SCAVARE NEL MISTERO
di GIULIA BASSI
È IL LAVORO DI MAURO CREMASCHI, STUDIOSO E PROFESSORE A MILANO
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Mai l’aggettivo esimio, di fianco al nome studioso, risulta tanto appropriato come per Mauro Cremaschi, professore all’Università Statale di Milano. L’aggettivo sta per pregiato, egregio, non tanto celebre o famoso. Perché in Italia le due cose, l’eccellenza e la celebrità, poche volte possono andare insieme. A caratterizzarlo, una personalità quasi coriacea, e nel contempo profondamente schiva, di quelle d’altri tempi. Eppure, di contenuti da esternare, anche con prepotenza, ne avrebbe molti. Gli argomenti relativi alle sue materie, geomorfologia, geoarcheologia e geologia del quaternario, potrebbero essere presentati magari fuori dal lavoro accademico o da situazioni ad alta specializzazione, attraverso racconti conditi da una dose di fascino ammaliatore, ma ciò è assolutamente lontano dalla sua persona. Cremaschi, da anni, fa parte di spedizioni archeologiche in paesi come Siria, Egitto, Oman, Turkmenistan, o nel deserto libico, mentre nelle nostre zone è direttore dello scavo alla Terramara Santa Rosa di Poviglio. «Sono oramai 34 anni che, come responsabile del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università degli Studi di Milano, mi occupo della Terramara Santa Rosa di Poviglio e, dall’estate scorsa, dello scavo a San Michele di Valestra a Carpineti. Parliamo dell’età del bronzo con un riferimento temporale compreso tra il 1550 e il 1150 aC, per intenderci. E in pianura padana non è un qualsiasi periodo della preistoria, essendo di primaria importanza per il lavoro dell’uomo».
In che senso?
«In Val Padana, in quel periodo, viene introdotta l’agricoltura intensiva e perciò la zona viene disboscata e destinata alla coltura cerealicola. Sostengono questa attività le terramare, grandi villaggi dalla forma quadrangolare, delimitati da una recinzione di legno e da un fossato all’interno del quale le abitazioni si presentano come palafitte all’asciutto».
Come vivevano gli abitanti delle terramare?
«La loro economia si basa sull’agricoltura e sull’allevamento, ma è una civiltà che conosce la metallurgia e gli oggetti fabbricati vengono scambiati con altri oggetti provenienti da popolazioni mediterranee, ma anche nordiche fino al Mar Baltico. Proprio attraverso lo studio di Santa Rosa si è compreso il rapporto tra gli abitanti e il paesaggio circostante. Tutti i villaggi sono infatti circondati da un fossato alimentato da un corso d’acqua e non solo a scopo di difesa, dato che dal fossato partono verso la campagna dei canali per l’irrigazione dei campi».
Il controllo delle acque è dunque al centro dell’attività economica delle terramare?
«Questi centri abitati attraggono l’acqua e la distribuiscono alla campagna, vale a dire praticano una sorta di coordinamento territoriale riguardo alle risorse idriche, un fatto essenziale per la coltura cerealicola. Per questa ragione veniva praticato il culto delle acque; a dimostrazione di questo ho esplorato forse il più importante monumento dedicato al culto, la vasca di Noceto, una sorta di lago artificiale sostenuto da un’armatura di legno nel quale sono stati gettati numerosi oggetti a scopo votivo legati al culto dei campi, tra cui ben cinque aratri».
Quindi dalle terramare deriva un progetto di gestione territoriale innovativo...
«Indubbiamente, e tutto all’inizio funziona: da qui un forte aumento demografico ma all’improvviso, verso il 1150 aC, il sistema collassa, la terramara si spopola e viene abbandonata. Su questo fenomeno noto come collasso di civiltà, gli studiosi si interrogano tuttora».
Quali sono le ipotesi?
