Da Kandinsky a Cage trovando lo spirituale
di MARTINA RICCÒ
Musica e arte visiva si fondono in un gioco di rimandi tutto da scoprire
4 MINUTI DI LETTURA
La musica si vede? Sicuramente, dopo una visita alla mostra “Kandinsky - Cage: musica e spirituale nell’arte” che s’inaugura oggi a Palazzo Magnani, l’arte si potrà sentire. E non solo per le campane sonore disseminate nelle sale. Quello che vedrete, ascolterete e toccherete (alcune opere sono state riprodotte per essere fruite con le mani) vi rimbomberà nella testa anche al termine del percorso, sotto forma di dubbi e pulsanti incertezze, spingendovi a cercare risposte a domande che – probabilmente – mai avreste immaginato di farvi.
Prima di partire per questo viaggio sinestetico (che accosta, cioè, piani sensoriali differenti) occorre liberarsi dalle illusioni che potrebbero falsare l’esperienza: non vedrete Il cavaliere azzurro, Composizione VIII e nemmeno Giallo, rosso, blu. «Il motivo – rivela la curatrice Martina Mazzotta – è che questa non è una mostra d’affitto; non è, cioè, una di quelle esposizioni che vengono organizzate sfogliando il catalogo Christie’s e affittando opere molto care messe poi in sequenza senza rischiare nulla. A Palazzo Magnani vedrete opere importanti ma scelte con criteri altri. Questa non è la grande monografica di Kandinsky, è un percorso tra musica, arte e spiritualità in relazione al contesto. Qui di Kandinsky si vedranno cose che non si vedrebbero mai altrove». Un esempio su tutti: gli acquerelli di scena per Quadri di un’esposizione di Musorgskij, l’unico progetto teatrale che Kandinsky vide rappresentato. Si tratta di una rielaborazione delle immagini di Viktor Hartmann che ispirarono la composizione di Musorgskij: partendo dalla musica, Kandinsky creò uno spettacolo astratto, raggiungendo una nuova sintesi tra note, forme geometriche, luci e colori.
Ecco spiegato quello “spirituale” del titolo. Quel chimerico gioco, cioè, fatto di incontri, scontri, consonanze, dissonanze. Se non bastasse, aggiungiamo che la prima dello spettacolo di Kandinsky ebbe luogo il 4 aprile 1928 a Dessau; assistente alla regia era il figlio di Paul Klee, Felix. Di intrecci come questo la mostra è piena. Anzi, si può dire che se ne nutra: Ciurlonis influenza Kandinsky, da prima conosceva la Werefkin; la Werefkin sostiene Kandinsky e Klee (che le dona La casetta rossa in occasione dell’apertura del suo museo); Fischinger, che si ispira a Kandinsky in maniera multiforme, diventa poi maestro di Cage; Schönberg è amico di Kandinsky e insegnante di Cage; Turcato, che sulle musiche di Luciano Berio imbastisce lo spettacolo Moduli in viola. Omaggio a Kandinsky, assiste a una performance di Cage (durante la quale il musicista interrompe il concerto per urlare in giapponese “Ogni giorno è un bellissimo giorno”) e ne resta folgorato.
E così, di sala in sala, intreccio dopo intreccio, si ripercorre l’anelito alla distruzione delle tonalità e la parallela tensione all’astrazione. I rimandi tra musica e arte visiva sono sottolineati da accostamenti concreti: nella prima sala bozzetti di scena wagneriani sono accompagnati dal Prelude to Lohengrin (la musica parte salendo con i piedi sulla nota disegnata sul pavimento) dello stesso Wagner, padre della Gesamtkunstwerk, ovvero la teoria dell’opera d’arte totale che racchiude in sè musica, drammaturgia, coreutica, poesia, arti figurative; nella seconda sala le tavole di Max Klinger “suonano” Brahms; lo Sguardo azzurro di Schönberg, in cui un volto tagliato emette un urlo silenzioso, ha come sottofondo la Sinfonia n.5, Adagietto di Gustav Mahler (quella di Morte a Venezia di Luchino Visconti). Vedendo esposte le scene de La mano felice ci saremmo aspettati arie dell’omonimo dramma, ma gli accostamenti scelti sorprendono e provocano. Sempre incuriosiscono. Fermandoci davanti ad Atmosfera tragica – meravigliosa tempera di Marianne Werefkin – non possiamo non domandarci perché la campana sonora diffonda The rite of spring di Stravinsky. E così scopriamo l’assonanza: la prima non abbandona mai la figura, l’altro la melodia.
