Il regista Stefano Vizioli «Ecco il mio Trovatore»
di Giulia Bassi
REGGIO EMILIA. Una trama sconnessa con personaggi che si scoprono diversi da quel che si pensava. E il tutto si rivela – così succede nei racconti pieni di tensione – soltanto alla fine con un «Egli...
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REGGIO EMILIA. Una trama sconnessa con personaggi che si scoprono diversi da quel che si pensava. E il tutto si rivela – così succede nei racconti pieni di tensione – soltanto alla fine con un «Egli era tuo fratello!».
Il Trovatore verdiano andrà in scena al teatro Valli stasera alle 21 e domenica alle 15.30. «Un’opera di evocazione – spiega il regista Stefano Vizioli – in cui i personaggi raccontano fatti preesistenti di cui si ha memoria, ma che non sono poi attuati sul palco».
Come può un regista districarsi nella trama alambiccata del Trovatore?
«Il Trovatore o si ama o si odia, e se si ama si accettano alcune incoerenze della storia. L’opera in generale è anche convenzione e va amata per questo. In più nel Trovatore le azioni sono raccontate e raramente vissute: amo queste ambiguità concettuali proprio in quanto esprimono contrasti enormi tra la musica e la definizione un po’ stereotipa dei personaggi. Ma Il Trovatore è un’opera di amori dolorosi e infelici, di perdenti, dove nessuno riesce a trovare una risoluzione alla propria ansia emotiva».
Neanche Manrico?
«Questo personaggio è stato spesso realizzato come una sorta di eroe invincibile dall’acuto insolente e svettante: al contrario lo leggo come un perdente nato, non riesce mai a stare con le donne che ama, l’entrata del primo atto esprime subito un dubbio d’amore verso Leonora, e quando muore sarà ancora inconsapevole di una verità nascosta tenuta fino all’ultimo… poi è poeta, cantore, amante, uno sconfitto purissimo, lo amo forse più di tutti gli altri personaggi proprio per le contraddizioni espresse nel canto e nel testo».
Che ne pensa delle trasposizioni temporali dei testi d’opera?
«In generale non sono contrario alle trasposizioni, e amo le contaminazioni: recentemente ho realizzato un Falstaff “swinging London” anni ’70 molto “optical”, e una rarità di Carafa I due Figaro la cui scenografia era ispirata ad Andy Wharol. Credo che la cosa più importante sia la coerenza delle scelte, la fedeltà a una concezione unitaria, il coraggio di far vibrare emozioni archetipe che si annidano in ciascuno di noi».
Per quali scelte registiche ha optato nella sua concezione drammatica?
«Con lo scenografo e costumista Ciammarughi siamo partiti dalla memoria di un nostro Trovatore negli Stati Uniti, nel 2003. Quando ci è stato proposto di mettere in scena Il trovatore a Trieste, Liegi e Toulon abbiamo concepito un allestimento completamente nuovo e diverso, però c’erano alcune idee a cui ero affezionato, come l’evocazione del mondo nero creato dalla superstizione, dalla magia e dalla cattiveria degli uomini nei confronti della donna, della strega, della diversa».
Come regista come vive il rapporto con Verdi e la sua partitura?
«Come ben diceva Gabriele Baldini in Abitare la battaglia, la drammaturgia del Trovatore si risolve essenzialmente nella musica, ancor più che nelle azioni o nel libretto. Bisogna amare incondizionatamente questo testo, che più di tutti rappresenta il concetto di opera nel senso più romantico del termine: cercare spiegazioni eccessive o sghignazzare su alcune stranezze vuol dire minimizzare la portata enorme di quest’opera, che ha un ruolo primario nella coscienza della nostra civiltà, credo che nessuna opera si inscriva nel nostro Dna culturale più del Trovatore».
Che domande si pone un regista davanti al Trovatore?
«È fra le opere più difficili che ho messo in scena, un’opera che ha quattro protagonisti, dalla trama complicata: il dovere del regista è quello di saper raccontare una favola antica e di svegliare e far vibrare corde assopite del nostro mondo interiore. Viviamo in un mondo che ha paura di commuoversi ed esaltarsi, il riso e il pianto sono considerati espressione di una certa povertà intellettuale e si tende a “raffreddare” tutto, per paura di svelare un mondo di fragilità e paure. Spero di rinnovare questa libertà dell’emozione: le storie raccontate da Verdi e dalla sua musica vinceranno sempre sull’appiattimento omologante della nostra società». (g.b.)
