«La mia rivoluzione è già cominciata»
di Giulia Bassi
Cristoforetti: «Porterò la danza dove non è mai entrata»
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REGGIO EMILIA. Alla Fonderia39, è già disponibile un depliant la cui foto, bellissima, mostra due ballerini di Aterballetto e sullo sfondo il profilo danzante della Mediopadana. Vi si pubblicizza un evento del 2019. «La Nid, la piattaforma della danza italiana, voluta dal ministero, che sarà programmata a Reggio Emilia: sarà davvero una grandissima opportunità per noi di confronto e visibilità» dice Gigi Cristoforetti direttore generale di Aterballetto.
Ha preso servizio il 4 settembre scorso e dopo aver ribaltato la modalità di lavorare, in relazione alla confezione delle proposte, è già lanciato in corsa. «Da subito ho orientato le scelte per facilitare un dialogo con altre componenti del sistema dello spettacolo e della cultura per progettare e creare relazioni, andando oltre l’esigenza unica di “vendere spettacoli” e conquistare nuovi pubblici».
Con l'obiettivo in sintesi ?
«Di entrare dove la danza non è mai entrata».
Quali sono le principali linee programmatiche?
«Vogliamo cominciare a generare un indotto “culturale”, che non sia più solo quello del prestigio della compagnia. La strategia è semplice: pensare delle collaborazioni e avviare iniziative comuni. Abbiamo bisogno di avviare un dialogo e verificare i punti di incontro prima di fare le scelte artistiche. Quando un direttore artistico ha già fatto da solo le proprie scelte, si tratta solo di vendere lo spettacolo. La rivoluzione che ho avviato rovescia il principio: prima il progetto e le collaborazioni, poi i contenuti. Con Davide Zanichelli di Palazzo Magnani ci siamo incontrati varie volte fin da molti mesi prima del mio ingresso ufficiale a Reggio. Ora siamo pronti per annunciare un’importante e originale iniziativa comune pensata in occasione di Fotografia Europea».
E per gli altri spazi cittadini?
«Da parte del Comune, si vuole dare inizio ad un sistema ben strutturato di progettazione con I Teatri e con l' Istituto musicale Peri. Con l’assessora all’educazione Raffaella Curioni, per esempio, stiamo avviando una serie di iniziative che vanno proprio in direzione di una messa al servizio della Fondazione della danza rispetto a esigenze del territorio. E noi in cambio abbiamo l’occasione di valorizzare al meglio le importanti professionalità artistiche e formative interne alla Fondazione.
Quali sono i principali progetti a cui sta lavorando ?
«Sul piano nazionale abbiamo fatto convergere, intorno ad un nucleo di progetti di produzione, programmazione e formazione, un primo gruppo di interlocutori, non solo rappresentativo di un’esigenza sentita, ma anche concretamente già al lavoro per attività condivise. Ed ecco progetti co-produttivi che già nel 2018 coinvolgeranno (su tre differenti spettacoli) due teatri Nazionali, un Tric, un Centro di Produzione Teatrale, due festival musicali, due festival di danza, oltre a un teatro di Bruxelles. Due di questi tre progetti sono pensati come passe-partout ideali per un rapporto stretto con l’universo teatrale: il primo è “Tango Glaciale” di Mario Martone con i teatri che sostengono Ric.Ci (il progetto di ricostruzione di spettacoli degli anni ‘80 e ‘90 diretto da Marinella Guatterini), il Bellini di Napoli e il Ravenna Festival. Il secondo è “Tempesta” di Giuseppe Spota, da Shakespeare, che debutterà al Piccolo di Milano in giugno, coprodotto dal Ctb di Brescia e Teatro Nazionale del Veneto. A settembre debutterà “Bach project”, coreografie di Diego Tortelli e Jirí Kylián, coprodotto da Teatro Nazionale di Torino, Torinodanza, Milano Oltre, Mito-Settembre Musica e Halles de Schaerbeek. Le coproduzioni, oltre che risorse aggiuntive, sono naturalmente il segno dell’interesse che il nuovo progetto sta riscuotendo. E stiamo lavorando anche con il Teatro di Genova, con Emilia Romagna Teatro, con il Teatro di Palermo, con il festival Oriente Occidente… Potrei dire che in pochissimi mesi abbiamo costruito davvero un sistema nazionale di relazioni, ciascuna delle quali ha contenuti differenti».
Alla compagnia cosa verrà chiesto ?
«Aterballetto presenta un repertorio rigorosamente contemporaneo, ma non concettuale, e sempre molto danzato. Perciò produce spettacoli ideali per conquistare nuovi pubblici e contribuire ad affermare la danza italiana. Il nostro standard qualitativo non lo vogliamo cambiare. Ma aggiungeremo una seconda linea produttiva. Nel 2018 accompagniamo, per esempio, il giovane e brillante Diego Tortelli, di cui ho parlato prima, non solo con lo spettacolo per tutta la compagnia, ma anche con una produzione più piccola con altri danzatori. Per palcoscenici e budget diversi».
È di qualche giorno la notizia delle dimissioni del direttore artistico di Pompea Santoro. Perché se n’è andata?
