Gazzetta di Reggio

Ennia Rocchi, la sua eredità dietro le scene

di LUCIANO SALSI
Ennia Rocchi, la sua eredità dietro le scene

Reggio Emilia: un mese fa l’addio alla regina del teatro dialettale, interprete insuperabile e donna di grande arguzia 

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REGGIO EMILIA. C'era una volta una città immersa nella campagna, che al di fuori della circonvallazione aveva soltanto i sobborghi, qualche dimora signorile, le frazioni agresti denominate ville, le stazioni ferroviarie, le officine Reggiane e l'aeroporto. Sono trascorsi settant'anni che equivalgono a qualche secolo. Gli abitanti di Mancasale o Rivalta dicevano “andòmm a Rèsz”, quando si recavano in centro per trovarvi quasi tutto ciò che occorreva nei negozi, sulle bancarelle, nelle botteghe artigiane, negli uffici e nelle scuole. E quando aprivano bocca rivelavano la loro provenienza, perchè il dialetto aveva tante varianti quanti erano i quartieri e le borgate. Quasi nessuno, allora, si faceva mancare una capatina nel cuore del centro, quella piazza San Prospero da tutti chiamata “piàsa céca” (piazza piccola) per distinguerla dalla “piàsa granda” su cui s'affacciano il Duomo e il Municipio. Quello era un autentico concentrato della reggianità popolare, brulicante di vita soprattutto nei giorni di mercato, di cui è stata interprete insuperabile Ennia Rocchi, la grande attrice dialettale e regista morta un mese fa nella casa di riposo di San Pellegrino all'età di 92 anni.

Il vernacolo. “Piàsa céca” è, per l'appunto, il titolo della commedia di Virginia Guicciardi Fiastri considerato il pezzo forte di Ennia Rocchi accanto ad altre opere della stessa autrice, “La Furlàna”, “Gnint in tot” e “Can e gat”, oltre a “Al muros ed la Pipola” e “Al gat ed la Clorénda” di Ugo Ragni, e a “Tot a cavsa d' la comèta” di Emilio Franceschini. Per più di sessant'anni, dopo la guerra, Ennia Rocchi ha donato ai reggiani indimenticabili ore di risate e spensieratezza, contribuendo a conferire una dignità artistica e letteraria a una lingua, la nostra, che non ha alle spalle un Goldoni, un Belli o un Porta. Se il dialetto e la cultura popolare non saranno completamente dimenticati, nell'era dell'incombente globalizzazione, lo si dovrà anche alla bravura e alla disinteressata passione di questa donna a cui si rifanno tutte le compagnie dialettali che continuano a divertire il pubblico trovando, purtroppo, un numero sempre più ridotto di spettatori capaci di capire lo schietto vernacolo di un tempo che usava.

Figlia d’arte. Ennia Rocchi era nata nel 1925 e continuò sempre a risiedere a Cadirocco, la località situata di fronte alla chiesa di San Pellegrino lungo la strada che conduce a Canali, oggi denominata via Tassoni. Crebbe con il padre Italo, la madre Rina Pellati, il fratello Andrea e la sorella Luisa. «La passione per l'arte e per il palco – confessava – viene dalla mia famiglia, i cui componenti avevano la stessa sensibilità anche in campo musicale. Mio papà suonava la chitarra e cantava, poi suonava la tromba. Ho un cugino, Nighel Rocchi, noto maestro di pianoforte, che mi ha pienamente coinvolta». Cionostante della recitazione non fece mai una professione lucrativa. I proventi degli spettacoli li offrì sempre in beneficenza alla sua parrocchia, il cui parroco Angelo Cocconcelli le aveva messo a disposizione il teatrino in cui mosse i primi passi formando la compagnia di San Pellegrino. Quelle offerte contribuirono alla realizzazione della casa di riposo in cui Ennia avrebbe trascorso gli ultimi anni.

Giù dal palco. Per vivere incominciò a lavorare giovanissima alle Reggiane. Poi fino alla pensione fu segretaria dell'ordine degli avvocati. Il suo ufficio era nel palazzo del Tribunale, che aveva sede in via Emilia San Pietro. L'avvocato Giuseppe Paralupi, che si fece ricamare da lei le iniziali sulla toga, ricorda l'arguzia che Ennia sapeva sfoggiare anche nella quotidianità. Il fatto di essere rimasta nubile senza figli le permise di dedicare al teatro tutto il tempo libero, coltivando una vocazione autentica.

Il talento. Le sue doti straordinarie aveva incominciato a dimostrarle fin dall'età di cinque anni. A dodici emergeva già nelle recite parrocchiali del gruppo delle femmine, dirette da una suora dell'oratorio, la madre superiora Pierina Scalvini che scoprì il suo talento. Non le ci volle molto per scalzare dal ruolo di regista la religiosa, che lei giudicava “volonterosa ma non del tutto idonea per quel ruolo”. Divenne così la leader della compagnia di San Pellegrino, alla quale si era unito il gruppo dei maschi, coinvolgendo sulle scene tanti altri giovani attori dilettanti. È anche merito suo se la tradizione teatrale reggiana conobbe dal 1945 agli anni Sessanta una grande proliferazione aprendosi alla comunità grazie alla nascita di tante compagnie dilettantistiche (lei stessa in una ricerca ne contò 75). Era un sistema filodrammatico fertile, dal quale scaturirono le personalità di Romolo Valli e Daniele Piombi, con i quali Ennia recitò. Intanto lei stessa avviava al teatro, indirizzandola verso l'Accademia di arte drammatica, un'altra grande attrice, Edmonda Aldini, dopo averne scoperto le doti prima della guerra, quando frequentava la scuola materna parrocchiale.

La comicità. Nel dopoguerra Ennia aveva impresso una svolta fondamentale al teatro di San Pellegrino, orientandolo definitivamente verso la comicità. Fra le tante rappresentazioni quella che ottenne il più grande successo fu “Promossi sposi”, parodia del romanzo manzoniano. Poi Ennia fu tentata di chiudere con l'attività teatrale, ma l'avanzare di una cultura sempre più lontana dalla religione e dalla morale tradizionale la convinse a continuare con maggiore slancio per offrire al pubblico - disse - «uno spettacolo di prosa sano, rilassante, capace di lasciare negli spettatori l'eco di una serata lieta, di quelle che fanno buon sangue». Fu così che nel 1972 rifondò la compagnia con Rita Cigarini e Sandra De Pietri.

Il riscatto. Nella percezione comune a quell'epoca il dialetto era associato al turpiloquio. Ennia seppe riscattarlo da quel marchio attingendo alla cultura letteraria che si era formata da autodidatta e alle opere scritte in vernacolo dai migliori autori reggiani. “Piàsa céca”, da lei sapientemente rielaborata e messa in scena, ebbe innumerevoli repliche. Le risate erano così sbellicanti che scherzosamente Ennia fece affiggere il cartello: «Vietato l'ingresso ai malati di cuore e alle gestanti oltre il settimo mese». Oggi la sua eredità è contesa. La rivendica anche Antonio Guidetti, che spopola sulle scene con un dialetto più “italianizzato”, mentre Sandra De Pietri continua sulla stessa linea con la compagnia Quì 'd Puianèll, da lei fondata nel 2000.

L’omaggio. I nipoti dell'attrice, perciò, non hanno avuto dubbi nel rivolgersi a Sandra De Pietri per allestire una recita straordinaria di “Piàsa céca” il 10 febbraio prossimo, giorno in cui Ennia compirebbe 93 anni.
 

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