Epifania a Reggio Emilia, in montagna la Befana ha sposato il Befanotto
Dalla tradizione di montagna a quella di pianura, dove i contadini compivano il rito della fasagna e le rezdore cucinavano la ciambella
REGGIO EMILIA. Ha il naso adunco e bitorzoluto, i capelli scarmigliati e vola su una scopa magica. Si dice che abbia anche le scarpe rotte. Eppure, nel nostro Appennino, la Befana ha trovato un marito, il Befanotto.
Gli scettici potranno verificarlo di persona recandosi, ad esempio, a Gazzano di Villa Minozzo (ma anche a Novellano, Civago e Miscoso di Ramiseto...) dove ogni anno, nel giorno che precede l’Epifania, la strana coppia vaga per le strade del paese, bussando a tutte le porte.
L’appuntamento è atteso e anche temuto dagli abitanti, perché la Befana e il Befanotto, intonando filastrocche in rima, svelano le abitudini, i tic, o ciò che è accaduto durante l’anno ai padroni di casa. Le visite iniziano con due quartine: una uguale per tutti (Ha passato mari e monti / la Befana poverina / molto tempo è che cammina / per venirvi a salutare), l’altra personalizzata. Se il canto piace, Befana e Befanotto (compresi i musici e i cantori al seguito) vengono invitati a bere un “goccetto” e a mangiare qualcosa.
A riportare in auge questa tradizione a Gazzano – le cui origini si perdono nella notte dei tempi e probabilmente, come quelle del Maggio, sono legate ai pastori transumanti che venivano dalla Toscana – è stato un gruppo di gazzanesi, ora riunito nella Compagnia della Befana, che ogni anno si impegna a comporre le rime.
Befana e Befanotto sono interpretati da due uomini (o ragazzi) che solo alla fine della processione sveleranno la proprio identità. Il motivo, ancora una volta, è legato alla tradizione: fin dall’inizio del ’900 – epoca a cui risalgono le prime testimonianze dirette della Befana e del suo Befanotto a Gazzano – le quartine erano scritte dai giovani del paese, che, dopo aver “stuzzicato” il capofamiglia e reso omaggio alla sua signora, si rivolgevano alle ragazze di casa con rime di “corteggiamento” che naturalmente svelavano simpatie e interessi. Per questo motivo ancora oggi le ragazze non fanno parte del gruppo della Compagnia della Befana.
Ma quella del Befanotto non è l’unica tradizione reggiana dell’Epifania ad essere scampata all’oblio. In antichità, e fino al Dopo guerra, ad esempio, era abitudine dei contadini, soprattutto di pianura, chiudere il periodo natalizio con il rito della fasâgna. La sera della vigilia dell’Epifania, quella tra il 5 e il 6 gennaio, per intenderci, i giovani prendevano in mano una mannella di canavoj, preparata nel pomeriggio, la legavano con della stoppa e, dopo averla incendiata, correvano sotto gli alberi da frutta gridando “Fasâgna, fasâgna, totti al brochi ’na cavagna”, ovvero “Fasagna, fasagna, che tutti i rami diano un cesto (di frutta)”.
Come ricorda Mario Mazzaperlini nel libro “Il Natale nella tradizione popolare reggiana” (Gianni Bizzocchi Editore) sempre nella sera della vigilia dell’Epifania, nelle nostre campagne era usanza cucinare ál busilàn (cioè la ciambella). Il dolce era servito il giorno successivo, ma almeno una fetta veniva messa da parte per essere donata al primo povero che avesse bussato alla porta.
Tradizione un po’ più maliziosa era quella dei “bigliettini”. La sera della vigilia dell’Epifania, i ragazzi e le ragazze in vena di scherzi si trovavano nella stalla e scrivevano su pezzetti di carta i nomi delle persone (giovani e non, fidanzate, sposate e non) del paese. I bigliettini, arrotolati, venivano poi divisi in due secchi: da una parte gli uomini, dall’altra le donne. Dopo aver aggiunto nei due secchi anche foglietti particolari come “Il catenaccio del cimitero” e “La carriola della concimaia”, e aver mescolato accuratamente, si procedeva all’estrazione. I nomi abbinati – che spesso davano origine a coppie impensabili e molto divertenti – venivano poi sparsi nella strada che portava alla chiesa, in modo che tutti, andando a messa, li vedessero e ridessero sotto i baffi. A Villa Sesso questo rito era chiamato “Gioco degli sposini” e prevedeva una variante: le coppie formate con l’estrazione dovevano trascorrere insieme l’intero giorno dell’Epifania, compreso il ragazzo che aveva estratto “La carriola della concimaia” e la giovane che era capitata con “Il catenaccio del cimitero”.
Fuochi erranti, bigliettini e profumo di ciambella, però, non erano le uniche cose da aspettarsi in quella notte “magica”: era credenza molto diffusa, infatti, che nella sera della vigilia dell’Epifania gli animali parlassero tra loro. La leggenda narra che un contadino, un biòlch, consapevole che quella notte le mucche parlassero, iniziò a conversare con loro. “Fat in là, mora”, disse a una. “Spòstet, bionda”, disse all’altra. “Alòura, bigia, c’sa faròmia ’d bèl dmàn matèina?”, chiese alla terza. E quella di rimando: “Dmàn matèina purtaròm ál biòlch a la bûsa” (domani mattina porteremo il contadino al cimitero). E al biòlch venne un infarto.
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