Il Trovatore verdiano andrà in scena al teatro Valli stasera alle 21 e domenica alle 15.30. «Un’opera di evocazione – spiega il regista Stefano Vizioli – in cui i personaggi raccontano fatti preesistenti di cui si ha memoria, ma che non sono poi attuati sul palco».
Come può un regista districarsi nella trama alambiccata del Trovatore?
«Il Trovatore o si ama o si odia, e se si ama si accettano alcune incoerenze della storia. L’opera in generale è anche convenzione e va amata per questo. In più nel Trovatore le azioni sono raccontate e raramente vissute: amo queste ambiguità concettuali proprio in quanto esprimono contrasti enormi tra la musica e la definizione un po’ stereotipa dei personaggi. Ma Il Trovatore è un’opera di amori dolorosi e infelici, di perdenti, dove nessuno riesce a trovare una risoluzione alla propria ansia emotiva».
Neanche Manrico?
«Questo personaggio è stato spesso realizzato come una sorta di eroe invincibile dall’acuto insolente e svettante: al contrario lo leggo come un perdente nato, non riesce mai a stare con le donne che ama, l’entrata del primo atto esprime subito un dubbio d’amore verso Leonora, e quando muore sarà ancora inconsapevole di una verità nascosta tenuta fino all’ultimo… poi è poeta, cantore, amante, uno sconfitto purissimo, lo amo forse più di tutti gli altri personaggi proprio per le contraddizioni espresse nel canto e nel testo».
Che ne pensa delle trasposizioni temporali dei testi d’opera?
«In generale non sono contrario alle trasposizioni, e amo le contaminazioni: recentemente ho realizzato un Falstaff “swinging London” anni ’70 molto “optical”, e una rarità di Carafa I due Figaro la cui scenografia era ispirata ad Andy Wharol. Credo che la cosa più importante sia la coerenza delle scelte, la fedeltà a una concezione unitaria, il coraggio di far vibrare emozioni archetipe che si annidano in ciascuno di noi».
Per quali scelte registiche ha optato nella sua concezione drammatica?
«Con lo scenografo e costumista Ciammarughi siamo partiti dalla memoria di un nostro Trovatore negli Stati Uniti, nel 2003. Quando ci è stato proposto di mettere in scena Il trovatore a Trieste, Liegi e Toulon abbiamo concepito un allestimento completamente nuovo e diverso, però c’erano alcune idee a cui ero affezionato, come l’evocazione del mondo nero creato dalla superstizione, dalla magia e dalla cattiveria degli uomini nei confronti della donna, della strega, della diversa».
Come regista come vive il rapporto con Verdi e la sua partitura?
«Come ben diceva Gabriele Baldini in Abitare la battaglia, la drammaturgia del Trovatore si risolve essenzialmente nella musica, ancor più che nelle azioni o nel libretto. Bisogna amare incondizionatamente questo testo, che più di tutti rappresenta il concetto di opera nel senso più romantico del termine: cercare spiegazioni eccessive o sghignazzare su alcune stranezze vuol dire minimizzare la portata enorme di quest’opera, che ha un ruolo primario nella coscienza della nostra civiltà, credo che nessuna opera si inscriva nel nostro Dna culturale più del Trovatore».
Che domande si pone un regista davanti al Trovatore?
«È fra le opere più difficili che ho messo in scena, un’opera che ha quattro protagonisti, dalla trama complicata: il dovere del regista è quello di saper raccontare una favola antica e di svegliare e far vibrare corde assopite del nostro mondo interiore. Viviamo in un mondo che ha paura di commuoversi ed esaltarsi, il riso e il pianto sono considerati espressione di una certa povertà intellettuale e si tende a “raffreddare” tutto, per paura di svelare un mondo di fragilità e paure. Spero di rinnovare questa libertà dell’emozione: le storie raccontate da Verdi e dalla sua musica vinceranno sempre sull’appiattimento omologante della nostra società». (g.b.)
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