«Un uso delle risorse al di là del sostenibile o una crisi climatica che abbia favorito lo spopolamento. Per questa ragione, come Università di Milano insieme al Dipartimento di Scienze della Vita nella persona di Anna Maria Mercuri, associata di UniMoRe, e a Giovanni Zanchetta associato dell’Università di Pisa, il Ministero ci ha finanziato per tre anni – qualificandolo come una ricerca di interesse nazionale – un progetto per studiare lo scavo archeologico a san Michele di Valestra di Carpineti. Parliamo di un sito che non è sconosciuto, anzi, è stato esplorato a lungo tra il 1965 e il 1972 dal gruppo dagli archeologi del comitato scientifico del Cai di Modena e dagli speleologi che hanno scoperto la Grotta Malavolti».
Qual è il collegamento?
«L’abitato sul Monte Valestra nasce contemporaneamente alle terramare ma al contrario continua ad essere abitato per svariate centinaia d’anni. E dire che in linea d’aria sono molto vicini. Ecco la ragione per cui io mi aspetto, dal confronto tra le due situazioni, di sapere perché le terramare siano scomparse».
Come ha lavorato finora?
«Le indagini avviate sono di tipo geologico, per conoscere la natura del terreno, archeobotanico per analizzare i pollini e zooarcheologico per studiare resti della fauna. La prima tranche di questo lavoro interdisciplinare di scavo, che verrà ripreso l’anno prossimo, testimonia una continuità di insediamento per secoli oltre la vita delle terramare; dallo studio stratigrafico degli scavi si ha la conferma che la comunità che viveva lì ha superato la crisi delle terramare. Si è scoperta, inoltre, una massiccia fondazione in pietra dalla quale si delinea la planimetria di una casa della quale rimangono gli appoggi in pietra dei pilastri lignei».
E le altre indagini?
«Le faremo per capire qual era la gestione del bosco, vale a dire se in montagna si registrano gli stessi tassi di deforestazione che in pianura; probabilmente no. In attesa degli studi di laboratorio, gli scavi hanno fatto emergere numerosi manufatti realizzati con il corno di cervo, materiale diffuso anche in pianura terramare… ma i cervi non vivono in pianura, è probabile quindi che ci fosse uno scambio, come con le pietre per le macine ed anche con il legname. Un’altra indagine ci potrà aiutare a capire quando di preciso si verifica il collasso delle terramare; e la risposta potremmo averla analizzando chimicamente la colate calcidiche esistenti nella grotta Malavolti: vere e proprie stalattiti che costituiscono un importante documento paleoclimatico, poiché la loro diversa conformazione testimonia l’eventuale cambiamento climatico».
E quindi il suo auspicio?
«Vorremmo capire che cosa succede tra Appennino e pianura tra il 1550 e il 1100 avanti Cristo per individuare, una volta per tutte, le cause ambientali e culturali che stanno dietro il collasso delle terramare».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
In che senso?
«In Val Padana, in quel periodo, viene introdotta l’agricoltura intensiva e perciò la zona viene disboscata e destinata alla coltura cerealicola. Sostengono questa attività le terramare, grandi villaggi dalla forma quadrangolare, delimitati da una recinzione di legno e da un fossato all’interno del quale le abitazioni si presentano come palafitte all’asciutto».
Come vivevano gli abitanti delle terramare?
«La loro economia si basa sull’agricoltura e sull’allevamento, ma è una civiltà che conosce la metallurgia e gli oggetti fabbricati vengono scambiati con altri oggetti provenienti da popolazioni mediterranee, ma anche nordiche fino al Mar Baltico. Proprio attraverso lo studio di Santa Rosa si è compreso il rapporto tra gli abitanti e il paesaggio circostante. Tutti i villaggi sono infatti circondati da un fossato alimentato da un corso d’acqua e non solo a scopo di difesa, dato che dal fossato partono verso la campagna dei canali per l’irrigazione dei campi».
Il controllo delle acque è dunque al centro dell’attività economica delle terramare?
