Willie Peyote al Kessel di Cavriago con il suo “rap d’autore”
Testi feroci e raffinati, un’attenzione al ritmo e alle cadenze rare in Italia, capacità di distaccarsi. Willie Peyote, nome d’arte del 32enne torinese Guglielmo Bruno porta a Cavriago il suo "Sindrome di Toret"
CAVRIAGO. Testi feroci e raffinati, un’attenzione al ritmo e alle cadenze rare in Italia, capacità di distaccarsi.
Willie Peyote, nome d’arte del 32enne torinese Guglielmo Bruno, è indiscutibilmente una delle voci più peculiari e intelligenti che la musica italiana “alternativa” ha sfornato in questi anni.
Lo conferma in pieno l’ultimo disco, “Sindrome di Toret”, che Peyote e la sua band presenteranno dal vivo domenica 28 gennaio a Cavriago, al circolo Kessel, in una serata attesa e già vicina al pienone.
Willie Peyote è “ufficialmente” un rapper, ma decisamente sui generis, a partire dalla scelta di esibirsi sempre con un gruppo di musicisti e non solo con dj e basi. «Siamo sempre in cinque, a parte le eccezioni in cui possiamo aggiungere la sezione fiati, ma comunque suoniamo sempre», afferma Peyote.
Il suo approccio molto musicale al rap, e l’attenzione al ritmo, sono una rarità in Italia. Tutto voluto, si presume?
«Il merito va diviso con Kavah e Frank Sativa che dividono con me gli oneri per la parte musicale, ma è innegabile che io cerchi di dare la massima cura al groove, al ritmo».
Non è strano per un rapper?
«Non posso fare a meno di aver certi gusti ma non dobbiamo nemmeno nasconderci dietro a un dito. Il rap e il rock sono finiti, oggi tutto è un ibrido e questo va accettato, se si vuole stare a passo coi tempi».
Lei canta, al proposito, “la black music italiana è nera come Carlo Conti”. Si è offeso qualcuno?
«Non so se Carlo Conti se l’è presa, il punto è che lui non era il bersaglio. È come nelle polemiche su Gene Gnocchi per la frase su Claretta Petacci, il problema non è la persona citata, ma quello di cui si parla».
A proposito di parole, le sue vengono declamate con notevole spontaneità. È tutto così semplice?
«Il lavoro sui testi e sulle scansioni è frutto di una ricerca accurata, prima di tutto voglio fare della musica bella da sentire. Io faccio rap, questa metrica deve prima di tutto stare bene con la musica, i contenuti spesso arrivano dopo».
Non è un vilipendio, detto dal rapper “d’autore”?
«Per me prima di tutto la musica deve essere bella da ascoltare. È più il concetto delle parole a seguire il flusso ritmico, non è l’opposto. Tanti pensano che io faccia più attenzione a quello che dico piuttosto che a come lo dico, ed è invece è il contrario: a volte penso a come dire le cose e poi scelgo le parole».
Tante critiche positive le arrivano invece per i testi. Hanno sbagliato tutto?
«No, anzi. I complimenti fanno sempre piacere, io sono un fruitore di cinema e musica d’autore e credo che l’arte non debba e non possa essere solo intrattenimento, ma anche un tentativo artistico di comunicare».
I suoi testi sono comunque diretti e spesso spietati, anche verso il mondo rap. Questo comporta dei contraccolpi?
«Non mi hanno mai accusato di sputare nel piatto dove mangio, mi dicono invece non sono abbastanza rapper per parlare del rap, non sono abbastanza dentro quella scena, ma in generale ho meno “odiatori” rispetto a quelli che ci si aspetterebbe con la mia narrazione iconoclasta».
Di sicuro non risparmia colpi ai “colleghi”. Non si fa problemi?
«Non mi hanno mai fatto sentire parte della scena rock o rap, non mi sento parte di nessun ambiente e non mi sento di dover mantenere il segreto come se fosse una lobby, una massoneria. Dico quello che mi pare».
Anche questo dà fastidio, no?
«Se qualcuno si arrabbia è meglio, la satira è questa, e se si arrabbia gente come Belpietro o J-Ax vuol dire che ho scritto la cosa giusta».
Con le sue invettive ha richiamato anche il Guccini dell’Avvelenata. Non a caso, no?
«Quello è uno dei primi pezzi scritti come lo scriverebbe un rapper. Guccini cita una persona che per chi canta non sta facendo bene il suo lavoro, fa nomi e cognomi dei critici, di Riccardo Bertoncelli. È un pezzo rap, anche se siamo nel 1976 e dal cantautore impegnato ci si aspetta altro. Per molti verso Guccini in quel pezzo “fa il grosso”, ha fatto proprio come farebbe un rapper».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
