perché la lingua è rarefatta, la narrazione scabra, i fatti densi, gli sviluppi frenetici, il lirismo tagliente. Raffiche, non frasi. Romanzi perché ogni storia è un incipit dal respiro lungo, dallo scenario imponente, una promessa che lo scrittore mantiene nell'originalità e nella freschezza delle conclusioni, mai scontate, mai annunciate. L'autore apre il gioco, stende i pezzi della sua storia su una scacchiera che ricorda il Calvino del Castello dei destini incrociati ma ogni racconto è solo un'apertura: lo scacco matto viene alla fine del libro, quando emerge dalle schermaglie di un narrare la cui precisione serve a fuorviare le piste, il vero protagonista del romanzo e il vero paesaggio che fa da sfondo ad ogni vicenda. Chi narra in questo libro non è innocente. Crede soltanto di condurre un gioco che invece gli sfugge di mano e alla fine lo rivela. Inutili i travestimenti dietro nomi eccentrici, dietro luoghi spaiati e incongrui, lontani anni luce l'uno dall'altro.
Chissà se Udilio, Armistizio, Paco e Argante si conoscono, se si sono mai incontrati. Fatto certo è che la loro matrice è una: la pianura. Una pianura eterna, che non sopporta vette, come neppure le increspature delle trame e sempre trova il modo di scrollarsele di dosso perché l'autore vuole che nulla sfugga al suo sguardo, al suo frugare fra gli uomini per catturarne i più eccentrici. Che la solitudine di quei nomi accuratamente scelti brilli incontrastata nell'opaca vita racchiusa fra la prima e l'ultima pagina. La brevità dei testi, la sospensione che alcuni lasciano aleggiare, mai di inconcluso ma sicuramente di irrisolto, rivelano una tecnica narrativa al passo con i tempi della nuova relazione fra scrittore e lettore, dove quest'ultimo viene coinvolto e sospinto a continuare lui la storia. Franceschini libera sulla pagina personaggi ingombranti che chi legge farà fatica a smaltire. Le loro vicende incombono perché non si esauriscono nella loro conclusione letteraria ma restano come sospesi, in cerca di altre fini possibili, quasi risentiti contro chi li è andati a stanare dal riparo provvisorio in cui erano nascosti. Ferrara va e viene fra le pagine, come il cartello di una stazione davanti al finestrino.
Da qui si parte e qui si ritorna o forse non si è mai davvero partiti e la folla dei personaggi del libro è un uomo soltanto, una vita soltanto, una vita in corso. O in smobilitazione, pagina dopo pagina accuratamente ripiegata per essere riposta nell'armadio della memoria. Nel suo stile letterario immediato “Disadorna” sembra rispondere al fuoco dello strapotere dell'immagine, del tutto subito narrativo dove il lettore è spettatore e non vuole più attendere. Qui troverà immagini che non si dissolvono come quelle degli schermi, che non obbediscono al telecomando ma che bisogna alzarsi dalla poltrona per andare a spegnere.
Chissà se Udilio, Armistizio, Paco e Argante si conoscono, se si sono mai incontrati. Fatto certo è che la loro matrice è una: la pianura. Una pianura eterna, che non sopporta vette, come neppure le increspature delle trame e sempre trova il modo di scrollarsele di dosso perché l'autore vuole che nulla sfugga al suo sguardo, al suo frugare fra gli uomini per catturarne i più eccentrici. Che la solitudine di quei nomi accuratamente scelti brilli incontrastata nell'opaca vita racchiusa fra la prima e l'ultima pagina. La brevità dei testi, la sospensione che alcuni lasciano aleggiare, mai di inconcluso ma sicuramente di irrisolto, rivelano una tecnica narrativa al passo con i tempi della nuova relazione fra scrittore e lettore, dove quest'ultimo viene coinvolto e sospinto a continuare lui la storia. Franceschini libera sulla pagina personaggi ingombranti che chi legge farà fatica a smaltire. Le loro vicende incombono perché non si esauriscono nella loro conclusione letteraria ma restano come sospesi, in cerca di altre fini possibili, quasi risentiti contro chi li è andati a stanare dal riparo provvisorio in cui erano nascosti. Ferrara va e viene fra le pagine, come il cartello di una stazione davanti al finestrino.
Da qui si parte e qui si ritorna o forse non si è mai davvero partiti e la folla dei personaggi del libro è un uomo soltanto, una vita soltanto, una vita in corso. O in smobilitazione, pagina dopo pagina accuratamente ripiegata per essere riposta nell'armadio della memoria. Nel suo stile letterario immediato “Disadorna” sembra rispondere al fuoco dello strapotere dell'immagine, del tutto subito narrativo dove il lettore è spettatore e non vuole più attendere. Qui troverà immagini che non si dissolvono come quelle degli schermi, che non obbediscono al telecomando ma che bisogna alzarsi dalla poltrona per andare a spegnere.
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