Simone Beneventi suona il legno alla Cavallerizza
di Giulia Bassi
Il percussionista: «Il segreto è mettersi in ascolto perché la musica è nascosta dappertutto»
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REGGIO EMILIA. Tra i talenti musicali più profondi ed estrosi a cui la nostra città abbia dato i natali, troviamo il percussionista Simone Beneventi.
Non lo dice solo la critica, ma lo testimonia il lavoro che Beneventi svolge a contatto con i principali compositori d’oggi. Colpisce di lui lo sguardo attento e profondo e un sorriso da ragazzino impertinente, che conserva sempre nonostante i suoi 35 anni. Lo ospita questa sera alla Cavallerizza (ore 20.30) la Rassegna Sol#, nell’ambito del Festival Aperto, dove proporrà un concerto per sole percussioni in legno. “Extended wood percussion solo”, questo è il titolo della serata, prevede di Franco Donatoni, Mari, per marimba, di Silvia Borzelli, Wooden, per marimba, log Drum, woodblock e di Johan Svensson, One Man Band, per strumenti di legno e piccoli dispositivi elettronici, nonché la prima assoluta di Riccardo Nova, Grammatica del delirio, per un percussionista e la sua voce (2017).
«L’idea di un concerto per sole percussioni di legno – commenta Beneventi – è frutto di una pratica per me tanto consueta quanto necessaria, ovvero stabilire, per ogni nuovo progetto, un preciso punto di osservazione del vasto cosmo della musica scritta per percussioni, per poi disegnare una cornice, intuire una prospettiva e di conseguenza delimitare un ambiente sonoro coerente e comunicativo. Per un interprete non-autore della propria musica come me, questa fase rappresenta il momento di maggior libertà creativa, dove ogni aspetto del mio e altrui lavoro può essere ripensato e messo in luce».
Un docente particolarmente determinante per la sua formazione?
«Indubbiamente, all’istituto Peri, Dario Indrigo. Mentre si lavorava con lui la musica respirava, e così ho imparato ad ascoltare. Quelli sono i veri maestri. Come percussionista devo immaginarmi la musica nascosta dappertutto: questo serve quando non so cosa vogliono i compositori o il tipo di suono che desiderano ottenere».
L’esperienza a Reggio quindi è stata fondamentale...
«Certo. Se penso a manifestazioni come Musica/Realtà o Compositori a confronto... a Reggio da sempre si sperimenta e si ricerca. E per le percussioni ricercare nella musica è fondamentale».
E tra i compositori che le hanno lasciato un segno?
«Lachenmann e Sciarrino, che perseguono un’idea di suono dentro alla musica».
Per quanto riguarda il programma di questa sera?
«Extended wood percussion solo è un contenitore mobile ed eterogeneo, alimentato prima di tutto dalla collaborazione con maestri falegnami – preziosi artigiani divenuti liutai per l’occasione – e con compositori interessati a calare il proprio immaginario musicale in un contesto non abituale, dato il limite da me posto alla strumentazione. Tra i brani voglio citare un “classico” scritto negli anni ’90, uno dei pezzi che amo di più: Mari di Donatoni e la nuova sfida lanciata da Riccardo Nova. L’insieme strumentale raccolto ha definito i confini di un universo ligneo dove convivono, mettendosi in luce tra loro, voci ed estetiche apparentemente distanti».
Il brano più complesso che ha affrontato?
«Golfi d’ombra di Fausto Romitelli, per 50 strumenti sospesi che ho eseguito nel 2012 alla Biennale di Venezia come se fosse una performance acrobatica; nessun altro l’ha suonato. Da quella volta sono sempre ospite alla manifestazione veneziana, compreso quest’anno nel concerto inaugurale in cui è stato eseguito Inori di Stockhausen con la partecipazione della moglie, la flautista Kathinka Pesveer, che mi ha invitato a collaborare con la fondazione Stockhausen a Kürten».
Qual è il segreto per diventare un percussionista come lei?
«Essere consapevoli che tutto può diventare una percussione, l’importante è sviluppare la sensibilità di capire il suono di ogni oggetto. La figura del percussionista è espansa, la sua esibizione è una performance: a volte deve cantare, suonare altri strumenti, nella consapevolezza di rivestire un ruolo pionieristico, dovendo lavorare alla creazione del repertorio. Questo mi preme trasmettere anche ai miei allevi al Conservatorio di Sassari, assieme al divertimento che sta dietro alla scoperta di una qualsiasi musica».
Per il futuro?
«Sono diversi gli impegni soprattutto all’estero; tra i progetti che mi stanno più a cuore, una tournée con i Neue Vocalsolisten di Stoccarda con concerti a Padova, Trieste e Firenze. E un lavoro con il regista Daniele Abbado legato all’opera di Giorgio Battistelli Jules Verne per tre percussioni: è una fantasia da camera dove dobbiamo anche immergerci in una piscina, e poi cantiamo, suoniamo il pianoforte, recitiamo… dovrò anche suonare la tromba e sono contentissimo dato che da piccolo la volevo suonare. Desiderio di Abbado era realizzare quest’opera negli anni della sua direzione artistica de I Teatri a Reggio».
