Gazzetta di Reggio

Con Marco Baliani nell’orrore della guerra

di Giulia Bassi
Con Marco Baliani nell’orrore della guerra

«Vi mostro squarci di esistenze in procinto di annullarsi»

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SCANDIANO. Tra i temi di riflessione legati alla Giornata della memoria, ci avverte Marco Baliani a proposito dello spettacolo “Trincea” – stasera alle 21 al teatro Boiardo di Scandiano – ci sta anche l’immane tragedia della Prima guerra mondiale. Creato nel 2015, è una produzione di Marche Teatro, per la regia di Maria Maglietta e vincitore del Premio Enriquez. Come ci ha abituati, l’attore e scrittore piemontese, sempre rigoroso e profondo, coglie nel segno, tocca nel vivo. «L’idea dei campi di concentramento nasce grazie alla prima guerra mondiale che ha spogliato l’uomo della sua individualità, rendendolo partecipe degli esperimenti di massa. Da quel momento il numero che contrassegna un uomo può essere direttamente inciso sulla sua pelle…».

“Trincea” quindi è un viaggio dentro l’indicibile della Grande Guerra…

«Sì, ma lo spettacolo non appartiene al teatro di informazione. Non ho voluto raccontare quello che era successo, ma dire dell’essenza umana durante la Prima guerra mondiale, provando a toccare un piccolo punto di quell’immensa catastrofe. Parla infatti un soldato, senza pensare alla nazionalità, a proposito della vita di trincea cruda e spietata. Viene fuori quello che sente a livello fisico e psicologico: la memoria che non c’è più, la perdita di identità, l’istinto di sopravvivenza, la solitudine, la paura... Il soldato è da solo, parla con un manichino che è un compagno morto, e il monologo/dialogo è frammentato».

Com’è lo spettacolo dal punto di vista visivo?

«Sono dentro a una grande scatola di immagini che non sono illustrative ma fungono da elementi, messi a punto dalla regista Maria Maglietta, che mi costringono a stare dentro per rendere la terribile condizione della trincea. Vorrei tentare di essere laggiù, in quel punto di una trincea di molti anni fa, ed esserci prima di tutto fisicamente, come corpo, in modo da essere così immerso nella dimensione dell’orrore per percepire “il tipo di esistenza” di quel soldato. E questo per rendere tangibile l’assurdità delle migliaia di persone sbattute tra rumori e frastuoni: magari molti di loro erano contadini che non sapevano nemmeno dove si trovavano e che parlavano dialetti diversi».

E i testi?

«I testi sono miei. Fanno parte del materiale che ho raccolto tra il ’96 e il ’98 a Rovereto consultando taccuini e quaderni dei soldati. Tutta materia viva, “rozza”, non letteraria. Poi ho letto svariati libri e in aggiunta ho inserito anche la testimonianza di mio nonno che ha fatto la guerra ed è stato decorato».

Più che una storia sono tante riflessioni, dunque.

«Non c’è un unico racconto, ci sono squarci di esistenze in bilico, sempre in procinto di perdersi e annullarsi. Sono tante micro trame che mostrano come si fa a scrivere lettere quando non c’è la carta, come ci si spoglia ma si muore comunque di freddo e cosa vuole dire la fame e la sete. I tanti corpi che appaiono e si dissolvono nello spazio ci restituiscono la frammentarietà dell’esistenza umana in trincea. Termino con uno dei tanti soldati che sono impazziti: i cosiddetti scemi di guerra».

Programmi futuri?

«Ho iniziato le prove della Mandragola di Macchiavelli, che debutterà l’11 aprile al Teatro della Pergola di Firenze».

Biglietti: intero 18 euro, ridotto 16 euro. Info e prenotazioni: 0522-854355.

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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