eroi
Trovare il magico nel quotidiano ecco la sfida di OTTOmani
REGGIO EMILIA. Continua il percorso di avvicinamento al Reggio Film Festival, la rassegna che da 16 anni porta in città opere e ospiti da tutto il mondo. In attesa della manifestazione – che si...
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REGGIO EMILIA. Continua il percorso di avvicinamento al Reggio Film Festival, la rassegna che da 16 anni porta in città opere e ospiti da tutto il mondo. In attesa della manifestazione – che si svolgerà dal 3 al 13 novembre – abbiamo deciso di chiedere ai protagonisti di approfondire il tema scelto per questa edizione: eroi.
Non potevamo non parlare con OTTOmani, associazione nata nel 2006 per sviluppare un’attività didattica di realizzazione del cinema di animazione con l’utilizzo degli strumenti digitali. In occasione del Reggio Film Festival, l’associazione terrà un workshop intitolato “All’ombra degli eroi”. Obiettivo del corso, realizzare un corto d’animazione con la tecnica dello stop-motion, giocando con luci, ombre e riflessi. Abbiamo raggiunto Roberto Paganelli, uno dei fondatori di questa associazione che cura laboratori per bambini e adulti in tutto il mondo.
Fare animazione con tecniche tradizionali al giorno d’oggi ha qualcosa di eroico?
«Lavorando molto all’estero mi pare che la difficoltà e anche il presunto eroismo nel volere fare animazione “tradizionale” sia tutta italiana. In Europa la cultura del cinema animato è diffusa e anche raffinata e quindi nessun problema e nessun eroismo nel proporre percorsi di stop-motion. In Italia, invece, quando si introduce il termine “animazione” si finisce nell’equivoco dell’intrattenimento da spiaggia».
E dunque in Italia si può parlare di eroismo...
«Il problema è che bisogna fare i conti con gli adulti, con tutte le loro chiusure e i loro stereotipi. Adulti sono i docenti che devono scegliere le attività per i bambini, sono i genitori e sono i politici che scelgono come destinare le risorse. Affrontare gli adulti in Italia, questo sì che è eroico».
Voi lavorate con bambini: quali sono le potenzialità di queste tecniche in ambito educativo e formativo?
«La stop-motion ha una capacità attrattiva e di coinvolgimento quasi primitiva: permette il controllo e la gestione della scena attraverso la manipolazione diretta dei materiali stimolando una capacità di intervento artigianale su tutti gli elementi della scena. Con gli strumenti digitali, poi, si possono verificare in tempo reale i risultati del lavoro di animazione e dunque è possibile criticare, discutere e, se necessario cancellare e rifare».
Quali sono i vostri “eroi” del cinema di animazione?
«Ogni persona coinvolta nel progetto OTTOmani ha una propria predilezione, ma condividiamo una ristretta squadra di realizzatori. Cito le sperimentazioni di Norman McLaren, la capacità metaforica e surreale di Jan Svankmajer, il lirismo di Yuri Norstein e, per citare gli italiani, sicuramente Bruno Bozzetto e le sinfonie visive di Gianini e Luzzati. Si capirà che il cinema mainstream non è il nostro preferito, del resto tra la carne e la plastica voi cosa scegliereste?».
Nel vostro lavoro utilizzate i materiali dalle provenienze più disparate diventano spunti per la narrazione se non i protagonisti. Al Festival proporrete la luce e l’ombra come principali motori creativi: perché giocare con materie impalpabili?
«Per osservare il quotidiano e trovarvi il magico e il meraviglioso. In piccolo è un po’ come seguire alcune delle osservazioni di Bruno Munari che di ogni materia e di ogni oggetto, di natura o di artificio spingeva a trovare una visione non ortodossa e stupefacente». (r.f.s.)
Non potevamo non parlare con OTTOmani, associazione nata nel 2006 per sviluppare un’attività didattica di realizzazione del cinema di animazione con l’utilizzo degli strumenti digitali. In occasione del Reggio Film Festival, l’associazione terrà un workshop intitolato “All’ombra degli eroi”. Obiettivo del corso, realizzare un corto d’animazione con la tecnica dello stop-motion, giocando con luci, ombre e riflessi. Abbiamo raggiunto Roberto Paganelli, uno dei fondatori di questa associazione che cura laboratori per bambini e adulti in tutto il mondo.
Fare animazione con tecniche tradizionali al giorno d’oggi ha qualcosa di eroico?
«Lavorando molto all’estero mi pare che la difficoltà e anche il presunto eroismo nel volere fare animazione “tradizionale” sia tutta italiana. In Europa la cultura del cinema animato è diffusa e anche raffinata e quindi nessun problema e nessun eroismo nel proporre percorsi di stop-motion. In Italia, invece, quando si introduce il termine “animazione” si finisce nell’equivoco dell’intrattenimento da spiaggia».
E dunque in Italia si può parlare di eroismo...
«Il problema è che bisogna fare i conti con gli adulti, con tutte le loro chiusure e i loro stereotipi. Adulti sono i docenti che devono scegliere le attività per i bambini, sono i genitori e sono i politici che scelgono come destinare le risorse. Affrontare gli adulti in Italia, questo sì che è eroico».
Voi lavorate con bambini: quali sono le potenzialità di queste tecniche in ambito educativo e formativo?
«La stop-motion ha una capacità attrattiva e di coinvolgimento quasi primitiva: permette il controllo e la gestione della scena attraverso la manipolazione diretta dei materiali stimolando una capacità di intervento artigianale su tutti gli elementi della scena. Con gli strumenti digitali, poi, si possono verificare in tempo reale i risultati del lavoro di animazione e dunque è possibile criticare, discutere e, se necessario cancellare e rifare».
Quali sono i vostri “eroi” del cinema di animazione?
«Ogni persona coinvolta nel progetto OTTOmani ha una propria predilezione, ma condividiamo una ristretta squadra di realizzatori. Cito le sperimentazioni di Norman McLaren, la capacità metaforica e surreale di Jan Svankmajer, il lirismo di Yuri Norstein e, per citare gli italiani, sicuramente Bruno Bozzetto e le sinfonie visive di Gianini e Luzzati. Si capirà che il cinema mainstream non è il nostro preferito, del resto tra la carne e la plastica voi cosa scegliereste?».
Nel vostro lavoro utilizzate i materiali dalle provenienze più disparate diventano spunti per la narrazione se non i protagonisti. Al Festival proporrete la luce e l’ombra come principali motori creativi: perché giocare con materie impalpabili?
«Per osservare il quotidiano e trovarvi il magico e il meraviglioso. In piccolo è un po’ come seguire alcune delle osservazioni di Bruno Munari che di ogni materia e di ogni oggetto, di natura o di artificio spingeva a trovare una visione non ortodossa e stupefacente». (r.f.s.)
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