Il “la” con Wagner, si chiude al Teatro Valli
di Giulia Bassi
Le opere esposte sono abbinate a brani diffusi da campane sonore. C’è anche un video di 4’33’’
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REGGIO EMILIA. «Il colore è il tasto, l’occhio il martelletto, l’anima il pianoforte dalle mille corde. Artista è la mano che toccando questo o quel tasto, fa vibrare l’anima». La riflessione di Wassily Kandinsky racchiude l’intento della mostra di Palazzo Magnani dove l’aspetto visivo, cioè il quadro, vive perché ha dietro una musica. A sua volta pittura e musica si rispecchiano in una filosofia, il tutto ricondotto a una dimensione interiore, spirituale degli artisti.
Se possiamo trovare uno scopo è la scoperta della complessità culturale di un’epoca, quella della nascita delle avanguardie, dominata da personaggi che non solo avevano da dire nella loro materia ma hanno illuminato altri artisti. Riferimento basilare oltre alla frase di Kandinsky, è la splendida mappa che occupa tutta la parete sinistra del corridoio di Palazzo Magnani, una sorta di cielo/galassia delle personalità da cui partono i fili che la mostra intende dipanare ed intrecciare. La musica parte da Wagner fautore del Gesamtkunstwerk, ovvero il suo teatro ideale in cui convergono musica, drammaturgia, coreutica, poesia, arti figurative al fine di realizzare una perfetta sintesi. Prosegue con Brahms – musicista opposto come idee a Wagner – immortalato dal punto di vista di Max Klinger: in mostra alcune parti della sua Brahmsphantasie, pentagrammi spettacolari in cui si coglie il rapporto singolare che si è stabilito tra i due artisti. Se Klinger di Brahms diceva «I disegni che ha realizzato rapiscono i miei sensi», Brahms aveva ben compreso che il lavoro dell’incisore andava oltre la pura e semplice illustrazione. Proseguendo il cammino musicale, i due, Wagner e Brahms, sono i beniamini di Schönberg del quale sono esposti bozzetti del dramma in musica La mano felice, una pièce all’inizio del cammino espressionista del musicista austriaco che è anche pittore: conosciute sono le atmosfere angosciate, il canto spezzato e continuamente oscillante tra la parola sussurrata e il grido. A sua volta Kandinsky volle conoscere il musicista per comunicargli quanto i due avessero in comune: Schönberg, a detta di Kandinskij, era riuscito a ottenere, in musica, ciò che l’artista russo intendeva raggiungere in pittura, vale a dire la “dissonanza”, ovvero un’arte libera dalle regole accademiche che nascesse dal sentire dell’artista. L’idea era quella di cercare una “nuova armonia” che Schöenberg trovò nella dodecafonia: in questo senso il pittore avvertiva che la sua ricerca era totalmente conforme a quella di Schönberg, che con la sua atonalità aveva sovvertito le regole della musica classica. Ecco che la musica scelta per il quadro Risonanza multicolore sono i cinque Pezzi per orchestra di Schönberg, mentre per Acquarello per Violett le Variazioni op.77 di Webern il più estremo degli allievi di Schönberg. Proseguendo, La raccolta di limoni di Paul Klee è collegato al Quartetto delle Dissonanze di Mozart: perché Klee, che era anche primo violino dell’Orchestra municipale di Berna, amava alla follia il genio salisburghese. Si prosegue con Nicolas De Staël e la sua pittura Jazz per un omaggio a Luigi Magnani, mentore della mostra e mente sinestetica. Di prima grandezzi, poi Fausto Melotti, zio di Maurizio Pollini, il cui Uccello di fuoco non può che essere di stravinskiana memoria. Mentre l’esposizione si avvicina alla nostra epoca, sembra allontanarsi dal suo inizio, ma non è così poiché si ritorna a Kandinsky con l’omaggio fatto insieme da Giulio Turcato e Luciano Berio per lo spettacolo Moduli in viola. E il collegamento tra il compositore genovese e John Cage è la dedica di un pezzo alla moglie Cathy Berberian. Di Cage si ammira la partitura del Concerto per piano e orchestra del 1958, un codice benedettino, tanto è istoriata, quindi, per contrasto, alla fine una riflessione sul silenzio con il 4’ e 33”, la camera anecoica e una suggestiva riproduzione della sala grande del teatro Valli che ha ospitato Ocean un capolavoro – a proposito di sinestesia – frutto della collaborazioni di due grandi menti del ‘900: John Cage, appunto, e il coreografo Merce Cunnigham.
