Gazzetta di Reggio

MEMORIE

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La polenta e la “saracca”. Uno dei simboli della povertà dei tempi andati è quella della tavolata con tante persone attorno a un tagliere di polenta e sopra, appesa a un filo, un’aringa (in dialetto...

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La polenta e la “saracca”. Uno dei simboli della povertà dei tempi andati è quella della tavolata con tante persone attorno a un tagliere di polenta e sopra, appesa a un filo, un’aringa (in dialetto “saracca”) o una sardina sotto sale. In quel modo tutti i commensali avrebbero potuto sfregare la loro polenta sul pesce, per far assorbire alla loro misera fetta il forte sapore e rendere più gustoso il pasto. Poi, un pezzetto alla volta, la “saracca” sarebbe stata scomposta e mangiata. Quando le condizioni generali sono migliorate, almeno due o tre pesci per tavola hanno iniziato ad essere la norma. Oggi rimane l’abitudine, radicata nei reggiani più anziani e nei paesi più piccoli. Nei giorni del mercato settimanale si va dall’immancabile pescivendolo e si compra un’aringa sotto sale. A casa viene cotta in padella e poi servita, con abbondante olio, assieme alla polenta. Il pesce è intero, va quindi eviscerato per togliere le “reste”, il nome dialettale delle lische, e tenere buona la polpa. Tutta l’operazione va fatta rigorosamente a mano: la “saracca” si pulisce e si mangia a mani nude, sporcandosi di unto. (adr.ar.)



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