recensione
Mario Rosati, cinquant’anni di pittura
di Tullio Masoni
La mostra è visitabile al Mia di Sant’Ilario fino al 27 gennaio
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SANT’ILARIO. Assistendo a una qualificata asta televisiva ho sentito un conduttore che, nel prendere a esempio la famosa beffa dell’asino – il cui quadro fu esposto al Salon de Indépendants di Parigi nel 1910 – affermava che il secolo si era aperto, nientemeno, con la negazione della bellezza in arte: da allora, basta. Ma, secondo lui, cosa avranno mai cercato – solo per fare qualche nome – Picasso, Matisse o Morandi?
Certe “provocazioni”, assai poco neutre (dipende cosa l’asta propone ai collezionisti o ai comuni investitori) vorrebbero togliere all’arte moderna e contemporanea una sua preziosa ambiguità: quella che lascia convivere esperienza astratta, concettuale o altro, con una degna sperimentazione sulla figura. Se così davvero fosse Giorgio Morandi non sarebbe che un freddo emulo novecentesco di Piero della Francesca.
Morandi. L’elenco degli artisti che gli debbono qualcosa sarebbe lunghissimo, e fra questi molti che hanno preso strade lontane dalla sua. I cinquant’anni di pittura che con la mostra al Mia di Sant’Ilario Mario Rosati ricostruisce, sono stati un confronto costante col maestro bolognese; serrato, in certe fasi, a distanza in altre, ma sempre nella verifica di una comune sensibilità.
L’amore per il paesaggio (sempre discreto, ordinario) e l’osservazione degli oggetti, dei fiori o delle frutta che compongono le “nature morte”, raccontano la continuità poetica del pittore la cui opera, vista appunto in un arco temporale di molti anni, rivela alternanze, andate e ritorni. Ossia forme talvolta assorbite da una luce pittoricamente ricreata e di spessore (gli oli, soprattutto), o più sottomesse al segno, di tonalità contrastata e decisa, di colore timbrico (ma spesso atmosfericamente velato) fin quasi alla stesura piatta.
Opere perlopiù a tempera, queste ultime, che probabilmente risentono delle ricerche compiute dall’artista negli anni novanta sulla pittura cinese e giapponese. I formati sono piuttosto vari, pur non raggiungendo mai il grande e, a proposito, voglio segnalare tre “nature morte” ovali (2003) che tengono assieme, direi, una esigenza evolutiva d’artista con la vaga, trasfigurata memoria di finezze decorative o, come qualcuno osserva, una certa influenza di Casorati.
Fino al 27 gennaio in mostra si possono ammirare, infine, molti acquerelli e alcune sculture. Acquerelli di felice agilità e trasparenza (ancora paesaggi, molti dei quali della nostra campagna e dell’Appennino) che rivelano una lunga contemplazione poi sciolta dall’abilità di mestiere. Quanto alle sculture: allegorie naturiste in legno, marmo e gesso trattato con colore di bronzo, impressiona “Il gozzuto”, una forma elegante, fedele al modello e “pura”, perfino astratta.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Certe “provocazioni”, assai poco neutre (dipende cosa l’asta propone ai collezionisti o ai comuni investitori) vorrebbero togliere all’arte moderna e contemporanea una sua preziosa ambiguità: quella che lascia convivere esperienza astratta, concettuale o altro, con una degna sperimentazione sulla figura. Se così davvero fosse Giorgio Morandi non sarebbe che un freddo emulo novecentesco di Piero della Francesca.
Morandi. L’elenco degli artisti che gli debbono qualcosa sarebbe lunghissimo, e fra questi molti che hanno preso strade lontane dalla sua. I cinquant’anni di pittura che con la mostra al Mia di Sant’Ilario Mario Rosati ricostruisce, sono stati un confronto costante col maestro bolognese; serrato, in certe fasi, a distanza in altre, ma sempre nella verifica di una comune sensibilità.
L’amore per il paesaggio (sempre discreto, ordinario) e l’osservazione degli oggetti, dei fiori o delle frutta che compongono le “nature morte”, raccontano la continuità poetica del pittore la cui opera, vista appunto in un arco temporale di molti anni, rivela alternanze, andate e ritorni. Ossia forme talvolta assorbite da una luce pittoricamente ricreata e di spessore (gli oli, soprattutto), o più sottomesse al segno, di tonalità contrastata e decisa, di colore timbrico (ma spesso atmosfericamente velato) fin quasi alla stesura piatta.
Opere perlopiù a tempera, queste ultime, che probabilmente risentono delle ricerche compiute dall’artista negli anni novanta sulla pittura cinese e giapponese. I formati sono piuttosto vari, pur non raggiungendo mai il grande e, a proposito, voglio segnalare tre “nature morte” ovali (2003) che tengono assieme, direi, una esigenza evolutiva d’artista con la vaga, trasfigurata memoria di finezze decorative o, come qualcuno osserva, una certa influenza di Casorati.
Fino al 27 gennaio in mostra si possono ammirare, infine, molti acquerelli e alcune sculture. Acquerelli di felice agilità e trasparenza (ancora paesaggi, molti dei quali della nostra campagna e dell’Appennino) che rivelano una lunga contemplazione poi sciolta dall’abilità di mestiere. Quanto alle sculture: allegorie naturiste in legno, marmo e gesso trattato con colore di bronzo, impressiona “Il gozzuto”, una forma elegante, fedele al modello e “pura”, perfino astratta.
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