Gazzetta di Reggio

La scultura Terramare “figlia” dell’incendio

di Ambra Prati
La scultura Terramare “figlia” dell’incendio

Graziano Pompili l’ha realizzata nel prosciuttificio bruciato

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LANGHIRANO. Una poderosa scultura ferrosa alta quasi sette metri e del peso di tre tonnellate svetterà a breve sul tetto del salumificio Galloni, a Langhirano, a ricordo di un vasto incendio che ha semidistrutto lo stabilimento e a simbolo della rinascita dell’impresa industriale.

È l’ultima opera dello scultore montecchiese Graziano Pompili, che ha ricevuto l’inusuale incarico dagli industriali parmensi.

«Nell’estate del 2016 un incendio, durato giorni e giorni, ha devastato il prosciuttificio. Il fuoco ha letteralmente fuso lo stabilimento e le attrezzature metalliche all’interno – spiega Pompili – Passata l’emergenza e lo sgomento contingente, i titolari dell’azienda (il presidente Luca Galloni e la vicepresidente Mirella Galloni) si sono rimboccati le maniche e hanno pensato di ricostruire la storica fabbrica, mettendo a punto un impegnativo progetto. E hanno avuto la bella idea di coinvolgermi chiedendomi di trasformare i materiali ferrosi rimasti tra le ceneri in un’opera d’arte, a memento dell’evento non fausto ma che è stata un’occasione di ripartenza per l’attività. Per me è stato un onore e un piacere, ho apprezzato la sensibilità dei committenti che hanno voluto sancire la nuova vita dell’azienda arricchendola attraverso opere d’arte».

Pompili si è recato sul posto di persona, insieme al suo fabbro di fiducia Renato Rubertelli, con il quale collabora da quasi tre decenni, per fare una prima cernita del materiale disponibile, trasportato nel laboratorio montecchiese del fabbro. E lì, sulla base di un bozzetto disegnato da Pompili, l’opera è stata assemblata.

«Il bozzetto mi è venuto d’istinto – spiega –. Il titolo è “Terramare”, parola che spesso ho usato, e ancora uso, con riferimento all’archeologia, e ai siti abitativi preistorici presenti nelle pianure a sud del Po. Chi conosce il mio lavoro sa che i luoghi dell’abitare la terra sono per me un tema ricorrente; l’ho trovato coerente anche in questa circostanza, come segno di rinascita e coraggio». Il risultato del lavoro è una base quadrata nera dalla quale si slancia verso l’alto una sorta di palafitta, come nelle antiche terramare appunto, di colore rosso, che richiama il fuoco.

Non appena la nuova costruzione sarà pronta – e manca poco –, l’opera svetterà «all’ultimo piano dell’edificio, nello spazio di ricevimento ospiti per assaggi e degustazioni, sopra un tappeto erboso e accanto a uno specchio d’acqua. Sarà visibile a distanza, perché lo stabilimento da solo ha un’altezza di 8 metri».
 

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