«Il mio consiglio – suggerisce Martina Mazzotta – è quello di andare a leggere le biografie degli artisti (nel catalogo sono curate da Maria Elisa Le Donne) per capire come le vite si sono intrecciate alle opere, e scoprire come l’arte, per loro, sia diventata sede di idee universali». Tutti gli artisti presenti condividono l’approccio goethiano, per cui le scienze della natura convergono con le scienze dello spirito: in loro pulsa l’ossessione del micro e macrocosmo. Schönberg era un appassionato di botanica, sapeva tutto di tutte le piante, e poi si elevava al cosmo, si perdeva nella cabala, scorgeva ovunque implicazioni teleologiche. Il geniale Cage era un esperto di funghi, al punto da essere invitato da Mike Buongiorno a Lascia o Raddoppia (in mostra sia le fotografie della puntata, sia lo scambio – divertentissimo – di battute tra i due). Ed è con Cage che la mostra si chiude: al piano terra ci aspettano una stanza anecoica, del silenzio, e una riproduzione del Teatro Valli, in cui veniamo colpiti dalle onde sonore di Ocean (spettacolo rappresentato al Municipale nel 1994). Come a dire che per riempirsi occorre prima fare posto. O che solo chi non sa e si interroga, potrà poi sapere.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Prima di partire per questo viaggio sinestetico (che accosta, cioè, piani sensoriali differenti) occorre liberarsi dalle illusioni che potrebbero falsare l’esperienza: non vedrete Il cavaliere azzurro, Composizione VIII e nemmeno Giallo, rosso, blu. «Il motivo – rivela la curatrice Martina Mazzotta – è che questa non è una mostra d’affitto; non è, cioè, una di quelle esposizioni che vengono organizzate sfogliando il catalogo Christie’s e affittando opere molto care messe poi in sequenza senza rischiare nulla. A Palazzo Magnani vedrete opere importanti ma scelte con criteri altri. Questa non è la grande monografica di Kandinsky, è un percorso tra musica, arte e spiritualità in relazione al contesto. Qui di Kandinsky si vedranno cose che non si vedrebbero mai altrove». Un esempio su tutti: gli acquerelli di scena per Quadri di un’esposizione di Musorgskij, l’unico progetto teatrale che Kandinsky vide rappresentato. Si tratta di una rielaborazione delle immagini di Viktor Hartmann che ispirarono la composizione di Musorgskij: partendo dalla musica, Kandinsky creò uno spettacolo astratto, raggiungendo una nuova sintesi tra note, forme geometriche, luci e colori.
Ecco spiegato quello “spirituale” del titolo. Quel chimerico gioco, cioè, fatto di incontri, scontri, consonanze, dissonanze. Se non bastasse, aggiungiamo che la prima dello spettacolo di Kandinsky ebbe luogo il 4 aprile 1928 a Dessau; assistente alla regia era il figlio di Paul Klee, Felix. Di intrecci come questo la mostra è piena. Anzi, si può dire che se ne nutra: Ciurlonis influenza Kandinsky, da prima conosceva la Werefkin; la Werefkin sostiene Kandinsky e Klee (che le dona La casetta rossa in occasione dell’apertura del suo museo); Fischinger, che si ispira a Kandinsky in maniera multiforme, diventa poi maestro di Cage; Schönberg è amico di Kandinsky e insegnante di Cage; Turcato, che sulle musiche di Luciano Berio imbastisce lo spettacolo Moduli in viola. Omaggio a Kandinsky, assiste a una performance di Cage (durante la quale il musicista interrompe il concerto per urlare in giapponese “Ogni giorno è un bellissimo giorno”) e ne resta folgorato.
E così, di sala in sala, intreccio dopo intreccio, si ripercorre l’anelito alla distruzione delle tonalità e la parallela tensione all’astrazione. I rimandi tra musica e arte visiva sono sottolineati da accostamenti concreti: nella prima sala bozzetti di scena wagneriani sono accompagnati dal Prelude to Lohengrin (la musica parte salendo con i piedi sulla nota disegnata sul pavimento) dello stesso Wagner, padre della Gesamtkunstwerk, ovvero la teoria dell’opera d’arte totale che racchiude in sè musica, drammaturgia, coreutica, poesia, arti figurative; nella seconda sala le tavole di Max Klinger “suonano” Brahms; lo Sguardo azzurro di Schönberg, in cui un volto tagliato emette un urlo silenzioso, ha come sottofondo la Sinfonia n.5, Adagietto di Gustav Mahler (quella di Morte a Venezia di Luchino Visconti). Vedendo esposte le scene de La mano felice ci saremmo aspettati arie dell’omonimo dramma, ma gli accostamenti scelti sorprendono e provocano. Sempre incuriosiscono. Fermandoci davanti ad Atmosfera tragica – meravigliosa tempera di Marianne Werefkin – non possiamo non domandarci perché la campana sonora diffonda The rite of spring di Stravinsky. E così scopriamo l’assonanza: la prima non abbandona mai la figura, l’altro la melodia.
«Il mio consiglio – suggerisce Martina Mazzotta – è quello di andare a leggere le biografie degli artisti (nel catalogo sono curate da Maria Elisa Le Donne) per capire come le vite si sono intrecciate alle opere, e scoprire come l’arte, per loro, sia diventata sede di idee universali». Tutti gli artisti presenti condividono l’approccio goethiano, per cui le scienze della natura convergono con le scienze dello spirito: in loro pulsa l’ossessione del micro e macrocosmo. Schönberg era un appassionato di botanica, sapeva tutto di tutte le piante, e poi si elevava al cosmo, si perdeva nella cabala, scorgeva ovunque implicazioni teleologiche. Il geniale Cage era un esperto di funghi, al punto da essere invitato da Mike Buongiorno a Lascia o Raddoppia (in mostra sia le fotografie della puntata, sia lo scambio – divertentissimo – di battute tra i due). Ed è con Cage che la mostra si chiude: al piano terra ci aspettano una stanza anecoica, del silenzio, e una riproduzione del Teatro Valli, in cui veniamo colpiti dalle onde sonore di Ocean (spettacolo rappresentato al Municipale nel 1994). Come a dire che per riempirsi occorre prima fare posto. O che solo chi non sa e si interroga, potrà poi sapere.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
