Gazzetta di Reggio

Verità e fantasia ai piedi della Pietra di Bismantova

di Adriano Arati
Verità e fantasia ai piedi della Pietra di Bismantova

Patrick Fogli dedica il suo romanzo all’Appennino «Avevo bisogno di un luogo di per sè misterioso»

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CASTELNOVO MONTI. La Pietra di Bismantova, l’Appennino, il mistero, la percezione della verità. La voglia di credere, ogni tanto, anche a quello che credibile non sembra.

Ha messo sul tavolo tanti temi Patrick Fogli per il suo ritorno letterario. Edito da Baldini & Castoldi, “A chi appartiene la notte” è l’ultimo lavoro dello scrittore bolognese da anni trapiantato nella nostra montagna.

Dopo diverse opere più o meno inquadrabili nel thriller, Fogli si ripresenta con un romanzo completamente diverso, che parte dai misteri e dal fascino della Pietra di Bismantova per tornare indietro ai miti oscuri di Lovecraft, ai suoi Antichi qui spesso richiamati in una vicenda che naviga costantemente fra reale e fantastico. Tante novità, tanti cambiamenti. E «anche se è vero che tutti i figli dovrebbero essere uguali, questo è un libro a cui tengo particolarmente», ammette Fogli.

Perché l’Appennino?

«Questa è una storia a cui penso da tanti anni e che sin dall’inizio ha avuto la Pietra al centro. Non poteva che essere così».

Davvero?

«Sì, la miscela di verità, mito, leggenda che uso non poteva andare bene nella città. Non poteva che nascere in montagna, in un luogo che già si prestasse al mistero».

Un poco di mistero c’era anche dalle anteprime. Questo non è il “classico” romanzo di Patrick Fogli. O no?

«È così, ma era necessario. Oggi per raccontare la realtà bisogna trovare una strada alternativa, viviamo in un mondo talmente paradossale e folle che tutto suona come già visto o come incredibile. Basti pensare a questa campagna elettorale, al ragionamento sulla verità e sulla finzione e su cosa incide sulla realtà».

Quindi questa era l’unica strada per affrontare questi temi?

«Raccontata in un altro modo questa storia non avrebbe avuto presa, così ti fa ragionare. E poi, se raccontare la realtà è difficile, raccontare il passato è inutile».

Addirittura?

«Sì, non interessa nulla a nessuno, o si toccano i grandi fatti storici o non c’è né interesse né base storica, pensiamo ad esempio agli anni del terrorismo».

Non sembra molto ottimista sul mondo...

«Credo sempre di più a quanto detto da Ferruccio De Bortoli: l’Italia è un paese ad alta digeribilità, col tempo mandiamo giù di tutto».

E accettiamo quello che vero non è? Nel suo romanzo la domanda emerge.

«Il ragionamento su cosa incida veramente nella nostra realtà è un ragionamento che mi interessa molto, che era già presente in altri miei lavori. In base a che cosa prendiamo decisioni? Alla percezione della realtà? All’analisi di ciò che conosciamo? Al desiderio che sia vero quello che ci dicono?».

Esiste una risposta?

«Di sicuro stiamo spingendo in là il limite di quello a cui si può chiedere».

Cioè?

«Torniamo alla politica, la parola più usata è “narrazione”. Ma la politica deve parlare di futuro, di economia, di speranza. La narrazione per sua stessa definizione è un racconto, e se parli di narrazione l’immaginario collettiva pensa che sia qualcosa di inventato, di falso».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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