«Pompea è una grande artista, spontanea e indipendente, l’Aterballetto una realtà strutturata e in pieno cambiamento. Alla fine qualcosa non le corrispondeva, e altre cose non funzionavano. Siamo dispiaciuti, ma consapevoli delle reciproche esigenze. Le dimissioni non sono ancora sul tavolo del Cda, e dobbiamo prima identificare il profilo esatto, poi individuare una rosa di candidate o candidati, che sarà esaminata da una commissione. Per ora la compagnia è in tournée, poi c’è la pausa di Natale, periodi nei quali non era neppure prevista la sua presenza. Nessuna fretta, in gennaio avremo le idee chiare. Intanto tutto procede: siamo una delle pochissime compagnie europee ad avere due Maitres de ballet».
E per la promozione del pubblico ha pensato a qualche progetto in particolare ?
«Vorrei partire dal pubblico dei bambini e degli adolescenti. Nel 2018 ho previsto un cantiere di ricerca intorno ad un possibile spettacolo per ragazzi basato sul corpo. Cosa colpisce oggi il loro immaginario? Come percepiscono il corpo? Che linguaggio li cattura? Con quale “chiave” possiamo ottenere la loro attenzione? Insieme a Accademia Perduta (Centro di Produzione specializzato nel teatro ragazzi), che condivide l’esigenza e l’obiettivo, coinvolgeremo altre figure artistiche di altri settori compresi con videomaker, psichiatri, sociologi, pedagogisti».
Questa modalità diversa di creare relazioni avverrà anche sul piano internazionale?
«È questa forse la dimensione sulla quale sto lavorando di più, e già si intravedono i primi risultati. Mi interessano in primo luogo le città simbolo della danza, quelle che permettono una visibilità, e dunque uno status. E posso già dire che con Bruxelles siamo partiti con un progetto triennale di enorme novità e interesse, che comprende due coproduzioni, l’ospitalità alle Halles de Schaerbeek di 3 o 4 nostri spettacoli, e stiamo ipotizzando anche uno showcase dedicato alla miglior produzione regionale, oltre ad iniziative legate ad altre discipline e alla cultura, anche materiale. Questo perché la danza può crescere meglio se non è isolata e solitaria».
Da che cosa si parte?
Da Marrakech dove verranno portati giovanissimi artisti italiani in residenza per poi fare spettacoli a Bruxelles, a Reggio Emilia e naturalmente ancora a Marrakech».
Dove si vuole arrivare?
«La Fondazione Nazionale della Danza è entrata in una nuova dimensione, nella quale non è più soltanto una compagnia, ma un punto di contatto tra l’Italia e l’estero, un acceleratore della diffusione della danza in Italia, e guarda non solo alla tradizionale affermazione di una dimensione artistica del massimo livello, ma anche alle energie e alle culture emergenti».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Ha preso servizio il 4 settembre scorso e dopo aver ribaltato la modalità di lavorare, in relazione alla confezione delle proposte, è già lanciato in corsa. «Da subito ho orientato le scelte per facilitare un dialogo con altre componenti del sistema dello spettacolo e della cultura per progettare e creare relazioni, andando oltre l’esigenza unica di “vendere spettacoli” e conquistare nuovi pubblici».
Con l'obiettivo in sintesi ?
«Di entrare dove la danza non è mai entrata».
Quali sono le principali linee programmatiche?
«Vogliamo cominciare a generare un indotto “culturale”, che non sia più solo quello del prestigio della compagnia. La strategia è semplice: pensare delle collaborazioni e avviare iniziative comuni. Abbiamo bisogno di avviare un dialogo e verificare i punti di incontro prima di fare le scelte artistiche. Quando un direttore artistico ha già fatto da solo le proprie scelte, si tratta solo di vendere lo spettacolo. La rivoluzione che ho avviato rovescia il principio: prima il progetto e le collaborazioni, poi i contenuti. Con Davide Zanichelli di Palazzo Magnani ci siamo incontrati varie volte fin da molti mesi prima del mio ingresso ufficiale a Reggio. Ora siamo pronti per annunciare un’importante e originale iniziativa comune pensata in occasione di Fotografia Europea».
E per gli altri spazi cittadini?
«Da parte del Comune, si vuole dare inizio ad un sistema ben strutturato di progettazione con I Teatri e con l' Istituto musicale Peri. Con l’assessora all’educazione Raffaella Curioni, per esempio, stiamo avviando una serie di iniziative che vanno proprio in direzione di una messa al servizio della Fondazione della danza rispetto a esigenze del territorio. E noi in cambio abbiamo l’occasione di valorizzare al meglio le importanti professionalità artistiche e formative interne alla Fondazione.
Quali sono i principali progetti a cui sta lavorando ?
