recensione
Il concerto perfetto dei tedeschi
di Giulia Bassi
La stagione del Valli, applausi scroscianti all’orchestra di Brema
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REGGIO EMILIA. Un concerto perfetto, perché equilibrato tra tipo di proposta e livello esecutivo degli interpreti, ha aperto la stagione del Valli. Con un’orchestra classica decisamente super nei componenti, la Deutsche Kammerphilharmonie Bremen, e il pianoforte suonato da un interprete meno classico con un temperamento portato a percorrere strade interpretative poco scontate qual è Alexander Melnikov.
Il tutto guidato dalla bacchetta decisa, un po’ nervosa di Vladimir Jurovskij che al pubblico numeroso ha servito musiche di Mozart, Schumann e Mendelssohn. Ovvero un programma perfetto perché ben dosato in cui la sinfonia inziale, impregnata del sound inconfondibile del salisburghese, presenta motivi galanti su un pezzo che pare un’ouverture in cui la modalità di utilizzo dei fiati, ancora senza clarinetti, è quella del divertimento. Vi si intrecciano temi rigogliosi a passi più delicati per i quali Jurovskij crea un discorso pulito, rimarcandone i tratti con fare deciso e la sua bacchetta arriva nelle pieghe più nascoste insinuandosi senza pudore.
Fa così anche con Schumann il cui Concerto è apparso poco romantico se per questo intendiamo suoni ingrossati, o cullanti abbandoni. Diversamente, conduce in modo lineare con un pianoforte che fa altrettanto: da menzionare all’inizio la modalità da parte di Melnikov di porgere il tema all’oboe, smorzando in modo deciso ma con una grazia da togliere il fiato. Il solista sulla strada tracciata da Jurovskij appare quasi spigoloso nel produrre alcune sonorità che arrivano come ondate cariche d’inquietudine quasi fossero figlie di un’altra epoca, quella più vicino alla nostra. Ugualmente per i momenti in cui porge le note con incedere contemplativo: pur regalando un tocco delicato, lo fa in maniera asciutta per sottolineare ad esempio il disegno proprio di una danza leggera, un po’ sospesa come fa nel delizioso bis, una delle “Vision fugitives” di Prokof’ev.
Nel frastagliare la musica, in ogni caso Melnikov è attentissimo a dialogare, avvinghiando, almeno per il primo tempo, lo strumento all’orchestra. In risposta questa, disposta in modo insolito con i contrabbassi posti al centro in alto di fronte al direttore, mostra la massa degli archi dal suono corposo ma duttile all’interno dei quali si insinuano i legni capaci come il clarinetto di forgiare incisi meravigliosi, oppure l’oboe di plasmare suoni dal colore scuro che ribalzano anche nella Sinfonia “Scozzese” di Mendelssohn riletta senza eccessivi slanci vitalistici.
Jurovskij trasforma invece il tessuto musicale in modo da farlo apparire frutto di un’articolata riflessione introspettiva, narrandone i particolari e tenendola ben salda fino al termine legandola idealmente al fuori programma: lo splendido “Notturno” dal Sogno di una notte di mezz’estate esaltato dalle qualità eccelse del bravissimo primo corno. Davvero meritati i sonori applausi del pubblico.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Il tutto guidato dalla bacchetta decisa, un po’ nervosa di Vladimir Jurovskij che al pubblico numeroso ha servito musiche di Mozart, Schumann e Mendelssohn. Ovvero un programma perfetto perché ben dosato in cui la sinfonia inziale, impregnata del sound inconfondibile del salisburghese, presenta motivi galanti su un pezzo che pare un’ouverture in cui la modalità di utilizzo dei fiati, ancora senza clarinetti, è quella del divertimento. Vi si intrecciano temi rigogliosi a passi più delicati per i quali Jurovskij crea un discorso pulito, rimarcandone i tratti con fare deciso e la sua bacchetta arriva nelle pieghe più nascoste insinuandosi senza pudore.
Fa così anche con Schumann il cui Concerto è apparso poco romantico se per questo intendiamo suoni ingrossati, o cullanti abbandoni. Diversamente, conduce in modo lineare con un pianoforte che fa altrettanto: da menzionare all’inizio la modalità da parte di Melnikov di porgere il tema all’oboe, smorzando in modo deciso ma con una grazia da togliere il fiato. Il solista sulla strada tracciata da Jurovskij appare quasi spigoloso nel produrre alcune sonorità che arrivano come ondate cariche d’inquietudine quasi fossero figlie di un’altra epoca, quella più vicino alla nostra. Ugualmente per i momenti in cui porge le note con incedere contemplativo: pur regalando un tocco delicato, lo fa in maniera asciutta per sottolineare ad esempio il disegno proprio di una danza leggera, un po’ sospesa come fa nel delizioso bis, una delle “Vision fugitives” di Prokof’ev.
Nel frastagliare la musica, in ogni caso Melnikov è attentissimo a dialogare, avvinghiando, almeno per il primo tempo, lo strumento all’orchestra. In risposta questa, disposta in modo insolito con i contrabbassi posti al centro in alto di fronte al direttore, mostra la massa degli archi dal suono corposo ma duttile all’interno dei quali si insinuano i legni capaci come il clarinetto di forgiare incisi meravigliosi, oppure l’oboe di plasmare suoni dal colore scuro che ribalzano anche nella Sinfonia “Scozzese” di Mendelssohn riletta senza eccessivi slanci vitalistici.
Jurovskij trasforma invece il tessuto musicale in modo da farlo apparire frutto di un’articolata riflessione introspettiva, narrandone i particolari e tenendola ben salda fino al termine legandola idealmente al fuori programma: lo splendido “Notturno” dal Sogno di una notte di mezz’estate esaltato dalle qualità eccelse del bravissimo primo corno. Davvero meritati i sonori applausi del pubblico.
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