Gazzetta di Reggio

I DeSamistade cantano il vangelo secondo De André

I DeSamistade cantano il vangelo secondo De André

Casalgrande: in scena un omaggio a "Faber" basato al rivoluzionario concept album "La buona novella"

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CASALGRANDE. Un omaggio a De André, ai vangeli apocrifi, a suoni che ormai corrono verso il mezzo secolo.

SAbato 3 febbraio al teatro Fabrizio De André di Casalgrande, la band reggiana dei DeSamistade propone “Il vangelo secondo De André”, nuovo spettacolo omaggio al cantautore genovese a cui devono il nome e l’origine.

Il biglietto costa 12 euro, si inizia alle 21.15 e sul palco ci saranno anche gli attori Barbara Incerti e Andrea Terzi ad accompagnare il cantante Matteo Foracchia, il bassista Giacomo Bortolotti, il chitarrista Giorgio Genta, la violinista Sofia Bertolini, il batterista Edoardo Ponzi, il tastierista Daniele Incerti, la flautista e fiatista Marica Rondini e la fisarmonica di Andrea Zanetti.

Lo spettacolo è basato sulla “Buona Novella”, il disco realizzato da De André nel 1970 usando come ispirazione vangeli apocrifi, non riconosciuti ufficialmente dal cristianesimo come i quattro “ufficiali” ma ben presenti in numerose tradizioni sopravvissute nei secoli.

L’album nasce da un’idea del produttore Roberto Danè, che in un primo momento avrebbe voluto affidare il progetto a Duillio Del Prete prima di convergere su De André, che nella realizzazione sarà accompagnato dai musicisti che negli stessi giorni fonderanno la Pfm. Gli arrangiamenti sono affidati a Gian Piero Reverberi, una delle più grandi menti musicali italiane, poi a fianco di Lucio Battisti e fondatore del Rondò Veneziano.

Il risultato è uno dei primi e più riusciti concept album del rock italiano, zeppo di arrangiamenti innovativi e soprattutto di canzoni meravigliose, da “L’infanzia di Maria” sino al capolavoro indiscusso, “Il testamento di Tito”, crudele e toccante rivisitazione dei dieci comandamenti affidata a Tito, uno dei due ladroni crocefissi assieme a Gesù.

All’epoca, fu una rottura. Il cantante “rivoluzionario” alle prese con i vangeli. «Quando scrissi “La Buona Novella” – raccontava De André – era il 1969. Si era quindi in piena lotta studentesca e le persone meno attente (che sono poi sempre la maggioranza di noi) compagni, amici, coetanei, considerarono quel disco come anacronistico. Mi dicevano: Ma come? Noi andiamo a lottare nelle università e fuori dalle università contro abusi e soprusi e tu invece ci vieni a raccontare la storia, che peraltro già conosciamo, della predicazione di Gesù Cristo?».

Per De André invece quel lavoro «voleva essere un’allegoria, era un’allegoria, che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate ma da un punto di vista etico sociale direi molto simili, che un signore 1969 anni prima aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali. Si chiamava Gesù di Nazareth e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi». (adr.ar).


 

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