Aterballetto al cinema con il film di NicoGuidetti
Il regista reggiano: «Racconto le fasi di lavorazione della danza»
REGGIO EMILIA. Dopo essere stato al Biografilm Festival e al Madrid Art Film Festival, dove ha ricevuto la menzione della giuria, “Fonderia 39”, il documentario sulla Fondazione Aterballetto del reggiano Nico Guidetti sarà presentato in anteprima nazionale lunedì 19 febbraio, alle 21, al cinema Rosebud. Il regista, classe ‘75, incontrerà il pubblico dopo la proiezione. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui.
Come è nata la sua passione per il cinema?
«L’ho sempre avuta. Già dagli anni ’90 mi sono avvicinato al documentario grazie a “Materiale resistente” di Guido Chiesa e Davide Ferrario. Dopo la laurea in filosofia ho fatto un corso di regia a Bologna e da quel momento ho cominciato a lavorare qui sul territorio, realizzando per lo più documentari storici. Quest’ultimo infatti si discosta un po’ dalla mia produzione».
Come è nata l’idea di un documentario su Aterballetto?
«Già da qualche anno seguo Aterballetto insieme a Mediavision, lo studio con cui collaboro: filmiamo le loro esibizioni. Così nel 2015 proposi a Giovanni Ottolini, allora direttore, di realizzare un documentario. Il progetto, che inizialmente si chiamava “Corpo di ballo”, ha ottenuto il sostegno dell’Emilia Romagna Film Commission. Poi, giorno dopo giorno, il luogo stesso della fonderia ha assunto un ruolo sempre più importante, finché il titolo è diventato “Fonderia 39”».
In che senso la fonderia è così importante?
«È un ex capannone industriale, un luogo molto suggestivo. Ma per me ha anche un fascino, per così dire, autobiografico: sono cresciuto a Fabbrico, paese operaio per eccellenza qui nel reggiano. E mio padre era proprio un operaio. Ho tanti ricordi d’infanzia legati a lui: il rumore della sirena, la puzza di officina... Poi più avanti mi è capitato di tornare in fonderia, per un motivo o per l’altro, e non ha mai smesso di attirarmi. Finché non ci sono tornato dietro la macchina da presa. Aterballetto è come un fiore che nasce nell’archeologia industriale del panorama reggiano. Inoltre c’è un legame fondamentale tra la danza e il lavoro operaio».
Cioè?
«Lo stesso spirito di sacrificio, la stessa scansione della giornata lavorativa. Chi danza, come chi lavora in fabbrica, ha un metodo estremamente rigoroso: prova e riprova per ore per arrivare a conclusione dell’intero processo produttivo e creativo. Non è un caso che il film sia diviso in tre capitoli: fucina, fusione, formatura. Sono le fasi della lavorazione del metallo, metafora del lavoro del danzatore. Il mondo della danza ha molto in comune anche con il cinema. Pensiamo alla coreografia: come in un film, si parte da un’idea più o meno precisa che poi, per forza di cose, cambia rispetto a quella iniziale, perché il documentario, come dice Leonardo Di Costanzo, è un «corpo a corpo con la realtà». Solo così riesci a dare forma a questo magma. È tutta una questione di movimento: il cinema è movimento, come la danza. C’è anche la musica, è vero, ma la parte sonora passa in secondo piano. Forse è per questo che ho deciso di non inserire quasi mai il parlato».
Come si sono svolte le riprese?
«Ho seguito la compagnia per circa un anno, anche all’estero, in tournée. Di grande aiuto è stata la mia produttrice, Giusi Santoro di Popcult. Lei è lo sguardo esterno che mi serve durante la fase di montaggio. Ho adottato un approccio il più osservativo possibile, alla Wiseman, per intenderci. Solo che io, a differenza sua, non sono rimasto così distaccato. Sono entrato nei personaggi, li ho seguiti nella loro quotidianità. Volevo vedere cosa accade dietro il sipario. Così ho conosciuto, oltre ai ballerini, tutto l’universo di chi sta dietro le quinte: tecnici, costumisti... ma anche l’ufficio stampa e l’apparato amministrativo. Insomma tutta la macchina produttiva di uno spettacolo».
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