Gazzetta di Reggio

«Reggio adesso è pronta per la vera cucina asiatica»

di Ambra Prati
«Reggio adesso è pronta per la vera cucina asiatica»

Il gruppo Sushiko lancia Manyi, apripista per una nuova catena  «Bisogna tornare all’antico per stare al passo con i tempi moderni»

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REGGIO EMILIA. «Tornare all’antico e rievocare il passato per stare al passo con i tempi moderni». È questa la filosofia di “Manyi Asian Cuisine”, il nuovo ristorante inaugurato venerdì scorso in via Fratelli Cervi 89, all’altezza della concessionari a Citroen, dove prima c’era il cinese “Trabocca”. Si tratta di un nuovo brand, con l’obiettivo della replicabilità, del gruppo Sushiko, che ha scelto Reggio Emilia per la sperimentazione di quella che potrebbe diventare una nuova catena su scala nazionale. Il gruppo Sushiko è di proprietà della famiglia Lin, tre fratelli – uno dei quali in cucina venerdì scorso – che in questi trent’anni di attività hanno costruito «una multinazionale che conta 5 punti vendita in Italia e una piattaforma logistica centralizzata, con 400 referenze, con sede a Massalengo di Lodi, per assicurare la massima sicurezza degli alimenti», spiega Rogerio Lin Huang, origini brasiliane, responsabile degli acquisti food e beverage del gruppo, a fianco del responsabile Cristian Lin e del direttore Massimiliano Fontana. «Manyi significa Trabocca: è il nome che negli anni ’90 la proprietà avrebbe voluto dare al ristorante, uno dei primi del gruppo; ma all’epoca si pensò che il pubblico italiano non fosse pronto, così come si optò per una cucina adattata – prosegue il responsabile –. Al giorno d’oggi invece la clientela non vuole solo andare fuori a cena: vuole fare un’esperienza sensoriale, trovare un ambiente di pregio e scegliere piatti che abbiano una storia alle spalle».

Da qui il rinnovo radicale della location, che merita davvero un voto alto: ben 600 metri quadrati con una sala d’accoglienza divisa da una parete concentrica fatta di metallo, mattoni a vista, parquet, una geisha stilizzata su una parete, il simbolo su sfondo rosso (una “m” che ricorda masterchef, ma “sotto c’è una ciotola stilizzata che sembra uno smile”), due “privé”, sul soffitto fiori appesi a fili metallici che vibrano e danno l’effetto un prato fiorito. Non a caso «nel concept ci siamo avvalsi del supporto dell’architetto Usagi Makoto, che ha ideato il padiglione del Giappone all’Expo di Milano; nella comunicazione – prosegue Rogerio – di un’azienda di Torino, “Asian cuisine”, perché pensiamo che oggigiorno si debbano offrire piatti con influenze vietnamite, coreane, thailandesi e di tutto il sud-est asiatico». Non ci si aspetti, però, la cucina “fusion”, filone in voga che tanto successo ha mietuto negli ultimi anni: la definizione asiatica in realtà appare azzardata e i piatti si avvicinano piuttosto alla tradizione cinese più autentica. Via quindi la formula “all you can eat”: il menù è à la carte, sempre «a prezzi accessibili: uno scontrino medio si aggira a pranzo sui 15 euro, a cena sui 20 euro». Con una novità: la cucina a vista, il dim sum. «Dim sum in mandarino si può tradurre con spuntino, piccole porzioni che possono diventare pasti – conclude Rogerio –. Abbiamo voluto valorizzare questo aspetto della ravioleria (c’è anche un panino ripieno di carne, ndr) fatta a mano, che si può acquistare anche d’asporto».

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