Se possiamo trovare uno scopo è la scoperta della complessità culturale di un’epoca, quella della nascita delle avanguardie, dominata da personaggi che non solo avevano da dire nella loro materia ma hanno illuminato altri artisti. Riferimento basilare oltre alla frase di Kandinsky, è la splendida mappa che occupa tutta la parete sinistra del corridoio di Palazzo Magnani, una sorta di cielo/galassia delle personalità da cui partono i fili che la mostra intende dipanare ed intrecciare. La musica parte da Wagner fautore del Gesamtkunstwerk, ovvero il suo teatro ideale in cui convergono musica, drammaturgia, coreutica, poesia, arti figurative al fine di realizzare una perfetta sintesi. Prosegue con Brahms – musicista opposto come idee a Wagner – immortalato dal punto di vista di Max Klinger: in mostra alcune parti della sua Brahmsphantasie, pentagrammi spettacolari in cui si coglie il rapporto singolare che si è stabilito tra i due artisti. Se Klinger di Brahms diceva «I disegni che ha realizzato rapiscono i miei sensi», Brahms aveva ben compreso che il lavoro dell’incisore andava oltre la pura e semplice illustrazione. Proseguendo il cammino musicale, i due, Wagner e Brahms, sono i beniamini di Schönberg del quale sono esposti bozzetti del dramma in musica La mano felice, una pièce all’inizio del cammino espressionista del musicista austriaco che è anche pittore: conosciute sono le atmosfere angosciate, il canto spezzato e continuamente oscillante tra la parola sussurrata e il grido. A sua volta Kandinsky volle conoscere il musicista per comunicargli quanto i due avessero in comune: Schönberg, a detta di Kandinskij, era riuscito a ottenere, in musica, ciò che l’artista russo intendeva raggiungere in pittura, vale a dire la “dissonanza”, ovvero un’arte libera dalle regole accademiche che nascesse dal sentire dell’artista. L’idea era quella di cercare una “nuova armonia” che Schöenberg trovò nella dodecafonia: in questo senso il pittore avvertiva che la sua ricerca era totalmente conforme a quella di Schönberg, che con la sua atonalità aveva sovvertito le regole della musica classica. Ecco che la musica scelta per il quadro Risonanza multicolore sono i cinque Pezzi per orchestra di Schönberg, mentre per Acquarello per Violett le Variazioni op.77 di Webern il più estremo degli allievi di Schönberg. Proseguendo, La raccolta di limoni di Paul Klee è collegato al Quartetto delle Dissonanze di Mozart: perché Klee, che era anche primo violino dell’Orchestra municipale di Berna, amava alla follia il genio salisburghese. Si prosegue con Nicolas De Staël e la sua pittura Jazz per un omaggio a Luigi Magnani, mentore della mostra e mente sinestetica. Di prima grandezzi, poi Fausto Melotti, zio di Maurizio Pollini, il cui Uccello di fuoco non può che essere di stravinskiana memoria. Mentre l’esposizione si avvicina alla nostra epoca, sembra allontanarsi dal suo inizio, ma non è così poiché si ritorna a Kandinsky con l’omaggio fatto insieme da Giulio Turcato e Luciano Berio per lo spettacolo Moduli in viola. E il collegamento tra il compositore genovese e John Cage è la dedica di un pezzo alla moglie Cathy Berberian. Di Cage si ammira la partitura del Concerto per piano e orchestra del 1958, un codice benedettino, tanto è istoriata, quindi, per contrasto, alla fine una riflessione sul silenzio con il 4’ e 33”, la camera anecoica e una suggestiva riproduzione della sala grande del teatro Valli che ha ospitato Ocean un capolavoro – a proposito di sinestesia – frutto della collaborazioni di due grandi menti del ‘900: John Cage, appunto, e il coreografo Merce Cunnigham.
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