Cristiana Morganti e Hofesh Shechter stasera al Municipale
di Giulia Bassi
REGGIO EMILIA. Una nuova serata di grande danza a Festival Aperto. Stasera (ore 20.30) al Teatro Municipale Valli i coreografi Cristiana Morganti e Hofesh Shechter che presenteranno due nuove opere...
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REGGIO EMILIA. Una nuova serata di grande danza a Festival Aperto. Stasera (ore 20.30) al Teatro Municipale Valli i coreografi Cristiana Morganti e Hofesh Shechter che presenteranno due nuove opere ispirate direttamente dai danzatori di Aterballetto.
Hofesh Shechter, uno dei coreografi contemporanei più intensi e viscerali, presenterà “Wolf”; sarà invece alle prese con “Non sapevano dove lasciarmi…” Cristiana Morganti, artista dallo stile personalissimo che trasuda da un personaggio profondo e dalla contagiosa simpatia. Lo stile della Morganti, già più volte apprezzata sui nostri palcoscenici, è impregnato del linguaggio a tutto tondo e comprensivo di danza e teatro inventato dalla mitica Pina Bausch con la quale, all’interno della celebre compagnia Tanztheater Wuppertal, Morganti ha lavorato dal 1993. «Ho impostato il mio lavoro partendo da un laboratorio – spiega – durante il quale ho domandato ai ballerini di Aterballetto delle cose».
Per esempio?
«In un pas de deux la donna vuole essere presa e portata, ma l’uomo è demotivato… oppure un danzatore si trova dal lato sbagliato della scena: a questo punto bisogna risolvere una situazione di imbarazzo. All’inizio qualche proposta un po’ piccante serve per sciogliersi e da parte mia per fare riflessioni più profonde: io stessa durante il laboratorio ho scoperto che non mi interessava l’idea iniziale».
Su cosa ha basato la sua coreografia, quindi?
«Volevo scoprirli: mi sono resa conto che mi interessava investigare sulla loro personalità, non sulla capacita tecnica che posseggono in modo impeccabile. Volevo che prendessero coscienza di un altro potenziale. Punto di partenza è stata la loro storia in rapporto con la danza, da qui il titolo estrapolato da una riflessione di un danzatore: Non sapevano dove lasciarmi».
Quali sono stati i temi nello specifico?
«In particolare come hanno cominciato con la danza: alcuni di loro erano giovanissimi forse non hanno nemmeno capito come è successo. Su queste domande che si sono posti ho costruito delle sequenze di movimento funzionali a raccontare qualcosa».
Come ha lavorato poi?
«Ho cercato di evidenziare ciascun danzatore nella sua individualità, non da corpo di ballo. I personaggi sono loro stessi non omologati, ma accentuati nelle loro differenze. Non è stato facile».
È sempre così il suo approccio?
«Per lo più. Non arrivo mai con qualcosa di già fatto, vado alla ricerca con i danzatori che mi stanno di fronte. È un modo diverso di lavorare, che si basa sulla presenza scenica naturale, e perciò richiede una concentrazione diversa».
Qual è il risultato?
«Un viaggio nella vita di un danzatore su una musica molto varia e contraddittoria. In questo caso anche i costumi sono importanti per creare i personaggi».
C’è un insegnamento di Pina Bausch che conserva ancora?
«Lei metteva in scena delle persone, non dei danzatori. E anche il pubblico si affezionava a loro. Bisogna cercare un contatto diretto con gli interpreti per avere in scena esseri umani autentici».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Hofesh Shechter, uno dei coreografi contemporanei più intensi e viscerali, presenterà “Wolf”; sarà invece alle prese con “Non sapevano dove lasciarmi…” Cristiana Morganti, artista dallo stile personalissimo che trasuda da un personaggio profondo e dalla contagiosa simpatia. Lo stile della Morganti, già più volte apprezzata sui nostri palcoscenici, è impregnato del linguaggio a tutto tondo e comprensivo di danza e teatro inventato dalla mitica Pina Bausch con la quale, all’interno della celebre compagnia Tanztheater Wuppertal, Morganti ha lavorato dal 1993. «Ho impostato il mio lavoro partendo da un laboratorio – spiega – durante il quale ho domandato ai ballerini di Aterballetto delle cose».
Per esempio?
«In un pas de deux la donna vuole essere presa e portata, ma l’uomo è demotivato… oppure un danzatore si trova dal lato sbagliato della scena: a questo punto bisogna risolvere una situazione di imbarazzo. All’inizio qualche proposta un po’ piccante serve per sciogliersi e da parte mia per fare riflessioni più profonde: io stessa durante il laboratorio ho scoperto che non mi interessava l’idea iniziale».
Su cosa ha basato la sua coreografia, quindi?
«Volevo scoprirli: mi sono resa conto che mi interessava investigare sulla loro personalità, non sulla capacita tecnica che posseggono in modo impeccabile. Volevo che prendessero coscienza di un altro potenziale. Punto di partenza è stata la loro storia in rapporto con la danza, da qui il titolo estrapolato da una riflessione di un danzatore: Non sapevano dove lasciarmi».
Quali sono stati i temi nello specifico?
«In particolare come hanno cominciato con la danza: alcuni di loro erano giovanissimi forse non hanno nemmeno capito come è successo. Su queste domande che si sono posti ho costruito delle sequenze di movimento funzionali a raccontare qualcosa».
Come ha lavorato poi?
«Ho cercato di evidenziare ciascun danzatore nella sua individualità, non da corpo di ballo. I personaggi sono loro stessi non omologati, ma accentuati nelle loro differenze. Non è stato facile».
È sempre così il suo approccio?
«Per lo più. Non arrivo mai con qualcosa di già fatto, vado alla ricerca con i danzatori che mi stanno di fronte. È un modo diverso di lavorare, che si basa sulla presenza scenica naturale, e perciò richiede una concentrazione diversa».
Qual è il risultato?
«Un viaggio nella vita di un danzatore su una musica molto varia e contraddittoria. In questo caso anche i costumi sono importanti per creare i personaggi».
C’è un insegnamento di Pina Bausch che conserva ancora?
«Lei metteva in scena delle persone, non dei danzatori. E anche il pubblico si affezionava a loro. Bisogna cercare un contatto diretto con gli interpreti per avere in scena esseri umani autentici».
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