Musica, il chitarrista Luca Serio Bertolini lascia i Modena City Ramblers: «Un super viaggio, ma io scendo qui»
L’artista reggiano ha voluto congedarsi dai suoi fan con un messaggio sul suo profilo Facebook, immediatamente tempestato di attestati di stima e “in bocca al lupo”
REGGIO EMILIA. Il chitarrista Luca Serio Bertolini è sceso dalla carovana dei Modena City Ramblers. L’annuncio è arrivato nel tardo pomeriggio di lunedì sul sito della band d’oltre Secchia e, quasi contemporaneamente, l’artista reggiano ha voluto congedarsi dai suoi fan con un messaggio sul suo profilo Facebook, immediatamente tempestato di attestati di stima e “in bocca al lupo”.
Nato a Bologna 42 anni fa, ma reggiano d’adozione (abita a San Polo da quasi quarant’anni), è lui stesso a spiegare questa scelta inaspettata rivivendo i momenti nella “Combat Folk” band nata nel 1991. «È stata una scelta difficile – attacca Bertolini – perché, come scritto dagli Mcr sul sito, siamo ancora amici e ci lasciamo bene, ma io avevo bisogno di staccare un attimo da questa vita piena di impegni. Suonare con loro significa avere un reddito che ti permette di vivere ma, tra prove e concerti, si suona tanto e spesso si sta lontano dagli affetti familiari. La decisione è stata solo mia perché nella vita si cambia. Ho bisogno di una pausa ma non voglio chiudere con la musica; per il momento, non avendo un piano B, vorrei trovare un lavoro “normale” per dedicare più tempo alla mia compagna».
Quando è nata la sua passione per la musica?
«Ho cominciato a suonare nel ’91, mentre studiavo al liceo linguistico di Parma, e dopo aver girovagato un po’ per l’Europa, per perfezionare le lingue, sono tornato a Reggio dove ho iniziato a lavorare come rappresentante e, nel frattempo, ho iniziato ad incidere dischi di folk rock con amici. Il primo, in collaborazione con Key Rock, è stato “Manca la polvere da sparo” prodotto da Fausto Sassi e Bruno Bocedi. Ovviamente non potevo camparci ma allo stesso tempo volevo avvicinarmi il più possibile al mondo della musica. Tra alti e bassi ho continuato col mio gruppo Luca Serio & The Yonders fino al 2011 poi, essendo entrato nei “Ramblers”, ho deciso di dedicarmi totalmente a loro. Comunque tra i miei sogni rimane quello di fare dischi miei, tra l’atro in passato ho avuto modo di impratichirmi anche come tecnico dei suoni e ho una sala a casa mia dove è possibile incidere».
La collaborazione coi Modena City Ramblers come è nata?
«Dopo essermi licenziato, nel 2006, ho accettato il consiglio di un amico, Federico “Chicco” Righi del MusiK Station di Correggio, che mi proponeva di fare il backliner per gli MCR così, mentre suonavo per conto mio, seguivo ed allestivo i concerti dei Modena. Pian piano sono entrato nel gruppo e nel 2009 ho sostituito Arcangelo “Kaba” Cavazzuti, partecipando al tour per i 15 anni dall’uscita di “Riportando tutto a casa” e alle registrazioni di “Sul tetto del mondo” come chitarrista ma anche come autore di musiche e testi. Da lì sono stato uno di loro e con loro ho suonato ed inciso fino all’ultimo disco, Mani come rami, ai piedi radici».
La musica “politicizzata” dei Modena è sempre attuale nonostante la crisi economica e i tanti cambiamenti della società?
«L’ultimo tour con loro è andato benissimo sia come date che come seguito di persone: c’è un ricambio generazionale importantissimo e se nel 2009 vedevo papà con figli, ora i figli vengono da soli e questo fa un po’ male al cuore perché vuol dire che stiamo invecchiando… Però fa anche piacere, perché i ragazzini cantano sia le canzoni nuove che quelle vecchie. I Modena sono un gruppo che ha ancora tanti argomenti da trattare, magari metabolizzando in modo diverso alcuni temi sociali, ma resta sempre dalla parte delle minoranze. È un’azione politica, certo, ma secondo me dovrebbe essere insita in tutte le persone, anche in chi la politica la fa di mestiere, per evitare un mondo di caste dove gli ultimi non hanno mai la loro possibilità di diventare primi».
Ripercorrendo questi anni con la band quali ricordi le vengono in mente?
«Sarebbe facile dire il concerto del Primo Maggio a Roma, anzi, a volte ci prendono in giro perché dicono che quello è il concerto dei Modena City Ramblers. Ma in realtà non andavamo tutti gli anni. Di ricordi ne ho davvero tanti perché con loro mi sono affermato come musicista, che era quello che sognavo, e mi hanno dato quello che molte persone come me non possono avere: un lavoro, un minimo di notorietà, la bellezza dei concerti e le emozioni particolari in quelli d’esordio, dove sono stato aiutato a vincere la timidezza del palco. È importante avere una squadra che ti supporta e ti permette di sbagliare per imparare, ma non c’è un evento che spicca. Quello meno bello direi senza dubbio questo: l’uscita dal gruppo».
Che esperienza è stata per lei?
«Quella della vita, se vogliamo fuori dai miei studi, ma che mi ha catapultato in un mondo dove nessuno ti insegna il mestiere. Per me è stata una scuola stupenda, in un mondo bellissimo ma spietato, sia dal punto di vista musicale sia nei rapporti interpersonali».
Resterà legato ai Ramblers?
«Fare il rambler ti marchia dentro. C’è chi pensa che gli MCR non esistano più da tempo, invece sono sempre quelli di prima. Ci è capitato in viaggio di vedere picchetti di lavoratori in protesta: ci si ferma con loro, ben sapendo che non possiamo fare nulla, e ci si mette a suonare in mezzo a loro oppure si chiacchiera con un salame e due bicchieri di vino e garantisco che sotto il lato psicologico è un grande aiuto per quelle persone».
Come vuole congedarsi dai fan?
«Dicendo che rimarrò sempre uno di loro, cioè un fan, perché questo gruppo al termine del concerto va a bere una birra con chi è sotto il palco, non scappa in albergo. Però colgo l’occasione per ringraziare davvero tutti gli amici d’Italia per i messaggi di sostegno che mi sono arrivati dopo questo annuncio».
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