Non lo dice solo la critica, ma lo testimonia il lavoro che Beneventi svolge a contatto con i principali compositori d’oggi. Colpisce di lui lo sguardo attento e profondo e un sorriso da ragazzino impertinente, che conserva sempre nonostante i suoi 35 anni. Lo ospita questa sera alla Cavallerizza (ore 20.30) la Rassegna Sol#, nell’ambito del Festival Aperto, dove proporrà un concerto per sole percussioni in legno. “Extended wood percussion solo”, questo è il titolo della serata, prevede di Franco Donatoni, Mari, per marimba, di Silvia Borzelli, Wooden, per marimba, log Drum, woodblock e di Johan Svensson, One Man Band, per strumenti di legno e piccoli dispositivi elettronici, nonché la prima assoluta di Riccardo Nova, Grammatica del delirio, per un percussionista e la sua voce (2017).
«L’idea di un concerto per sole percussioni di legno – commenta Beneventi – è frutto di una pratica per me tanto consueta quanto necessaria, ovvero stabilire, per ogni nuovo progetto, un preciso punto di osservazione del vasto cosmo della musica scritta per percussioni, per poi disegnare una cornice, intuire una prospettiva e di conseguenza delimitare un ambiente sonoro coerente e comunicativo. Per un interprete non-autore della propria musica come me, questa fase rappresenta il momento di maggior libertà creativa, dove ogni aspetto del mio e altrui lavoro può essere ripensato e messo in luce».
Un docente particolarmente determinante per la sua formazione?
«Indubbiamente, all’istituto Peri, Dario Indrigo. Mentre si lavorava con lui la musica respirava, e così ho imparato ad ascoltare. Quelli sono i veri maestri. Come percussionista devo immaginarmi la musica nascosta dappertutto: questo serve quando non so cosa vogliono i compositori o il tipo di suono che desiderano ottenere».
L’esperienza a Reggio quindi è stata fondamentale...
«Certo. Se penso a manifestazioni come Musica/Realtà o Compositori a confronto... a Reggio da sempre si sperimenta e si ricerca. E per le percussioni ricercare nella musica è fondamentale».
E tra i compositori che le hanno lasciato un segno?
«Lachenmann e Sciarrino, che perseguono un’idea di suono dentro alla musica».
Per quanto riguarda il programma di questa sera?
«Extended wood percussion solo è un contenitore mobile ed eterogeneo, alimentato prima di tutto dalla collaborazione con maestri falegnami – preziosi artigiani divenuti liutai per l’occasione – e con compositori interessati a calare il proprio immaginario musicale in un contesto non abituale, dato il limite da me posto alla strumentazione. Tra i brani voglio citare un “classico” scritto negli anni ’90, uno dei pezzi che amo di più: Mari di Donatoni e la nuova sfida lanciata da Riccardo Nova. L’insieme strumentale raccolto ha definito i confini di un universo ligneo dove convivono, mettendosi in luce tra loro, voci ed estetiche apparentemente distanti».
Il brano più complesso che ha affrontato?
«Golfi d’ombra di Fausto Romitelli, per 50 strumenti sospesi che ho eseguito nel 2012 alla Biennale di Venezia come se fosse una performance acrobatica; nessun altro l’ha suonato. Da quella volta sono sempre ospite alla manifestazione veneziana, compreso quest’anno nel concerto inaugurale in cui è stato eseguito Inori di Stockhausen con la partecipazione della moglie, la flautista Kathinka Pesveer, che mi ha invitato a collaborare con la fondazione Stockhausen a Kürten».
Qual è il segreto per diventare un percussionista come lei?
«Essere consapevoli che tutto può diventare una percussione, l’importante è sviluppare la sensibilità di capire il suono di ogni oggetto. La figura del percussionista è espansa, la sua esibizione è una performance: a volte deve cantare, suonare altri strumenti, nella consapevolezza di rivestire un ruolo pionieristico, dovendo lavorare alla creazione del repertorio. Questo mi preme trasmettere anche ai miei allevi al Conservatorio di Sassari, assieme al divertimento che sta dietro alla scoperta di una qualsiasi musica».
Per il futuro?
«Sono diversi gli impegni soprattutto all’estero; tra i progetti che mi stanno più a cuore, una tournée con i Neue Vocalsolisten di Stoccarda con concerti a Padova, Trieste e Firenze. E un lavoro con il regista Daniele Abbado legato all’opera di Giorgio Battistelli Jules Verne per tre percussioni: è una fantasia da camera dove dobbiamo anche immergerci in una piscina, e poi cantiamo, suoniamo il pianoforte, recitiamo… dovrò anche suonare la tromba e sono contentissimo dato che da piccolo la volevo suonare. Desiderio di Abbado era realizzare quest’opera negli anni della sua direzione artistica de I Teatri a Reggio».
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