Al Valli arriva Il Trovatore «L’opera per antonomasia»
di GIULIA BASSI
A dirigerlo sarà il giovanissimo Andrea Battistoni, che è anche violoncellista «È l’apice del melodramma, una musica che si colora di tinte fiammeggianti»
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«Il Trovatore? Sicuramente rappresenta l’apice del melodramma, ovvero l’opera per antonomasia» commenta Andrea Battistoni al termine di una prova dello spettacolo che venerdì (ore 20) e domenica (ore 15.30) aprirà la stagione lirica del teatro Valli.
Il capolavoro verdiano va in scena in una nuova produzione per la regia di Stefano Vizioli; nel cast figurano Vittorio Vitelli (il Conte di Luna), Vittoria Yeo (Leonora), Silvia Beltrami (Azucena) Gianluca Terranova (Manrico), Francesco Milanese (Ferrando); sul palco anche l’Orchestra dell’Opera Italiana e il Coro Merulo di Reggio Emilia.
«È la terza volta che lo dirigo, la mia prima è stata nel 2012 a Berlino, quando avevo 25 anni, poi l’ho diretto a Tokyo nel 2015» puntualizza il giovane e brillante direttore che è anche compositore e violoncellista. Classe 1987, Battistoni ha già una invidiabile carriera alle spalle che si sviluppa tra Europa e Giappone, come direttore principale della Tokyo Philarmonic Orchestra, e in Italia soprattutto al Carlo Felice di Genova dove è direttore principale, e a Verona, la sua città natale. «Il melodramma – spiega – con questa musica si colora di tinte fiammeggianti e poi Trovatore ha contribuito a creare il mito del tenore, perché senza la pira... Inoltre è titolo su cui l’immaginario di ogni appassionato, e non, galoppa in modo irrefrenabile».
Tinte infuocate, il tenore eroico rappresentato da Manrico... e poi cosa racchiude il Trovatore?
«Il dramma a tinte fosche, presentato con atmosfere notturne quasi chopiniane o schubertiane che creano un po’ l’altro volto dell’opera in rappresentanza del quale sembra esserci la figura di Leonora».
Come si sta preparando al debutto?
«Spero di poter soddisfare le aspettative del pubblico con la mia lettura che guarda sia al carattere romantico che allo spirito battagliero: in questo senso si ossequia la tradizione con il do (nella pira), con tutto quello che ci vuole. Nello specifico, prima di iniziare le prove non ho un’idea precisa dell’opera, perché ogni messa in scena è a sè stante; l’opera presenta una sua veridicità differente a seconda degli interpreti ai quali mi devo adeguare».
E com’è la partitura dal punto di vista delle difficoltà?
«Da un punto di vista tecnico non è una partitura complicata, ma occorre impregnarla di quel suono cosiddetto “italiano” di cui necessitano i nostri melodrammi».
In che cosa consiste?
«In una cura speciale che il direttore deve trasmettere all’orchestra (ma va detto che le orchestre italiane lo hanno già nel Dna) per cui ogni parte canta ed ha una vita propria. Anche l’accompagnamento, più schematico e banale, deve vivere diventando un tutt’uno con la linea melodica principale».
Verdi che ruolo ha avuto nella sua carriera?
«Fondamentale. Lo amo tutto, ma la sua opera che preferisco è Otello, mentre per Aida nutro una passione tutta speciale in quanto l’ho diretta per la prima volta all’Arena di Verona nel 2011, quando avevo 23 anni. La mia passione per la musica, l’opera in particolare, è iniziata seguendo gli spettacoli in quel meraviglioso spazio che è l’Arena. E ho cominciato a dirigere molto presto proprio lì, dove tutto deve avere un imprinting particolare ed essere “più grande”. Questo mi influenza anche fuori, in quanto faccio in modo che la musica arrivi fino all’ultimo posto del loggione».
Le parti più belle del Trovatore?
«Non è facile dirlo. Ma ho un debole per le scene corali e mi piace molto per la passione che comunica il concertato finale del secondo atto. E poi l’inizio, dove è essenziale scegliere la tinta che deve trasmettere un forte senso del mistero e… dell’orrore; meravigliosa anche l’aria del baritono: “Il balen…”, la tipica melodia italiana, irresistibile».
Come sta lavorando in questi giorni di prove?
«Qui l’atmosfera è perfetta e per quanto riguarda l’orchestra ritrovo tanti musicisti con cui ho lavorato a Parma quando ero primo direttore ospite del Regio per il Festival Verdi; da molti di loro ho imparato, perché quella del direttore è una professione complicata. Il lavoro che faccio a casa è intensissimo nel cercare di avere una piena consapevolezza di tutto. Dopo aver iniziato giovanissimo (e devo dire che prima si comincia e meglio è) spero di dimostrare che in questi anni sono maturato».
Quali sono i maestri che l’hanno maggiormente influenzato e sostenuto?
«Ricordo con piacere Gabriele Ferro alla scuola di Fiesole, che mi ha fatto capire cosa vuol dire fare questo lavoro. Altre due figure invece parlano reggiano: sono Maurizio e Paolo Barbacini; il primo che mi ha voluto come suo assistente a Basilea e mi ha fatto debuttare in Bohème nel 2008, invece Paolo è stato il mio primo agente. Li ricordo davvero con straordinario affetto: per loro ho varcato per la prima volta la porta d’ingresso del mondo dell’opera».