«Questi centri abitati attraggono l’acqua e la distribuiscono alla campagna, vale a dire praticano una sorta di coordinamento territoriale riguardo alle risorse idriche, un fatto essenziale per la coltura cerealicola. Per questa ragione veniva praticato il culto delle acque; a dimostrazione di questo ho esplorato forse il più importante monumento dedicato al culto, la vasca di Noceto, una sorta di lago artificiale sostenuto da un’armatura di legno nel quale sono stati gettati numerosi oggetti a scopo votivo legati al culto dei campi, tra cui ben cinque aratri».
Quindi dalle terramare deriva un progetto di gestione territoriale innovativo...
«Indubbiamente, e tutto all’inizio funziona: da qui un forte aumento demografico ma all’improvviso, verso il 1150 aC, il sistema collassa, la terramara si spopola e viene abbandonata. Su questo fenomeno noto come collasso di civiltà, gli studiosi si interrogano tuttora».
Quali sono le ipotesi?
«Un uso delle risorse al di là del sostenibile o una crisi climatica che abbia favorito lo spopolamento. Per questa ragione, come Università di Milano insieme al Dipartimento di Scienze della Vita nella persona di Anna Maria Mercuri, associata di UniMoRe, e a Giovanni Zanchetta associato dell’Università di Pisa, il Ministero ci ha finanziato per tre anni – qualificandolo come una ricerca di interesse nazionale – un progetto per studiare lo scavo archeologico a san Michele di Valestra di Carpineti. Parliamo di un sito che non è sconosciuto, anzi, è stato esplorato a lungo tra il 1965 e il 1972 dal gruppo dagli archeologi del comitato scientifico del Cai di Modena e dagli speleologi che hanno scoperto la Grotta Malavolti».
Qual è il collegamento?
«L’abitato sul Monte Valestra nasce contemporaneamente alle terramare ma al contrario continua ad essere abitato per svariate centinaia d’anni. E dire che in linea d’aria sono molto vicini. Ecco la ragione per cui io mi aspetto, dal confronto tra le due situazioni, di sapere perché le terramare siano scomparse».
Come ha lavorato finora?
«Le indagini avviate sono di tipo geologico, per conoscere la natura del terreno, archeobotanico per analizzare i pollini e zooarcheologico per studiare resti della fauna. La prima tranche di questo lavoro interdisciplinare di scavo, che verrà ripreso l’anno prossimo, testimonia una continuità di insediamento per secoli oltre la vita delle terramare; dallo studio stratigrafico degli scavi si ha la conferma che la comunità che viveva lì ha superato la crisi delle terramare. Si è scoperta, inoltre, una massiccia fondazione in pietra dalla quale si delinea la planimetria di una casa della quale rimangono gli appoggi in pietra dei pilastri lignei».
E le altre indagini?
«Le faremo per capire qual era la gestione del bosco, vale a dire se in montagna si registrano gli stessi tassi di deforestazione che in pianura; probabilmente no. In attesa degli studi di laboratorio, gli scavi hanno fatto emergere numerosi manufatti realizzati con il corno di cervo, materiale diffuso anche in pianura terramare… ma i cervi non vivono in pianura, è probabile quindi che ci fosse uno scambio, come con le pietre per le macine ed anche con il legname. Un’altra indagine ci potrà aiutare a capire quando di preciso si verifica il collasso delle terramare; e la risposta potremmo averla analizzando chimicamente la colate calcidiche esistenti nella grotta Malavolti: vere e proprie stalattiti che costituiscono un importante documento paleoclimatico, poiché la loro diversa conformazione testimonia l’eventuale cambiamento climatico».
E quindi il suo auspicio?
«Vorremmo capire che cosa succede tra Appennino e pianura tra il 1550 e il 1100 avanti Cristo per individuare, una volta per tutte, le cause ambientali e culturali che stanno dietro il collasso delle terramare».
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