«Dal tragico Michele al comico Schicchi... Però mi viene bene»
Il baritono Ambrogio Maestri domenica 25 e martedì 27 al Valli con il “Trittico” di Puccini: «E ora sono pronto per Wagner»
REGGIO EMILIA. La sua mole, così importante, può incutere soggezione, ma lo sguardo decisamente dolce, comunica simpatia alla prima occhiata. E quando Ambrogio Maestri interpreta nel “Tabarro” il ruolo di Michele il marito di Giorgetta, tradito e assassino, con quel mantello scuro sulle spalle, sembra addirittura immenso. In ogni caso, tutta quella gran persona conquista sempre, sulla scena e fuori. Maestri, oltre al protagonista della prima opera in ordine d’esecuzione delle tre che costituiscono il Trittico di Puccini – domani (ore 15.30) e martedì (ore 20) al teatro Valli – affronta anche Gianni Schicchi (il protagonista della terza opera): un altro ruolo di natura opposta a quella di Michele, vale a dire comico, che il baritono pavese confessa di preferire essendo più vicino al suo carattere e a quello del verdiano Falstaff, la cui interpretazione gli ha regalato, in questi anni, notorietà e successo. «Michele mi è venuto bene! Non me l’aspettavo. In questi giorni, dopo averlo debuttato a Modena, l’ho affinato e adesso sono pronto per affrontarlo a Reggio Emilia. Gianni Schicchi invece l’avevo già cantato a Monaco».
Maestri, come ha affrontato il ruolo tragico di Michele?
«Inizialmente non mi piaceva molto, perché burbero. Ma mentre lo studiavo ho scoperto la carica tutta umana della rabbia che cova dentro di sé. Essa viene fuori verso la fine, in un’atmosfera carica di tensione. Accade quando il rancore diventa disperazione per il tradimento della moglie che Michele uccide senza pietà. Il tutto su una musica stupenda, non robetta: a questo proposito Puccini usa tutta la gamma sonora tipica della voce di baritono e quindi ti invita a tirare fuori la voce giusta e, se canti bene, arriva la soddisfazione».
Invece Gianni Schicchi?
«È un’altra cosa, perché è un ruolo divertente! E quando ti diverti non vedi l’ora di cantarlo. Praticamente qui va via la tensione che avevi accumulato nell’ opera precedente. E poi ci sono i cambi di voce, infatti Gianni Schicchi nel corso dell’opera diventa un’altra persona, dovendo fare la vocina in falsetto del malato Buoso Donati. Essendo una commedia, il ruolo si caratterizza in modo molto più “artistico” e inoltre essendo scritta con tempi stringati da film, si potrebbe reggere anche solo con la parola, senza canto».
Come riesce a passare da Michele a Gianni?
«Meno male che tra le due opere c'è un'ora e mezzo d intervallo, vale a dire “Suor Angelica” e la pausa, diversamente sarebbe molto arduo: avrei dovuto pensarci seriamente se accettare».
Sarà lontano dal suo carattere, ma l’interpretazione di Michele le viene proprio bene.
«Me l’hanno detto. Forse i personaggi diversi e distanti dal proprio essere, vengono meglio… certo è che ci stai molto attento. Per Michele devi essere controllato e fare capire le cose piano piano, gesticolando in modo tranquillo e intanto il pubblico capisce già la trama. Tutto s’intuisce quando accende la pipa in un momento di relax; contemporaneamente in lui si accende qualcos’altro…».
A Reggio ha mai cantato?
«Ho partecipato a un’edizione del Concorso Masini dove mi sono piazzato secondo ex-aequo. Ho una grande voglia di ritornare in questo magnifico teatro, non vedo l’ora di arrivare».
Trova similitudini tra Falstaff e Gianni Schicchi?
«Alla grande. Avere interpretato Falstaff è stato una vera palestra per Gianni Schicchi: per questo a cantarlo non ne percepisco le difficoltà mi sento invadere da un puro divertimento».
E lo spettacolo della Pezzoli?
«Uno bello spettacolo classico finalmente. Per avere uno spettacolo così, a volte, non è questione di soldi ma di idee e qua ce ne sono».
Com’è successo che Riccardo Muti l’ha scelta per il suo Falstaff scaligero delle celebrazioni verdiane nel 2001?
«Ho fatto delle audizioni e il maestro mi ha scelto per il ruolo Carlo di Vargas in “Forza del destino”. In quella situazione midi ha detto: “Ti dò un anno di tempo per studiare Falstaff, poi ci sentiamo”. Così è stato… Muti mi ha aiutato molto a rifinire il personaggio».
E adesso a quanti Falstaff siamo arrivati?
«A 300 recite senza considerare le prove generali. E devo dire che questo ruolo mi ha dato un’immensa soddisfazione. Una volta al Colon di Buenos Aires alla fine dell’opera le gente continuava a chieder il bis… e così siamo stati costretti a ripetere il finale. Invece al Metropolitan di New York a seguito di un acuto lungo dopo “Questo è il mio regno” l’applauso non smetteva e così guardai il direttore Levine che mi disse: “Cosa ti preoccupa? Ma prendili questi applausi!!!».
In quell’occasione successe anche un’altra cosa…
«Nell’intervallo dello spettacolo che era in mondovisione all’interno del circuito dei cinema, nella finta cucina di Falstaff ho preparato un risotto con Réné Fleming. Me ne intendo di cucina anche perché i miei genitori gestiscono un ristorante a Pavia».
Qual è il segreto per un buon risotto?
«La mantecatura per la quale non si deve usare il burro ma occorre fa fare l’onda al risotto. Il segreto è quello».
Quando ha scoperto il suo talento?
«Da piccolino ho sempre cantato, poi ho studiato pianoforte. Sotto la doccia cantavo sempre e di tuttoa partire da “Volare”. Avevo ha la voce già impostata da baritono quanto mi sono dedicato al canto lirico. Tra l’altro prima di cantare in palcoscenico non sono mai andato a teatro non ero un appassionato di lirica».
Cosa la aspetta dopo il Valli?
«Mercoledì, finita la seconda recita del Trittico a Reggio Emilia mi aspettano alla Scala per “Don Pasquale”, direzione Chailly, in una versione mai fatta, molto vicina all’originale. Mi sta impegnando molto quello studio perché le parole sono diverse rispetto a quello che avevo già cantato con Muti».
Che cosa le piacerebbe interpretare?
«I ruoli che mi stanno bene anche come fisico. Ad esempio Barnaba nella “Gioconda” che avete con voi in cartellone. Mi suggeriscono di affrontare il repertorio tedesco di Wagner e penso a Wotan (Walkiria). A Monaco ospiterebbero volentieri un mio debutto in un’opera tedesca. Con la mia corporatura e le mia voce andrebbe benissimo. Mi ci vedrebbe in “Rigoletto”? Farei ridere i polli!».
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