Carlo Bononi, il ferrarese amato da Reggio
L’artista del ’600 impreziosì la nostra città. Molte opere reggiane ora esposte a Palazzo dei Diamanti di Ferrara
REGGIO EMILIA. Ferrara gli ha dedicato una mostra – visitabile a Palazzo dei Diamanti fino al 7 gennaio – ma è Reggio ad averlo curato e celebrato, senza dimenticarlo mai.
Carlo Bononi, che da noi è conosciuto come Bonone, è uno degli artisti che hanno impreziosito la nostra città a inizio del ’600. Quando, cioè, per l’assenza di eredi del duca Alfonso II, Ferrara passa allo Stato della Chiesa. Complice l’economia legata alla produzione e al commercio della seta, Reggio fiorisce e diventa – lei, e non Modena – la capitale artistica del ducato estense.
Giovanni Sassu racconta la grandezza di Carlo Bononi
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È in quel periodo che artisti del calibro di Guercino e dei Carracci lavorano in città, trovandovi più libertà espressiva che altrove; ed è in quel periodo che la ricca committenza locale chiama Bononi a decorare chiese e confraternite laicali, riconoscendo in lui un pittore senza eguali. Giudizio condiviso, peraltro, dai suoi stessi “colleghi”: il Guercino, per fare un esempio, in una lettera del 1639, scrive che Bononi «era grande nel disegno e nella forza del colorito», che «il suo fare era grande e primario» e che si trattava di «un pittore non ordinario».
A raccontarlo nel convento dei Servi di Maria adiacente alla basilica della Ghiara, sono stati lo storico dell’arte Angelo Mazza, Giovanni Sassu (curatore, insieme a Francesca Cappelletti, della mostra in corso a Ferrara) e Stefano Scansani, direttore della Gazzetta di Reggio. Davanti a una platea gremita – e rapita – i tre hanno fatto capriole tra le due città, descrivendo il clima del ’600, ma anche le grandi mostre e ricerche che Reggio, nella seconda metà del ’900, ha dedicato al “suo” Bonone.
«A differenza di Ferrara – spiega Sassu – dove l’artista è stato pressoché dimenticato. Quello che il Bononi ha fatto, noi lo conosciamo attraverso Reggio: sia per le tante opere realizzate ed esposte tuttora in città, che rappresentano forse la parte migliore della sua produzione, sia per come l’artista è stato studiato e conservato».
Tra le opere reggiane, la più grande è la volta della cappella dell’arte della lana, o cappella Gabbi, decorata a olio su muro, nella basilica della Ghiara. «La cattedrale di Reggio invece – rivela Sassu – conserva l’opera più sensuale e suadente del Bononi, il San Sebastiano, che ora è in mostra a Palazzo dei Diamanti». A fare la grandezza dell’artista, «la testa manierista e il cuore da uomo del ’600», spiega Sassu. «E il potere suggestivo delle sue opere – gli fa eco Angelo Mazza – che sono drammatiche e veriste, alla Caravaggio, ma conservano anche un livello onirico».
È il caso della “Pietà con i santi San Sebastiano e Bernardino da Siena”, realizzata nel 1620 per la distrutta chiesa di Santo Spirito a Reggio e ora al Louvre. «Nell’angolo in basso a destra c’è San Bernardino, durante la predica. Sullo sfondo le sue parole prendono vita con una forza e una drammaticità uniche».
Il confronto tra Bononi e Caravaggio – mai proposto prima d’ora – e il dialogo con altri contemporanei, come Guido Reni, è ciò che rende la mostra “Carlo Bononi. L’ultimo sognatore dell’Officina Ferrarese” – la prima mostra antologica dedicata all’artista – imperdibile.
Un’occasione rivolta a tutti per ammirare quei «colori impastati di cuore liquefatto» – come scriveva nel 1622 il priore Tito Prisciani – e poi ricercarli a Reggio e provincia, dove il Bonone raggiunse la sua massima grandezza.
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