“Isabel Green” all’Orologio Serena Sinigaglia «Siamo i nostri carnefici»
di Giulia Bassi
REGGIO EMILIA. Con un debutto nazionale e due nomi di prestigio si apre la settima stagione del Teatro Piccolo Orologio sotto la direzione del MaMiMò. Lo spettacolo “Isabel Green” della Compagnia...
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REGGIO EMILIA. Con un debutto nazionale e due nomi di prestigio si apre la settima stagione del Teatro Piccolo Orologio sotto la direzione del MaMiMò. Lo spettacolo “Isabel Green” della Compagnia Atir, in programma domani alle 21 e domenica alle 17, nasce da un’idea di Serena Sinigaglia, che ne firma anche la regia, ed è stato scritto dal giovane drammaturgo reggiano Emanuele Aldrovandi. La proposta inaugura un cartellone che manterrà la stessa linea dei precedenti: portare un teatro incentrato su tematiche civili e contemporanee, spettacoli che possano offrire al pubblico uno spaccato e una chiave di lettura della società attuale. Isabel Green, a questo proposito, si inserisce perfettamente nella linea progettuale di MaMiMò.
Qual è il soggetto dello spettacolo?
«È ispirato a “La società della stanchezza”, un saggio del filosofo coreano Byung-Chul Han che così ha definito l’attuale società post capitalista che segue il modello procedente di società detta “dello spettacolo”. Dopo la fine del sistema basato sul dualismo operaio-padrone, in questi anni siamo noi che ci sottoponiamo a un ritmo superveloce, sempre pronti a rilanciare la prestazione, inventandoci un’energia che brucia continuamente. Ciò genera una sorta di stanchezza che è una vera malattia mentale, la sindrome di Burnout: una forma di depressione estrema legata allo stress professionale che ci paralizza».
E lo spettacolo parla di questo problema?
«Se incontro una persona e le chiedo come sta, di questi tempi mi può rispondere: Bene, ma sono stanca. Non è il sistema ad essere perverso ma sono io ad essere il carnefice di me stesso … e non mi basta mai. Non si può pensare all’idea della crescita perenne o a quella di stare fuori dall’armonia dell’universo. Ecco dunque che la società scoppiata sta alla base di questo nuovo lavoro teatrale scritto da Emanuele Aldrovandi, scrittore di enorme talento che dalla mia idea si è inventato la trama dello spettacolo».
Come si è mosso?
«Cogliendo lo spirito del teatro di denuncia. Credo che il teatro di questi tempi debba costituire l’occasione per riappropriarci di cose importanti. In questo senso Emanuele ha costruito un monologo tragicomico che vede protagonista Isabel Green, grande star di Hollywood che ha appena vinto il premio Oscar come miglior attrice protagonista. È sul palco del Dolby Theater, con in mano la statuetta che sognava fin da quando era bambina, e inizia il suo discorso. Ma i ringraziamenti, che dovrebbero durare al massimo quarantacinque secondi, si protraggono in un continuo rilancio tragicomico e paradossale. Mentre inventa improbabili campagne umanitarie o manda messaggi in diretta al figlio che non vede da anni – tutto con lo scopo di restare sul palco qualche minuto in più – Isabel si rende progressivamente conto della sua condizione: ha dedicato tutta la vita alla sua più grande passione, ha raggiunto la fama e il successo, ha realizzato se stessa, ma adesso non ce la fa più. È stanca».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Qual è il soggetto dello spettacolo?
«È ispirato a “La società della stanchezza”, un saggio del filosofo coreano Byung-Chul Han che così ha definito l’attuale società post capitalista che segue il modello procedente di società detta “dello spettacolo”. Dopo la fine del sistema basato sul dualismo operaio-padrone, in questi anni siamo noi che ci sottoponiamo a un ritmo superveloce, sempre pronti a rilanciare la prestazione, inventandoci un’energia che brucia continuamente. Ciò genera una sorta di stanchezza che è una vera malattia mentale, la sindrome di Burnout: una forma di depressione estrema legata allo stress professionale che ci paralizza».
E lo spettacolo parla di questo problema?
«Se incontro una persona e le chiedo come sta, di questi tempi mi può rispondere: Bene, ma sono stanca. Non è il sistema ad essere perverso ma sono io ad essere il carnefice di me stesso … e non mi basta mai. Non si può pensare all’idea della crescita perenne o a quella di stare fuori dall’armonia dell’universo. Ecco dunque che la società scoppiata sta alla base di questo nuovo lavoro teatrale scritto da Emanuele Aldrovandi, scrittore di enorme talento che dalla mia idea si è inventato la trama dello spettacolo».
Come si è mosso?
«Cogliendo lo spirito del teatro di denuncia. Credo che il teatro di questi tempi debba costituire l’occasione per riappropriarci di cose importanti. In questo senso Emanuele ha costruito un monologo tragicomico che vede protagonista Isabel Green, grande star di Hollywood che ha appena vinto il premio Oscar come miglior attrice protagonista. È sul palco del Dolby Theater, con in mano la statuetta che sognava fin da quando era bambina, e inizia il suo discorso. Ma i ringraziamenti, che dovrebbero durare al massimo quarantacinque secondi, si protraggono in un continuo rilancio tragicomico e paradossale. Mentre inventa improbabili campagne umanitarie o manda messaggi in diretta al figlio che non vede da anni – tutto con lo scopo di restare sul palco qualche minuto in più – Isabel si rende progressivamente conto della sua condizione: ha dedicato tutta la vita alla sua più grande passione, ha raggiunto la fama e il successo, ha realizzato se stessa, ma adesso non ce la fa più. È stanca».
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