«Sul piano nazionale abbiamo fatto convergere, intorno ad un nucleo di progetti di produzione, programmazione e formazione, un primo gruppo di interlocutori, non solo rappresentativo di un’esigenza sentita, ma anche concretamente già al lavoro per attività condivise. Ed ecco progetti co-produttivi che già nel 2018 coinvolgeranno (su tre differenti spettacoli) due teatri Nazionali, un Tric, un Centro di Produzione Teatrale, due festival musicali, due festival di danza, oltre a un teatro di Bruxelles. Due di questi tre progetti sono pensati come passe-partout ideali per un rapporto stretto con l’universo teatrale: il primo è “Tango Glaciale” di Mario Martone con i teatri che sostengono Ric.Ci (il progetto di ricostruzione di spettacoli degli anni ‘80 e ‘90 diretto da Marinella Guatterini), il Bellini di Napoli e il Ravenna Festival. Il secondo è “Tempesta” di Giuseppe Spota, da Shakespeare, che debutterà al Piccolo di Milano in giugno, coprodotto dal Ctb di Brescia e Teatro Nazionale del Veneto. A settembre debutterà “Bach project”, coreografie di Diego Tortelli e Jirí Kylián, coprodotto da Teatro Nazionale di Torino, Torinodanza, Milano Oltre, Mito-Settembre Musica e Halles de Schaerbeek. Le coproduzioni, oltre che risorse aggiuntive, sono naturalmente il segno dell’interesse che il nuovo progetto sta riscuotendo. E stiamo lavorando anche con il Teatro di Genova, con Emilia Romagna Teatro, con il Teatro di Palermo, con il festival Oriente Occidente… Potrei dire che in pochissimi mesi abbiamo costruito davvero un sistema nazionale di relazioni, ciascuna delle quali ha contenuti differenti».
Alla compagnia cosa verrà chiesto ?
«Aterballetto presenta un repertorio rigorosamente contemporaneo, ma non concettuale, e sempre molto danzato. Perciò produce spettacoli ideali per conquistare nuovi pubblici e contribuire ad affermare la danza italiana. Il nostro standard qualitativo non lo vogliamo cambiare. Ma aggiungeremo una seconda linea produttiva. Nel 2018 accompagniamo, per esempio, il giovane e brillante Diego Tortelli, di cui ho parlato prima, non solo con lo spettacolo per tutta la compagnia, ma anche con una produzione più piccola con altri danzatori. Per palcoscenici e budget diversi».
È di qualche giorno la notizia delle dimissioni del direttore artistico di Pompea Santoro. Perché se n’è andata?
«Pompea è una grande artista, spontanea e indipendente, l’Aterballetto una realtà strutturata e in pieno cambiamento. Alla fine qualcosa non le corrispondeva, e altre cose non funzionavano. Siamo dispiaciuti, ma consapevoli delle reciproche esigenze. Le dimissioni non sono ancora sul tavolo del Cda, e dobbiamo prima identificare il profilo esatto, poi individuare una rosa di candidate o candidati, che sarà esaminata da una commissione. Per ora la compagnia è in tournée, poi c’è la pausa di Natale, periodi nei quali non era neppure prevista la sua presenza. Nessuna fretta, in gennaio avremo le idee chiare. Intanto tutto procede: siamo una delle pochissime compagnie europee ad avere due Maitres de ballet».
E per la promozione del pubblico ha pensato a qualche progetto in particolare ?
«Vorrei partire dal pubblico dei bambini e degli adolescenti. Nel 2018 ho previsto un cantiere di ricerca intorno ad un possibile spettacolo per ragazzi basato sul corpo. Cosa colpisce oggi il loro immaginario? Come percepiscono il corpo? Che linguaggio li cattura? Con quale “chiave” possiamo ottenere la loro attenzione? Insieme a Accademia Perduta (Centro di Produzione specializzato nel teatro ragazzi), che condivide l’esigenza e l’obiettivo, coinvolgeremo altre figure artistiche di altri settori compresi con videomaker, psichiatri, sociologi, pedagogisti».
Questa modalità diversa di creare relazioni avverrà anche sul piano internazionale?
«È questa forse la dimensione sulla quale sto lavorando di più, e già si intravedono i primi risultati. Mi interessano in primo luogo le città simbolo della danza, quelle che permettono una visibilità, e dunque uno status. E posso già dire che con Bruxelles siamo partiti con un progetto triennale di enorme novità e interesse, che comprende due coproduzioni, l’ospitalità alle Halles de Schaerbeek di 3 o 4 nostri spettacoli, e stiamo ipotizzando anche uno showcase dedicato alla miglior produzione regionale, oltre ad iniziative legate ad altre discipline e alla cultura, anche materiale. Questo perché la danza può crescere meglio se non è isolata e solitaria».
Da che cosa si parte?
Da Marrakech dove verranno portati giovanissimi artisti italiani in residenza per poi fare spettacoli a Bruxelles, a Reggio Emilia e naturalmente ancora a Marrakech».
Dove si vuole arrivare?
«La Fondazione Nazionale della Danza è entrata in una nuova dimensione, nella quale non è più soltanto una compagnia, ma un punto di contatto tra l’Italia e l’estero, un acceleratore della diffusione della danza in Italia, e guarda non solo alla tradizionale affermazione di una dimensione artistica del massimo livello, ma anche alle energie e alle culture emergenti».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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