Gazzetta di Reggio

La verità a teatro con Silvio Orlando

di Martina Riccò
La verità a teatro con Silvio Orlando

L’attore in scena con “Lacci”, tratto dal romanzo di Starnone «Per riflettere sulla famiglia e su come trovare equilibrio»

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REGGIO EMILIA. «Una saga familiare che inizia negli anni Sessanta e arriva ai giorni nostri. Tradimento, abbandono, poi un rientro a casa e vendetta servita ogni giorno con normalità, come veleno costante. Nell’epilogo, le ripercussioni che tutto questo ha avuto sulla seconda generazione, quella dei figli».

È Silvio Orlando a rivelare cosa aspettarsi da “Lacci”, spettacolo tratto dall’omonimo romanzo di Domenico Starnone, con la regia di Armando Pugliese.

Una critica alla famiglia?

«Più che altro un interrogarsi se questa struttura familiare, che a seconda delle epoche viene demonizzata o idealizzata, possa reggere all’impatto coi tempi. La generazione degli anni Sessanta ha sognato tanto, ha aperto nuove strade, ha creato nuove avventure, nuovi modi di concepire il rapporto uomo/donna. Ma alla fine rientrando, lasciando il lavoro a metà, ha fatto più danni; e il mondo che i figli si sono ritrovati è terremotato».

C’è un modo per raggiungere l’equilibrio? Nello spettacolo si arriva a una soluzione?

«“Lacci” non indica le risposte, ma apre scenari che poi ognuno ritrova nel proprio vissuto. Lo spettacolo fa riflettere lasciando a ciascuno il compito di interrogarsi. D’altra parte non è nemmeno una critica alla generazione che ha vissuto il ’68».

Come no?

«Se andiamo indietro nel tempo, pensiamo anche solo a Pirandello, il teatro si è sempre occupato del rapporto uomo/donna e della famiglia, con critiche anche molto feroci. Ma bisogna riflettere su quello che sta accadendo oggi: prima degli anni Sessanta c’era la speranza che lasciando esprimere le potenzialità femminili si potesse arrivare a un equilibrio, invece sembra che per ottenerlo serva comunque un grande sacrificio da parte di uno dei coniugi. Prima era la donna a fare non uno ma dieci passi indietro, per i figli, per la religione... adesso che non lo fa più la situazione è esplosa, e i risultati – purtroppo – si leggono nella cronaca nera».

Nella sua lunga carriera ha recitato al cinema, in televisione e a teatro. Qual è la sua dimensione preferita?

«Senza dubbio il teatro, anche se è faticoso e snervante, soprattutto per la provvisorietà e precarietà che comporta. Difficilmente gli attori possono essere padroni del proprio futuro, sono sempre in attesa di un progetto, che il telefono squilli. Ultimamente mi sono dedicato alla produzione, insieme a mia moglie, e devo dire che produrre consente una creatività ancora più potente: parti da un sogno e piano piano, a fatica, lo vedi trasformarsi in realtà. E lavorando, come facciamo noi, su progetti di drammaturgia contemporanea, la meraviglia della riuscita è ancora più grande, perché il contemporaneo è qualcosa di nuovo, da costruire da zero».

In una recente intervista ha detto che a teatro e nella vita serve verità. Ma come può dire la verità un attore, recitando?

«Quello dell’attore è l’unico mestiere in cui bisogna essere veri a tutti i costi. In una dimensione esterna da te, ovvio, ma quando sei vero le emozioni arrivano al pubblico, quando sei finto non arriva niente. L’attore porta in scena la verità su di sè, su ciò che lo circonda. È l’unica cosa davvero importante».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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