Gazzetta di Reggio

La resistenza delle lucciole nell’opera di Silvio Cadelo

di Giulia Bassi
La resistenza delle lucciole nell’opera di Silvio Cadelo

Il trittico dell’artista sarà esposto nel negozio-atelier della figlia «La ricchezza è nella sobrietà, nella essenzialità e nella sua dignità» 

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REGGIO EMILIA. Non si può passare in via dei Due Gobbi senza notare una vetrina impregnata di colori caldi e luccicante d’oro.

Sono le forme incantevoli uscite dalla fantasia inesauribile di Laura Cadelo Bertrand. Ma da oggi quello spazio ospiterà anche un’opera del padre di Laura, Silvio, figura eccelsa dall’enorme talento visionario, un artista poliedrico e di fama quale disegnatore di fumetti, manifesti, ma anche scenografo ed attore e che da anni vive a Parigi.

«Un esploratore grafico con una tavolozza di colori che amano la vita, un cacciatore di misteri… ma per lui etica ed estetica sono a casa inseparabili. La forza delle sue immagini sta nell’intensità dello sguardo». È stata definita anche così l’arte di Silvio Cadelo del quale si potrà avere un assaggio della sua maestria osservando il suo trittico in mostra a partire dalle 18, ed alla sua presenza.

«Laura – ci racconta – mi ha chiesto di partecipare in qualche maniera e ho pensato a questo trittico, come fosse un affiche, che comunica la diversità, la singolarità di ognuno di noi che deve essere responsabile, potendo stare al mondo in un tempo che non è riproducibile, per una durata precisa che non torna… quindi, viviamo intensamente».

Un cammino davvero unico il suo, che prende le mosse dal fumetto per toccare tanti aspetti artistici. Cos’è che li accomuna tutti?

«Il disegno, e sempre il disegno sta alla base di tutte le discipline nelle varie fasi. Esso sta alla base della mia formazione alle Belle Arti di Modena che mi ha trasmesso questo gusto per viaggiare e creare mondi. Il disegno è una macchina per viaggiare, attraverso la quale posso immaginare delle cose che non sono possibili: come tendere il filo di un aquilone e poi vedere dal punto di vista dell’aquilone la realtà che sta in basso; è un viaggio da costruire, un modo per farsi un’altra vita».

Da Modena poi è venuto a Reggio…

«Per fare del teatro con i Teatranti e soprattutto con Otello Sarzi, un vero genio. Ho lavorato con lui a Don Chisciotte e anche per Il Castello di Kafka; mi occupavo della scenografia, facevo delle animazioni, interpretando proprio Don Chisciotte, anche come attore. Ho lavorato a diverse campagne pubblicitarie e ho frequentato un altro personaggio reggiano che mi ha aiutato e guidato, il poeta Corrado Costa, una guida spirituale che mi ha sostenuto come faceva con tutti gli artisti di Reggio. Una volta ha detto: Cadelo, non c’è niente di nuovo sotto il sole, quindi come? E, sorridendo, mi ha consigliato: Guarda sopra, sopra il sole».

Un periodo speciale della sua attività?

«Gli anni Settanta quando ho scoperto il fumetto. A quei tempi era di moda la fantascienza, ma i miei personaggi sono sempre derivati dalla pittura, in particolare dai fiamminghi, da Bosch. Il lavoro che faccio deve provocare la sorpresa, la stupefazione. Un tema che attraversa tutto il mio lavoro è quello dell’alterità. Spiego la presenza di questi corpi immaginari con il mio desiderio di rompere stereotipi, per rinnovare lo sguardo sul mondo, per cercare prima che le cose abbiano un nome. Ci siamo così abituati che crediamo che sia nostro merito avere due gambe. Quindi, se decido di cambiare l’immagine del corpo, tutto il mio universo cambia. Così i corpi che propongo sono progetti di altri corpi, evocativi di altri spazi, altre relazioni, altre civiltà. Ecco perché essi non sono mai mostri, ma solo altre creature».

Un incontro speciale è stato con Alejandro Jodorowsky, una figura simile a lei, così poliedrico…

«L’ho conosciuto attraverso un piccolo editore italiano a Lucca con il quale avevo fatto un progetto sulla rivista “Métal Hurlant”. Con lui ho realizzato la Saga d’Alandor; mi aveva chiesto di inventarmi la sceneggiatura che riguardasse un mondo che non era mai stato visto prima, con personaggi mai legati a nessun’altra forma».

A cosa serve tutto questo?

«Mi sembra essenziale che lo sguardo sia destabilizzato per poter tornare al reale e percepirlo per quello che è: un insieme innumerevole di immagini virtuali incessantemente al lavoro per generare il nuovo. La creazione è sempre in azione, è la condizione stessa della vita, incessante, immanente».

Perché viene così poco in Italia?

«L’Italia mi fa paura, è inconcludente, gira nel vuoto. Sono anni che la guardo da lontano: ognuno di noi dovrebbe fare così e poi riflettere».

E dell’opera esposta nello spazio di Laura?

«Sono affiches publiques: “Survivance des Lucioles”, disegni elaborati su computer e stampati su carta di 120 grammi in 30 esemplari. Questa serie parte da una libera rilettura del testo di Pasolini sulla scomparsa delle lucciole. Le lucciole non sono scomparse, ma sono ancora scacciate, rifiutate, annientate dalla grande luce abbagliante della dominazione dell’uomo che annulla la loro memoria storica. La ricchezza è nella povertà-sobrietà, nella essenzialità e nella sua dignità».

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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