Daniele Beghè vince la prima edizione del Premio Serra
Reggio Emilia: a conquistare i giudici la raccolta di poesie “Quindici quadri di quartiere”
REGGIO EMILIA. Daniele Beghè, parmigiano 54enne addetto alla formazione manageriale, è risultato il poeta maggiormente apprezzato dalla giuria che ha assegnato ieri il premio intitolato all’estroso scrittore reggiano Luciano Serra scomparso quattro anni or sono all’età di 94 anni.
La proclamazione è avvenuta nella Sala Planisfero della biblioteca Panizzi ed è stata accompagnata da un piccolo spettacolo di Gabriele Merli con una miscela di musiche al sassofono composte per l’occasione, che hanno creato un clima di forte empatia fra i convenuti. Ai quali è stata consegnata una copia a stampa dell’opera vincitrice donata da un amico di Serra che ha voluto restare anonimo.
Le premiazioni alla biblioteca Panizzi
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Decine le poesie arrivate da tutta Italia presentate ad una giuria presieduta da Paolo Briganti e composta da Francesca Avanzini, Corrado Gambini, Guido Monti, Elisa Pellacani, Savino Rabotti e Daniela Rossi che hanno assegnato anche menzioni speciali ad altri quattro autori: Normanna Albertini di Felina (Castelnovo Monti), Giuseppe Piersigilli di Cerreto d’Esi (Ancona), Maria Luigia Sisti di Bollate (Milano) e Andrea Zuccolo di Udine.
È stato il presidente della giuria Briganti (che è docente di italianistica all’ateneo di Parma) a leggere le motivazioni del premio e a consegnare al vincitore un artistico trofeo con l’immagine di un cavallo alato in volo verso la luna, un simbolo che vuole raffigurare la passione di Luciano Serra per la scrittura e le rime del Boiardo e dell’Ariosto.
L’opera vincitrice è una raccolta di testi inediti titolata “Quindici quadri di quartiere” nei quali Beghè ha descritto scorci di vita di alcuni quartieri di Parma. «Usando un linguaggio semplice – si legge nella motivazione – e nel contempo colto, offrendo immagini vive di limpida e forte connotazione ed una sorta di asciutta – eppur sensibilissima, personale e moderna – epica del quotidiano».
Consulta librieprogetti ha curato l’edizione della raccolta, di cui Elisa Pellacani ha sottolineato la raffinata veste annunciando poi l’avvio di una collana dedicata a produzioni in versi di nuovi talenti. È seguita la lettura di alcuni componimenti da parte di Franco Ferrari e Veronica Stazzullo. Sono inoltre intervenuti Franco Moratti e Pietro Bevilacqua che hanno ricordato la figura di Luciano Serra e del compagno di studi Ezio Comparoni (noto come Silvio D’Arzo), riferimenti ormai ineludibili per la cultura nazionale.
Il più emozionato, ovviamente, era Daniele Beghè.
Cos’è che l’ha spinta ad amare tanto la scrittura e in particolare la poesia?
«Ho cominciato a scuola – la sua confessione – e per farmela piacere negli anni del liceo ho cominciato a parodiare i classici del primo Novecento, da Ungaretti a Saba a Quasimodo. Poi ho seguito la poesia italiana e straniera nutrendomi per anni delle parole di poeti senza mai pensare di poter scrivere versi. Ma nel 2007, a 44 anni, per un noioso incidente stradale sono stato costretto all’immobilità per alcuni mesi e per passatempo ho cominciato. Cinque anni più tardi ho voluto verificare se i miei versi avevano un valore confrontandole con quelli di altri poeti e critici che mi hanno incoraggiato e spinto a proseguire».
Il ruolo degli autori locali?
«Per quel che riguarda gli emiliani ho letto Bertolucci, mi sono appassionato a Bacchini, ho un debito di gratitudine nei confronti del parmense Gian Carlo Artoni che negli ultimi mesi della sua vita ha letto la mia opera-prima “Galateo dell’abbandono” e mi ha incoraggiato con parole di stima a proseguire».
In alcune sue poesie ci sono richiami all’Appennino reggiano, soprattutto alla Pietra di Bismantova: è una scelta poetica o conosce effettivamente quei luoghi?
«Da 35 anni trascorro i fine settimana sulle colline reggiane e parmensi. La mia famiglia possiede poi una casetta sulle colline di Parma da dove si scorge la Pietra e spesso mi è capitato di camminarvi attorno».
Sapeva che Luciano Serra era esegeta del vernacolo?
«Sinceramente non ne ho grande conoscenza. Ho invece approfondito le opere dialettali di Renzo Pezzani, quelle di Alfredo Zerbini e dei grandi romagnoli Tonino Guerra, Raffaele Baldini, Nino Pedretti, del vicentino Fernando Bandini e del compianto friulano Pierluigi Cappello».
Quali sono le sue fonti d’ispirazione?
«Mi interessano le mutazioni dell’ambiente urbano e rurale, mi turba l’urbanizzazione senza freni della pianura padana. Nei miei scritti c’è spesso il timore della rimozione del passato. Cerco di scrivere una poesia che intrecci temi personali e civili».
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