Gazzetta di Reggio

Nella vallata ideale di Sandro Campani

di Adriano Arati
Nella vallata ideale di Sandro Campani

Lo scrittore oggi a Carpineti con “Il giro del miele”

3 MINUTI DI LETTURA





CARPINETI. L’Appennino come luogo di memoria e di vita, da raccontare ma non da mitizzare. Né da denigrare. Oggi alle 17 arriva a Carpineti, nella biblioteca comunale in un incontro promosso dall’associazione La 25ª Ora, una delle voci più intriganti della letteratura odierna, Sandro Campani. Modenese trapiantato nella collina reggiana, ha da poco pubblicato per Einaudi “Il giro del miele”, romanzo di vicende generazionali, natura e ricordi ambientati in una vallata immaginaria disegnata sulla vallata del torrente Dragone nell’Appennino di Modena. Luogo di nascita e di vita, per molti anni, per lo stesso Campani.

«Senza il mio luogo non avrei mai scritto quello che scrivo, mi ha fornito la voce, l’occhio, un ambiente solido dal punto vista narrativo di cui parlare, e questo è fondamentale per me», spiega.

C’è anche del vissuto personale?

«Io non uso l’autobiografia di solito, faccio narrativa, anche se è ovvio che rimescolo le mie memorie ed esperienze e le riuso nella misura in cui mi danno un’utilità dal punto di vista narrativo».

Solo in questo senso?

«Sì, se la mia memoria personale mi serve la uso, altrimenti non ho urgenza, cerco di guardare universalmente».

È quello l’obiettivo?

«Quando si scrive non si dovrebbero avere intenti sociologici, è pericoloso per la riuscita del progetto narrativo. Quando si scrive si guarda al mondo attorno a noi e che si conosce. E a posteriori ci si rende conto che questo lavoro tocca le storie di tanti. D’altronde l’Italia è fatta così».

Che intende?

«Ci sono storie di disagi, di rotture famigliari che si ritrovano generazione dopo generazione. Persone che si arrabattano per sopravvivere. Quando giro per presentare il libro trovo tante persone che si riconoscono in quel quadro, anche se vengono da un luogo lontano».

Un tessuto comune?

«Io scrivo di posti spopolati, lontani da contesto urbano e l’Italia è questa: essere cresciuti in un posto molto piccolo è un’esperienza comune a molta gente dalla Calabria al Trentino. Un’esperienza per tanto tempo sottaciuta, ma è un mondo che esiste».

Il rischio opposto è di creare l’effetto cartolina sulla montagna?

«Sì. Una volta venire dai monti era una stigmate. Anche 25 anni fa, quando andavo alle superiori. Venivo dalla montagna ed ero visto come l’ingenuotto».

E ora?

«Adesso rischiamo di fare l’inverso, di usare un’ottica riduttiva da villeggiante. E d’altronde chi in montagna è nato ma poi è partito questa estetica se la porta addosso, siamo sempre dei mezzi turisti di noi stessi».

Sarà un mondo isolato, ma piace. Almeno a giudicare dal successo del suo libro...

«Sono contento di avere avuto questa possibilità con una collana prestigiosa e di essere riconosciuto come autore. L’ambiente di cui si parla deve essere potente e si deve intersecare con qualcosa che si dice usando una voce propria, altrimenti non si farebbe un servizio al luogo e ci si marcerebbe sopra, poco dignitosamente».

Questo è l’oggi. Il futuro?

«Ho due idee di romanzi, saranno sempre ambientati nella mia valle immaginaria, nel mio piccolo vorrei fare qualcosa simile a quello che ha fatto Faulkner con la sua contea. Vorrei creare un mondo in cui fare muovere i personaggi da un libro all’altro, da una storia all’altra. Anche per questioni linguistiche».

In che senso?

«Per me l’aspetto linguistico è importante, uso una lingua ritmicamente e sintatticamente sporca di dialettismi che non sarebbe ammissibile se scrivessi un noir ambientato a Milano. Lì dovrei trovare tutta un’altra voce».

©RIPRODUZIONE RISERVATA



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google