Dopo il debutto al Valli (venerdì alle 20 e domenica alle 15.30) Il Trovatore diretto dal giovane Andrea Battistoni sarà di scena al Comunale di Modena (3 e 5 novembre) e quindi al Teatro Verdi di Pisa (10 e 12 novembre).
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Il capolavoro verdiano va in scena in una nuova produzione per la regia di Stefano Vizioli; nel cast figurano Vittorio Vitelli (il Conte di Luna), Vittoria Yeo (Leonora), Silvia Beltrami (Azucena) Gianluca Terranova (Manrico), Francesco Milanese (Ferrando); sul palco anche l’Orchestra dell’Opera Italiana e il Coro Merulo di Reggio Emilia.
«È la terza volta che lo dirigo, la mia prima è stata nel 2012 a Berlino, quando avevo 25 anni, poi l’ho diretto a Tokyo nel 2015» puntualizza il giovane e brillante direttore che è anche compositore e violoncellista. Classe 1987, Battistoni ha già una invidiabile carriera alle spalle che si sviluppa tra Europa e Giappone, come direttore principale della Tokyo Philarmonic Orchestra, e in Italia soprattutto al Carlo Felice di Genova dove è direttore principale, e a Verona, la sua città natale. «Il melodramma – spiega – con questa musica si colora di tinte fiammeggianti e poi Trovatore ha contribuito a creare il mito del tenore, perché senza la pira... Inoltre è titolo su cui l’immaginario di ogni appassionato, e non, galoppa in modo irrefrenabile».
Tinte infuocate, il tenore eroico rappresentato da Manrico... e poi cosa racchiude il Trovatore?
«Il dramma a tinte fosche, presentato con atmosfere notturne quasi chopiniane o schubertiane che creano un po’ l’altro volto dell’opera in rappresentanza del quale sembra esserci la figura di Leonora».
Come si sta preparando al debutto?
«Spero di poter soddisfare le aspettative del pubblico con la mia lettura che guarda sia al carattere romantico che allo spirito battagliero: in questo senso si ossequia la tradizione con il do (nella pira), con tutto quello che ci vuole. Nello specifico, prima di iniziare le prove non ho un’idea precisa dell’opera, perché ogni messa in scena è a sè stante; l’opera presenta una sua veridicità differente a seconda degli interpreti ai quali mi devo adeguare».
E com’è la partitura dal punto di vista delle difficoltà?
«Da un punto di vista tecnico non è una partitura complicata, ma occorre impregnarla di quel suono cosiddetto “italiano” di cui necessitano i nostri melodrammi».
In che cosa consiste?
«In una cura speciale che il direttore deve trasmettere all’orchestra (ma va detto che le orchestre italiane lo hanno già nel Dna) per cui ogni parte canta ed ha una vita propria. Anche l’accompagnamento, più schematico e banale, deve vivere diventando un tutt’uno con la linea melodica principale».
Verdi che ruolo ha avuto nella sua carriera?
«Fondamentale. Lo amo tutto, ma la sua opera che preferisco è Otello, mentre per Aida nutro una passione tutta speciale in quanto l’ho diretta per la prima volta all’Arena di Verona nel 2011, quando avevo 23 anni. La mia passione per la musica, l’opera in particolare, è iniziata seguendo gli spettacoli in quel meraviglioso spazio che è l’Arena. E ho cominciato a dirigere molto presto proprio lì, dove tutto deve avere un imprinting particolare ed essere “più grande”. Questo mi influenza anche fuori, in quanto faccio in modo che la musica arrivi fino all’ultimo posto del loggione».
Le parti più belle del Trovatore?
«Non è facile dirlo. Ma ho un debole per le scene corali e mi piace molto per la passione che comunica il concertato finale del secondo atto. E poi l’inizio, dove è essenziale scegliere la tinta che deve trasmettere un forte senso del mistero e… dell’orrore; meravigliosa anche l’aria del baritono: “Il balen…”, la tipica melodia italiana, irresistibile».
Come sta lavorando in questi giorni di prove?
«Qui l’atmosfera è perfetta e per quanto riguarda l’orchestra ritrovo tanti musicisti con cui ho lavorato a Parma quando ero primo direttore ospite del Regio per il Festival Verdi; da molti di loro ho imparato, perché quella del direttore è una professione complicata. Il lavoro che faccio a casa è intensissimo nel cercare di avere una piena consapevolezza di tutto. Dopo aver iniziato giovanissimo (e devo dire che prima si comincia e meglio è) spero di dimostrare che in questi anni sono maturato».
Quali sono i maestri che l’hanno maggiormente influenzato e sostenuto?
«Ricordo con piacere Gabriele Ferro alla scuola di Fiesole, che mi ha fatto capire cosa vuol dire fare questo lavoro. Altre due figure invece parlano reggiano: sono Maurizio e Paolo Barbacini; il primo che mi ha voluto come suo assistente a Basilea e mi ha fatto debuttare in Bohème nel 2008, invece Paolo è stato il mio primo agente. Li ricordo davvero con straordinario affetto: per loro ho varcato per la prima volta la porta d’ingresso del mondo dell’opera».
Dopo il debutto al Valli (venerdì alle 20 e domenica alle 15.30) Il Trovatore diretto dal giovane Andrea Battistoni sarà di scena al Comunale di Modena (3 e 5 novembre) e quindi al Teatro Verdi di Pisa (10 e 12 novembre).
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