Alle origini della crisi della democrazia
Il vescovo Camisasca in dialogo con Mattia Ferraresi
REGGIO EMILIA . Domani alle 18 alla libreria All’Arco sarà presentato “Il secolo greve. Alle origini del nuovo disordine mondiale” di Mattia Ferraresi. L’incontro sarà presieduto da Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, e vedrà la partecipazione di Martino Cervo, vicedirettore de La Verità, Giovanni Ferrari e Silvio Vinceti, dottori in legge. Ferraresi è il corrispondente de Il Foglio da New York, dove vive da otto anni. Abbiamo parlato con lui del suo libro.
Come è nato “Il secolo greve”?
«Erano pensieri che avevo in testa già da un po’, riflessioni che si sono poi concretizzate quando è stato eletto Trump. A un certo punto è diventato chiaro che un’ondata populista stava travolgendo il mondo, e le democrazie cominciavano a dare i primi segni di cedimento, in Occidente ma non solo. Questo era ancora più evidente proprio negli Stati Uniti, un paese in cui l’establishment è sempre stato molto solido. Poi ho seguito da vicino la campagna elettorale americana, il che mi ha dato modo di toccare con mano una situazione di disagio veramente profonda. Una crisi umana che va oltre la politica».
Che riflesso ha, tutto ciò, sull’Italia?
«L’Italia è proprio dentro questo momento di passaggio. Lo si vede dalla capacità attrattiva che hanno tutti i punti di rottura con il sistema tradizionale, nel nostro paese come nel resto d’Europa. La democrazia non funziona più perché non riesce a rispondere alle istanze della gente, e così emergono forze alternative che assumono forme diverse: in Francia Marine Le Pen, in Olanda il partito di estrema destra contro gli immigrati, qui in Italia il Movimento 5 Stelle e, in chiave nazionalista, la Lega… Ma tutti questi fenomeni hanno una cosa in comune: una generale ribellione alla democrazia liberale, così come l’abbiamo conosciuta».
Che cosa non ha funzionato?
«Dopo il crollo del muro di Berlino, quando si proclamò la fine delle ideologie, l’unica via possibile sembrava quella liberale. L’idea liberale era la sola alternativa da perseguire, il culmine del progresso, talmente dominante che veniva percepita come qualcosa di assolutamente inevitabile. E l’America, soprattutto negli anni ‘90, si è fatta portavoce di questo pensiero. Soltanto adesso stiamo scoprendo che anche quella è un’ideologia, e, per giunta, insufficiente. La mia ipotesi è proprio questa: il sistema delle democrazie liberali è andato in crisi non a causa di minacce esterne, ma per ragioni interne. È un’erosione che parte dalle fondamenta».
Ci porterà da qualche parte?
«No. Stiamo assistendo alla ribellione, ai sintomi più distruttivi di quella che è una malattia vera e propria. Anche Trump è un sintomo, anzi il sintomo per eccellenza: lo dimostra il fatto che ha vinto perché ha saputo raccogliere un sentimento di malessere generale che non ha ancora una struttura chiara. Ma lui stesso non ha la capacità di proporre una soluzione al problema».
E qual è la soluzione?
«È questa la grande domanda. L’unico modo per capirlo è studiare la natura della crisi. Ma bisogna andare in profondità, non possiamo affrontarla in modo approssimativo, perché siamo di fronte a una malattia molto grave. E i sintomi sono preoccupanti. Questo è lo scopo del mio libro: mettere in luce che, se non prendiamo sul serio il problema, non troveremo mai una soluzione».
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