Gazzetta di Reggio

Un Faust contrastato Bene la parte musicale No a video e “nudità”

di Giulia Bassi
Un Faust contrastato Bene la parte musicale No a video e “nudità”

REGGIO EMILIA. Lunghi ed interminabili video, forse con l’intento di riportare all’attualità alcune tematiche universali legate dalla storia: questa la fastidiosa caratteristica del Faust di Gounod...

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REGGIO EMILIA. Lunghi ed interminabili video, forse con l’intento di riportare all’attualità alcune tematiche universali legate dalla storia: questa la fastidiosa caratteristica del Faust di Gounod in scena al Valli (con replica domani ore 15.30).

Cinque atti e quattro filmati, ben curati dal punto di vista tecnico, ma decisamente fuori luogo: come se il soggetto del libretto, tratto dal capolavoro goethiano, non fosse già abbastanza ricco di spunti per riflettere. Simili digressioni sono tipiche di chi non è abituato in generale al “passo” di un’opera lirica, come hanno fatto capire il Collettivo di Angoor e Simone Darai, curatori della regia, che con quei fuori programma oltre ad allungare lo spettacolo (il Faust prevede già tre ore di musica), ne hanno sbilanciato l’andamento complessivo. L’idea non collimava con il fatto che ambientando l’opera nel ‘500, periodo a cui si lega la presenza realmente esistita del personaggio di Faust, la si voleva forse asciugare da quegli orpelli accumulati dalle ambientazioni ottocentesche a volte eccessivamente compiacenti di magie, misteri occultismi… Questo ritorno alle origini si coglie, più che dalla scena fissa costituita da un’enorme scatola grigia ben sigillata da assi di legno, dai costumi dei protagonisti e del coro, che li fanno assomigliare a quelli dei contadini fiamminghi dipinti da Brueghel. A questo proposito, Faust e Méphistophélés indossano una calzamaglia: il primo rosa e il secondo gialla con un ‘coso’ enorme davanti, decisamente ridicolo. Inoltre Méphistophélés, e qui dissentiamo in modo vistoso, sta a dorso completamente nudo mostrando il pancione debordante: tutti particolari che tolgono quella sorta di voluttà aristocratica voluta dagli autori – parole del libretto alla mano – per rendere, invece, il ruolo di Satana piuttosto becero.

Tra i momenti registicamente riusciti, l’immagine di Marguerite – complice l’indubbia capacità interpretativa di Davinia Ridrigeuz – appesa all’albero stilizzato: la suggestione va ricondotta, rimanendo in tema di film, alla “Sposa cadavere” di Tim Burton. Sul piano musicale – a parte la pronuncia poco curata – convince il Coro del Teatro Comunale di Modena, mentre i due protagonisti Roberto Demuro, nel ruolo del titolo, e del soprano Rodriguez ci regalano una prova autore: belle voci, capaci di scavare in modo incisivo nei loro personaggi. Demuro esibisce una voce estroversa e letteralmente pennella il “Salut”, corredandolo del do finale generoso e pulito. Tormentata è la Marguerite della Rodriguez, capace di soavi filati, delicate mezze voci per una lettura profonda, sempre credibile. Più discontinuo Ramaz Chkviladze (Méphistophélés), all’altezza il Siebel di Nozomi Kato, il Valentin di Benjamin Cho e autorevole Jean-Luc Tingaud, alla guida dell’Orchestra dell’Opera Italiana ben curata nelle sonorità d’insieme.

Alla fine, buono il successo esternato da vistosi apprezzamenti per i protagonisti mentre, durante i filmati, si sono registrate vive proteste. In sala, anche il mezzosoprano Giovanna Vighi, interprete di Siebel, nel Faust del 30 gennaio 1963 che vedeva agli inizi di carriera un giovanissimo e… promettente Claudio Abbado.

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