In scena per non giudicare “chi inciampa”
di Giulia Bassi
Questa sera e domani “Il meraviglioso ordinario” di Festina Lente Teatro alla Cavallerizza
3 MINUTI DI LETTURA
REGGIO EMILIA. Vedere gli spettacoli di Andreina Garella e del suo Festina Lente Teatro, progetto teatrale rivolto a persone con fragilità e disagio psichico, costituisce un’esperienza unica, per la presenza in scena di un gruppo vero, compatto ma fatto di tante individualità ben distinte e apprezzabilissime, capaci di recitare in maniera autentica. Dopo il successo dell’anno scorso, “L’ora in cui non sapevamo niente l’uno dell’altro”, il gruppo torna con una doppia esibizione questa sera e domani (ore 20.30) alla Cavallerizza con “Il meraviglioso ordinario” di Andreina Garella, ambientazione Mario Fontanini e musiche della Banda di Quartiere diretta da Emanuele Reverberi. «Lo spettacolo “Il meraviglioso ordinario” – spiega Garella – nel quale raccontiamo storie fatte di desideri, passioni e oggetti del fare quotidiano, costituisce una sorta di proseguimento di quello dell’anno scorso, come se fosse un secondo tempo. Si parte dalla piazza piena di persone e, il nostro compito, è quello di rendere straordinario l’ordinario».
Da dove parte il lavoro?
«Noi prendiamo spunto da un autore – quest’anno è Perec – poi lo spettacolo diventa tutto nostro. Dall’input iniziale ci si avvicina o ci si allontana; dell’autore prendiamo lo spirito poi facciamo teatro con il nostro modo di stare sul palco, che è un’altra cosa».
Cosa avviene in scena?
«Tentiamo di ritrovare lo stupore nelle cose comuni, nei ricordi, nei baci, dare loro un senso; raccontiamo le relazioni ordinarie e contraddittorie degli uomini, la sfida continua della vita, la fatica nel raggiungere un traguardo. Il fare e il disfare».
Come nasce questo suo teatro fatto di persone-attori fuori dagli schemi?
«Cerco di mettere a disposizione del teatro ciò che in queste persone è sottile e impercettibile ma dalle infinite e imprevedibili potenzialità. E poi i loro corpi, che giocano, si sfidano, gareggiano, lottano, creano una drammaturgia di movimenti, fatta di gesti quotidiani, semplici, ripetuti con ritmi diversi. Il mio teatro non è terapeutico, non fa distinzione di genere ma fa bene a chi lo fa e a chi lo guarda».
Qual è il suo segreto per lavorare con loro?
«La tattica è cogliere quello che ognuno ha dentro di sè per far divenire tutto naturale. Beninteso, il gruppo è fragile e non lo vogliamo nascondere perché è uno dei tanti modi di stare al mondo che dobbiamo rispettare senza pensare che sia un limite».
Da dove nasce la scelta di fare teatro in questo modo?
«Incomincia da Trieste e dall’esperienza di Franco Basaglia che ha aperto i manicomi alla città. In concomitanza è nata una compagnia teatrale con una sua sede. A fine anni ‘70 non si faceva teatro con i matti, ma siccome le nostre porte dovevano rimanere aperte, anche loro guardavano e così sono stati coinvolti. Poi sono arrivata a Parma per un primo progetto che è diventato un’esperienza di grande importanza, una sorta di rivoluzione sociale enorme».
Qual è il suo approccio con loro?
«Tento di valorizzare le loro capacità, tirare fuori la bellezze e il talento che hanno lavorando sulle piccole verità che ognuno di loro ha, perché a me interessa portare in scena la vita; anche se il teatro rimane finzione. A volte rimangono a bocca aperta perché fanno cose inaspettate, in ogni caso è un gruppo che fa parte di un progetto comune. C’è bisogno di accogliere la fragilità e capire quando è il momento di fermarci».
E il loro atteggiamento?
«Il gruppo è speciale, ha un’umanità perduta che qui si ritrova. Qui si sta bene perché non ci si sente giudicati e ognuno accetta che gli altri possano inciampare. E questo è meraviglioso perché fuori, se sbagli, ti additano subito...».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Da dove parte il lavoro?
«Noi prendiamo spunto da un autore – quest’anno è Perec – poi lo spettacolo diventa tutto nostro. Dall’input iniziale ci si avvicina o ci si allontana; dell’autore prendiamo lo spirito poi facciamo teatro con il nostro modo di stare sul palco, che è un’altra cosa».
Cosa avviene in scena?
«Tentiamo di ritrovare lo stupore nelle cose comuni, nei ricordi, nei baci, dare loro un senso; raccontiamo le relazioni ordinarie e contraddittorie degli uomini, la sfida continua della vita, la fatica nel raggiungere un traguardo. Il fare e il disfare».
Come nasce questo suo teatro fatto di persone-attori fuori dagli schemi?
«Cerco di mettere a disposizione del teatro ciò che in queste persone è sottile e impercettibile ma dalle infinite e imprevedibili potenzialità. E poi i loro corpi, che giocano, si sfidano, gareggiano, lottano, creano una drammaturgia di movimenti, fatta di gesti quotidiani, semplici, ripetuti con ritmi diversi. Il mio teatro non è terapeutico, non fa distinzione di genere ma fa bene a chi lo fa e a chi lo guarda».
Qual è il suo segreto per lavorare con loro?
«La tattica è cogliere quello che ognuno ha dentro di sè per far divenire tutto naturale. Beninteso, il gruppo è fragile e non lo vogliamo nascondere perché è uno dei tanti modi di stare al mondo che dobbiamo rispettare senza pensare che sia un limite».
Da dove nasce la scelta di fare teatro in questo modo?
«Incomincia da Trieste e dall’esperienza di Franco Basaglia che ha aperto i manicomi alla città. In concomitanza è nata una compagnia teatrale con una sua sede. A fine anni ‘70 non si faceva teatro con i matti, ma siccome le nostre porte dovevano rimanere aperte, anche loro guardavano e così sono stati coinvolti. Poi sono arrivata a Parma per un primo progetto che è diventato un’esperienza di grande importanza, una sorta di rivoluzione sociale enorme».
Qual è il suo approccio con loro?
«Tento di valorizzare le loro capacità, tirare fuori la bellezze e il talento che hanno lavorando sulle piccole verità che ognuno di loro ha, perché a me interessa portare in scena la vita; anche se il teatro rimane finzione. A volte rimangono a bocca aperta perché fanno cose inaspettate, in ogni caso è un gruppo che fa parte di un progetto comune. C’è bisogno di accogliere la fragilità e capire quando è il momento di fermarci».
E il loro atteggiamento?
«Il gruppo è speciale, ha un’umanità perduta che qui si ritrova. Qui si sta bene perché non ci si sente giudicati e ognuno accetta che gli altri possano inciampare. E questo è meraviglioso perché fuori, se sbagli, ti additano subito...».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
