La grandezza di Bononi a Palazzo dei Diamanti
di Gian Pietro Zerbini
L’artista ferrarese lavorò per oltre vent’anni a Reggio
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«Il signor Carlo merita di essere stimato, perché li colori che lui adopera sono fatti di core liquefatto».
Anno 1622. Questo scritto di Tito Prisciani, priore di Santa Maria in Vado, committente di tante opere di Carlo Bononi, indirizzato al reggiano Sebastiano Munarini, descrive in maniera sublime l’indiscusso talento dell’arti- sta ferrarese, conosciuto e apprezzato anche a Reggio Emilia. Per circa un ventennio, infatti, Bononi lavora per l’esigente committenza locale, che lo sceglie addirittura per il massimo cantiere cittadino dell’epoca, quello della basilica della Ghiara. Sue opere si trovano tuttora nella chiesa parrocchiale di Gualtieri (è il caso dell’Annunciazione, realizzata nel 1612) e poi in duomo, in Sant’Agostino, presso il Museo Diocesano, in Santa Teresa a Quattro Castella, oltre che, ovviamente, in Ghiara.
Ma è Ferrara a celebrare l’artista, ultimo sognatore dell’Officina Ferrarese, con una mostra a Palazzo Diamanti. Una scommessa, pensata insieme a Ferrara Arte, su un secolo pittorico considerato, a torto, decadente e poco significativo. La mostra, curata da Giovanni Sassu e Francesca Cappelletti, mette in luce un artista – ultimo tassello di quella straordinaria scuola e officina rinascimentale ferrarese e il trait d’union con il barocco seicentesco – che ha regalato opere diventate il simbolo dell’arte di quel periodo. Una pittura emozionale che può evocare altri grandi che l’hanno prece- duto, dal Correggio a Caravaggio, ma che conserva tratti originalissimi e soprattutto può contare su una vastissima produzione, disseminata in vari luoghi, soprattutto chiese nella pianura padana, senza tralasciare il Louvre.
«Certamente non sono in molti tra il grande pubblico a sapere che Bononi è stato un grandissimo pittore del Sei- cento – spiega Giovanni Cossu – stimato da colleghi come Guido Reni, Guercino o Giuseppe Maria Crespi, ammirato da viaggiatori e intellettuali come Nicholas Cochin, Johann Wolfgang Goethe e Luigi Lanzi, lodato da storici dell’arte come Jacob Burckhardt e Roberto Longhi. Bononi fu un artista prolifico, un grandissimo disegnatore, ma, soprattutto, un inquieto sperimentatore di tecniche e di forme che lo hanno portato ad occupare un posto di assoluto rilievo nella storia dell’arte del XVII secolo. Pronto a misurarsi con le novità provenienti dai centri artistici più moderni, dalla Venezia di Tintoretto alla Bologna dei Carracci fino alla Roma di Caravaggio e di Lanfranco, le sue qualità risultavano palesi agli occhi esperti del già ricordato Longhi: nel 1934, in anni in cui il Seicento ferrarese era ancora ben lontano dall’essere compreso e studiato, il grande storico lo definiva «l’ultimo grande pittore ferrarese», assegnandogli il ruolo di erede di una tradizione che, per la sua effervescenza, egli stesso aveva chiamato Officina ferrarese». La mostra inquadra le varie fasi artistiche del pittore, dal periodo ferrarese, al dualismo con lo Scarsellino, passando per l’esperienza romana.
Visitabile fino a domenica 7 gennaio. Aperto tutti i giorni dalle 9 alle 19, compresi il 1 novembre, 8, 25 e 26 dicembre, 1 e 6 gennaio (la biglietteria chiude 30 minuti prima). Biglietto intero 11 euro, ridotto 9 euro, gratuito per bambini sotto i 6 anni, guide turistiche, disabili, militari in divisa, giornalisti. (g.p.z.)
Anno 1622. Questo scritto di Tito Prisciani, priore di Santa Maria in Vado, committente di tante opere di Carlo Bononi, indirizzato al reggiano Sebastiano Munarini, descrive in maniera sublime l’indiscusso talento dell’arti- sta ferrarese, conosciuto e apprezzato anche a Reggio Emilia. Per circa un ventennio, infatti, Bononi lavora per l’esigente committenza locale, che lo sceglie addirittura per il massimo cantiere cittadino dell’epoca, quello della basilica della Ghiara. Sue opere si trovano tuttora nella chiesa parrocchiale di Gualtieri (è il caso dell’Annunciazione, realizzata nel 1612) e poi in duomo, in Sant’Agostino, presso il Museo Diocesano, in Santa Teresa a Quattro Castella, oltre che, ovviamente, in Ghiara.
Ma è Ferrara a celebrare l’artista, ultimo sognatore dell’Officina Ferrarese, con una mostra a Palazzo Diamanti. Una scommessa, pensata insieme a Ferrara Arte, su un secolo pittorico considerato, a torto, decadente e poco significativo. La mostra, curata da Giovanni Sassu e Francesca Cappelletti, mette in luce un artista – ultimo tassello di quella straordinaria scuola e officina rinascimentale ferrarese e il trait d’union con il barocco seicentesco – che ha regalato opere diventate il simbolo dell’arte di quel periodo. Una pittura emozionale che può evocare altri grandi che l’hanno prece- duto, dal Correggio a Caravaggio, ma che conserva tratti originalissimi e soprattutto può contare su una vastissima produzione, disseminata in vari luoghi, soprattutto chiese nella pianura padana, senza tralasciare il Louvre.
«Certamente non sono in molti tra il grande pubblico a sapere che Bononi è stato un grandissimo pittore del Sei- cento – spiega Giovanni Cossu – stimato da colleghi come Guido Reni, Guercino o Giuseppe Maria Crespi, ammirato da viaggiatori e intellettuali come Nicholas Cochin, Johann Wolfgang Goethe e Luigi Lanzi, lodato da storici dell’arte come Jacob Burckhardt e Roberto Longhi. Bononi fu un artista prolifico, un grandissimo disegnatore, ma, soprattutto, un inquieto sperimentatore di tecniche e di forme che lo hanno portato ad occupare un posto di assoluto rilievo nella storia dell’arte del XVII secolo. Pronto a misurarsi con le novità provenienti dai centri artistici più moderni, dalla Venezia di Tintoretto alla Bologna dei Carracci fino alla Roma di Caravaggio e di Lanfranco, le sue qualità risultavano palesi agli occhi esperti del già ricordato Longhi: nel 1934, in anni in cui il Seicento ferrarese era ancora ben lontano dall’essere compreso e studiato, il grande storico lo definiva «l’ultimo grande pittore ferrarese», assegnandogli il ruolo di erede di una tradizione che, per la sua effervescenza, egli stesso aveva chiamato Officina ferrarese». La mostra inquadra le varie fasi artistiche del pittore, dal periodo ferrarese, al dualismo con lo Scarsellino, passando per l’esperienza romana.
Visitabile fino a domenica 7 gennaio. Aperto tutti i giorni dalle 9 alle 19, compresi il 1 novembre, 8, 25 e 26 dicembre, 1 e 6 gennaio (la biglietteria chiude 30 minuti prima). Biglietto intero 11 euro, ridotto 9 euro, gratuito per bambini sotto i 6 anni, guide turistiche, disabili, militari in divisa, giornalisti. (g.p.z.)
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