«Nei luoghi abbandonati ho ritrovato me stesso»
Lo scrittore Giorgio Vasta oggi al Catomes Tôt con “Absolutely nothing” Il libro è nato dopo il viaggio negli Stati Uniti con il fotografo Ramak Fazel
REGGIO EMILIA. Lo scrittore Giorgio Vasta presenterà il suo ultimo libro, “Absolutely nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani” oggi alle 18.30 al Catomes Tôt, in via Panciroli a Reggio. L’incontro è aperto al pubblico ed è parte di un corso privato gestito da Tiwi, studio creativo di animazione e produzione video di Reggio. L’incontro è tenuto da Maria Teresa Grillo, copywriter di Tiwi, che dialoga con Giorgio Vasta. Ecco cosa ci ha raccontato l’autore.
Come nasce “Absolutely Nothing”?
«L’idea originale era quella di mettere insieme uno scrittore e un fotografo per riportare in modo oggettivo gli spazi abbandonati degli Stati Uniti. Per questo io e Ramak Fazel, fotografo americano di origine israeliana, e Giovanna Silva, editrice di Humboldt Books, abbiamo fatto un viaggio di ottomila chilometri tra California, Nevada,Texas, New Mexico, Louisiana, Arizona... sempre alla ricerca di forme dell’abbandono. Il titolo stesso viene da un cartello che diceva: “Absolutely nothing next 22 miles”. Poi, scrivendo, è accaduto che il libro si discostasse dall’obiettivo editoriale iniziale per diventare un’opera di finzione. Così anche Ramak e Giovanna si sono trasformati da persone a personaggi».
Come è successo?
«Dal termine del viaggio alla pubblicazione, per una serie di motivi, ho lasciato passare circa tre anni, durante i quali ho capito che dovevo scrivere ciò che mi era accaduto dopo quell’esperienza. È stato un periodo di rarefazione della mia vita, in cui mi sono trovato ad affrontare più le cose che non ci sono di quelle che ci sono. Così mi sono accorto che il titolo, in realtà, conteneva un “Absolutely nobody”. Tutti i luoghi che abbiamo incontrato, comuni, villaggi minerari svuotati, imprese ingegneristiche abbandonate hanno a che fare con la sparizione delle persone attraverso i luoghi».
Nelle sue opere emerge spesso la riflessione su spazio fisico e percezione del tempo.
«Ognuno di noi sta, inevitabilmente, nello spazio e nel tempo. Ma è qualcosa di irrisolto, come un fantasma che non arriveremo mai ad afferrare. Però è proprio quello che ci spinge ad andare avanti, come la carota sospesa davanti al muso dell’asino. Durante il viaggio è cambiata la mia stessa concezione dello spazio e del tempo: il deserto, che per me era principalmente un aggettivo, è diventato un sostantivo. Anche il tempo percepito si è espanso, e quelle che erano due settimane sono diventate, di fatto, molte di più. Spazio e tempo sono le due coordinate dell’umano, ed è questo che mi interessa raccontare: il libro non ha il suo fine nel viaggio, ma nell’uomo».
Come è passato dalla scrittura oggettiva alla scrittura di finzione?
«In realtà non c’è mai stata una scrittura oggettiva. La scrittura non permette di attenersi all’oggettività, si può immaginare ma non praticare. Il fatto che i miei compagni di viaggio siano diventati personaggi non li esclude dalla realtà. Perché la realtà non è fatta solo di ciò che è accaduto, ma anche di ciò che è ancora in embrione, delle parole appena accennate, rimaste sulla punta della lingua. I fatti esistono quando diventano linguaggio, e ciò lo si scopre solo con la letteratura, con la poesia in particolare. Questo libro, che doveva essere il più oggettivo, è diventato in realtà il più autobiografico. E non lo sapevo finché non l’ho scritto».
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