Gazzetta di Reggio

Grande Fuga con il Ballet de Lyon

Applaudite al Valli le inconfondibili creazioni di Childs, de Keersmaeker e Marin 

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REGGIO EMILIA. Il pregio non da poco della serata con il Ballet dell’Opéra de Lyon, al Valli per il Festival Aperto, sta nell’aver goduto, in un unico spettacolo, di tre coreografe su una traccia musicale: la beethoveniana la Grande Fuga op.133. Chiaramente, non la medesima esecuzione, ma per tutte - Lucinda Childs, Anna Teresa de Keersmaeker, Maguy Marin - un’unica partitura, tra gli ultimi sorprendenti capolavori del genio di Bonn. La Childs, che è ancora nel nostro ricordo per “Einstein on the beach” di Glass, inventa una gestualità corale, ma a coppie, classicheggiante e assolutamente pulita. Il rigore della Fuga qui in un’esecuzione per orchestra d’archi con tempi rilassati e spigoli smussati, si sfoga con una danza simmetrica, regolare ambientata in una scena in cui campeggia una grata finemente lavorata, dentro la quale gioca la luce. Splendido il passo a quattro della parte lenta che s’incastona come un prezioso gioiello in questa coreografia dai colori pastello, crepuscolari, raffinatissima. Le altre due, pur nella loro diversità, sembrano complementari: energetica, maschile e in bianco e nero la coreografia della Keersmaeker, problematica, femminile e rossa quella della Marin. Nella prima i danzatori disegnato uno spazio ben misurato dove il buttarsi a terra per poi ripartire crea un circuito elettrico. I fluidi movimenti di linee dettano un gioco che sembra esplicarsi attraverso oscure formule matematiche. La danza della Marin pur pervasa da una profonda energia è ripiegata su se stessa, rivelandosi come l’espressione di un dramma umano latente le cui ragioni forse si trovano nell’oscurità di un abisso. L’emozione immediata comunicata dai movimenti della Keersmaeker, si fa più introversa, si sporca di inquietudine. Certo è, che qui l’esecuzione della Fuga da parte del nostro Quartetto Italiano, carica di forte drammaticità riempie la sala mentre i gesti, pur mantenendo una forte eloquenza, si fanno a volte piccoli piccoli: nella parte lenta con quattro corpi a terra e immobili, la musica viene punteggiata sul pavimento con sorprendenti movimenti delle dita. La Marin, originalissima ed ironica come sempre, anche questa volta colpisce nel segno.(g.b.)



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